"Mandateci delle armi, non le vostre truppe" Parla il premier della Libia Abdullah al Thani

Abdullah al Thani - foto di Alessio Romenzi
Abdullah al Thani - foto di Alessio Romenzi

"No a truppe straniere, possiamo battere da soli lo Stato Islamico. E anche riprenderci Tripoli ora in mano ai fondamentalisti". Parla il premier dello stato oggi attraversato da una guerra civile

Abdullah al Thani - foto di Alessio Romenzi
A LaBraq, nei pressi di Beida - nord est della Cirenaica - c’è un piccolissimo aeroporto. Qui, nel marzo scorso, il premier del governo libico riconosciuto dalla comunità internazionale, Abdullah al Thani, in partenza per Tunisi, è stato bloccato dai suoi uomini, accusato di aver designato un ministro dell’Interno non gradito.

È da qui che si arriva alla periferia di Beida, dove il premier, 61 anni, vive in isolamento, circondato da una decina di guardie del corpo. Primo ministro dal marzo 2014, al Thani è in esilio con i suoi ministri nell’est dopo che, l’estate scorsa, i partiti islamisti che hanno perso le elezioni hanno preso il controllo di Tripoli e autoproclamato un governo parallelo.

Sopravvissuto a maggio a un attentato in cui hanno perso la vita tre uomini della scorta, Al Thani deve difendersi da minacce interne e esterne, non solo dall’autorità autonominata nella capitale, ma anche dalle decine di milizie e tribù, e dallo Stato Islamico a Derna, Sirte e in alcuni quartieri di Bengasi.

Ha il volto rassicurante quando ci riceve in casa. Un’abitazione che all’ora di cena piomba nel buio del black out. Migliaia di cittadini, nella terra del petrolio, fanno la coda ai distributori per comprare un gallone di benzina, quattro litri. Serve a far funzionare i generatori di corrente dopo che molte delle centrali elettriche sono state distrutte nei combattimenti. Quando si riaccende la luce, il volto del primo ministro diventa severo. Dice: «Senza la revoca dell’embargo sulle armi, votato dal Consiglio di sicurezza dell’Onu nel marzo scorso, non avremo la forza di sconfiggere i terroristi. L’Occidente sta favorendo il loro dilagare».

Abdullah al Thani, lei è a capo di un governo in esilio.Nella parte del Paese da lei amministrata la presenza dello Stato Islamico si sta pericolosamente affermando e a Bengasi, seconda città della Libia, proseguono i combattimenti contro gruppi fondamentalisti.
«Io e il mio governo stiamo affrontando una situazione incredibilmente complessa. Combattiamo minacce esterne ed interne. La più pericolosa è la presenza dei terroristi islamici che porta con sé conseguenze economiche inimmaginabili. Innanzitutto per gli attacchi ai pozzi e agli oleodotti che determinano lo stop alle esportazioni di gas e benzina in un Paese, il nostro, abituato a vivere essenzialmente sulla base di questa ricchezza.
L’attacco delle forze legate a Fajr Libia (Alba libica) ai giacimenti ha messo in ginocchio il fulcro della nostra economia. A Bengasi i combattimenti hanno investito il centro della città e ucciso duemila persone e ancora oggi, nonostante il nostro esercito controlli gran parte dei quartieri, proseguono i combattimenti e ci sono migliaia di sfollati nelle scuole. Ci sono gruppi islamisti alleati a Fajr Libia come il Consiglio della shura delle forze rivoluzionarie, Ansar al Sharia e i sempre più pericolosi terroristi dello Stato islamico che uccidono i nostri soldati con attacchi kamikaze. La guerra sta incidendo in maniera drammatica sulla vita dei libici, lasciando spazio al mercato nero, al contrabbando di armi e a gruppi incontrollati che affamano le persone. Che l’occidente chiuda gli occhi di fronte a questo è allarmante».

A un anno dalla conquista di Tripoli da parte delle milizie di Fajr Libia, chi è responsabile della crisi del Paese?
«Tutto il mondo, in particolare i governi occidentali, devono capire che l’attuale caos della Libia è determinato dalle milizie fondamentaliste e dai gruppi religiosi estremisti e tutto il mondo deve capire che l’autorità di Tripoli, dei Fratelli musulmani che li appoggiano e ne fanno parte, sta creando le condizioni ideali affinché i terroristi abbiano la meglio. Chiudere gli occhi di fronte a questa verità significa essere complici della rovina del Paese».

Il governo di Tripoli è dunque un pericolo per l’Italia e l’Europa?
«Quello che si definisce il governo di Tripoli è una istituzione che non esiste, inventata da forze che non dovrebbero avere alcun riconoscimento. E infatti la comunità internazionale non riconosce quella autorità ma la nostra. Da quando Fajr Libia ha espropriato le infrastrutture del governo, gli edifici e gli archivi, noi stiamo faticosamente tentando di ricreare una struttura statale nell’est. Nonostante l’apparenza, le istituzioni di Tripoli sono controllate dalle milizie islamiste che le appoggiano.Quindi quell’istituzione rappresenta certamente una minaccia per Italia e Europa».

Il 12 Luglio scorso, il suo governo ha firmato gli accordi di pace in Marocco con l’inviato speciale dell’Onu Bernardino Léon, per la formazione di un governo di unità nazionale. L’autorità di Tripoli si è rifiutata di firmare perché si prevede il riconoscimento solo del governo da lei rappresentato. Se il dialogo dovesse fallire definitivamente, lei cosa si aspetta?
«Abbiamo sperato, per mesi, che il dialogo non fallisse. Ci siamo seduti a ogni tavolo con la volontà di favorire i cittadini. Ora io spero che il Consiglio di Sicurezza dell’Onu prenda provvedimenti contro chi ha ostacolato la trattativa, come si è augurato anche il vostro ministro degli Esteri Paolo Gentiloni, minacciando sanzioni. Se il dialogo, come pare, fallirà, sarà un disastro con conseguenze durissime per la Libia. Gli unici a vincere sarebbero i terroristi. Lo Stato islamico non aspetta che termini il dialogo per uccidere o per conquistare pezzi di città e farle diventare ammassi di macerie, come Bengasi».

Il coordinamento tra il suo governo e l’esercito non è sempre stato lineare, così come il suo rapporto con il capo delle forze armate Khalifa Haftar. In più, in molti la accusano di non essere efficace nel sostenere l’esercito nella lotta contro l’Is.
«Il terrorismo dell’Is è internazionale. È in Iraq, è in Siria, colpisce anche Stati occidentali. E nessuno riesce a sconfiggerlo, né con i raid né con una quantità di armi che noi possiamo solo immaginare e che stiamo chiedendo da mesi senza successo. Non riceviamo una sola arma dall’Europa. Come pensate che potremmo sconfiggere l’Is noi, sotto embargo? Ostinarsi a non collaborare con noi, a non mandarci armi e munizioni non fa che favorire i terroristi».

Il premier inglese Cameron ha detto che sta valutando l’idea di un intervento militare in Libia contro Is.
«Rifiutiamo con forza l’ipotesi di un intervento militare di altri governi. Non vogliamo che nessun esercito varchi nemmeno di un centimetro il suolo libico senza una nostra richiesta ufficiale che non è prevista al momento. Se l’America, la Gran Bretagna e l’Europa sono davvero interessate a sconfiggere l’Is ci mandino armi e munizioni attraverso canali ufficiali. Ci diano assistenza nell’addestramento del nostro personale militare e della polizia. Così saremo forti abbastanza da cacciarli. Noi libici abbiamo già sconfitto l’esercito fascista italiano con armi vecchissime, non ci tireremo indietro nemmeno stavolta. Non abbiamo bisogno di eserciti con mire politiche in Libia che rischiano solo di destabilizzare ulteriormente il Paese. Se non otteniamo questo sostegno dall’Europa cercheremo sostegno e alleanze con altri, con i russi per esempio».

A maggio l’esercito libico ha bombardato la nave turca Tuna 1 a largo di Derna (controllata dall’Is) con il sospetto che trasportasse armi per i gruppi islamisti. Si è fatto un’idea di chi sostiene e arma questi gruppi?
«Dobbiamo difenderci da forze interne e forze esterne. La Turchia mantiene rapporti ufficiali con il governo di Tripoli e questo ci allarma. Il punto è chi arma questi gruppi. Non abbiamo conferme che l’autorità di Tripoli abbia relazioni militari dirette con i gruppi fondamentalisti ma sappiamo per esempio che nel porto di Bengasi arrivano costantemente navi dall’ovest della Libia, in particolare da Misurata, cariche di munizioni per supportare l’Is e questo per noi basta a squalificare definitivamente quell’autorità».

Ma allora come fa a trattare per un governo di unità nazionale con un’autorità che considera in rapporto con gruppi fondamentalisti?
«Il governo di Tripoli era e resta illegale e il dialogo è fallito solo a causa loro. Abbiamo provato a tendere la mano a questa gente per il bene del Paese. Ma stiamo valutando delle soluzioni ulteriori che finora abbiamo preferito evitare».

Sta dicendo che riprenderete Tripoli con l’esercito?
«Se il dialogo continua a fallire, attaccheremo la capitale. Abbiamo provato a tenere unita la nazione, ma le nostre truppe sono ai confini di Tripoli. Finora la leadership dell’esercito ha deciso di aspettare gli esiti del dialogo ma la nostra soluzione ultima era e resta un intervento militare per riprendere Tripoli».

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