Cominciamo dal pericolo. Punto primo, le armi: «Gli attacchi da lontano dalla costa africana a qualche lembo di territorio italiano, cioè alle isole come Lampedusa, è una minaccia che non esiste, neanche teoricamente» spiega Mini, «le armi a lunga gittata che erano in mano ai libici, che poi sarebbero gli Scud-B di matrice sovietica, sono stati dismessi già da Gheddafi e non possono armare i nuovi terroristi. Quello che è possibile, invece, è che, con non l’apertura di flussi dall’Iraq alla Libia, dall’Asia minore all’Africa, un veicolo lanciatore possa arrivare da Aleppo in Libia. Ma più che un’ipotesi sarebbe la conferma che non stiamo facendo nulla, e che nessuno guarda, nessuno sorveglia le strade».

Punto secondo, gli sbarchi. La paura è quella alimentata dai Salvini vari. È più fondata della prima, è vero, «ma che insieme ai profughi possano entrare possibili terroristi» spiega ancora Mini, «è una minaccia che c’è sempre stata, ed è prevista dalle procedure di controllo. La polizia impegnata nella gestione dei flussi già ricostruisce eventuali precedenti o sospetti delle persone, consultando gli archivi e le autorità dei paesi d’origine».
«Dal 2011», bisogna però notare, «si è aggiunta una complicazione: le autorità libiche, e non solo quelle, hanno perso il controllo del territorio, e non sempre hanno aggiornato gli elenchi e le segnalazioni dei nuovi adepti». A questa difficoltà in più basterebbe però dare adeguata risposta: «Se non basta basarsi sulle segnalazioni, bisogna interrogare. Per interrogare come si deve bisogna avere gli interpreti: anzi dei linguisti, capaci di cogliere anche le sfumature di una lingua complessa e varia come l’arabo. Certo è che, come noto, gli interpreti mancano spesso, per carenza di fondi e superficialità».
Oltre la difesa, c’è poi l’attacco. Mini ha una sua strategia. «È fuori discussione che l’Isis in quanto terrore va combattuto» dice all’Espresso, «ma non dobbiamo certo farlo con le modalità che abbiamo usato finora in tutti gli scenari di guerra. Kosovo, Afghanistan, Iraq e Libia 2011 sono tutti modelli falliti. E il fallimento riguarda le strategie ma anche gli obiettivi, quelli che noi chiamiamo end state, lo stato finale da raggiungere per dire che la missione è conclusa».
Per Mini bisogna pensare bene alla missione: «Non si parla più di portare la democrazia in Libia? Vogliamo dire che l’obiettivo è la pacificazione? Vogliamo fare un’altra Bosnia con 5 etnie, 4 Stati con un presidente a turno, 5 lingue e quattro religioni? Sarebbe una follia». «L’Isis stessa», ricorda Mini, «è il prodotto di un fallimento. Era una comparsa nei giochi precedenti, che poi, e lo dice Hillary Clinton non io, “ci è sfuggita di mano”».
Per evitare un nuovo capolavoro, Mini è convinto che serva un’azione di intelligence che vada innanzitutto a studiare: «Nei balcani» racconta Mini, «abbiamo visto quanto è utile stabilire le relazioni tra le persone. Avevamo un software, Ulisse, che analizzava tutti i rapporti e ci permetteva di individuare i nodi delle reti in cui si organizzano le società». Trovati i nodi, cioè le guide delle cellule terroristiche, i leader, o anche solo i miliziani più radicali, e intervenuti su quelli, «la rete si smaglia». È una guerra, sia ben chiaro, ma un po’ diversa: «Parlare di peacekeeping alla libanese non ha senso», dice Mini per cui ha poco senso anche aspettare l’Onu «che non può che proporre i vecchi schemi: un contingente che lasci fare tutto ai locali (quali locali, poi?) e qualche intervento dall’alto, con quattro aerei».
Qui c’è il punto di critica anche al Governo italiano: «È una castroneria dire di voler attendere l’Onu, con i suoi politici e diplomatici di carriera». Castroneria quella, e isteria («Ha ragione il premier») quella che ha spinto i ministri Gentiloni e Pinotti «a prime dichiarazioni non imprudenti ma proprio avventate».
Sarebbe un guerra, dunque, e così andrà chiamata: «È una guerra e non una missione di pace» precisa ancora Mini. Una guerra per cui servirebbero «come minino 50 mila uomini per controllare il territorio, fermare le auto, sorvegliare gli spostamenti, schedare le persone». «Gli interventi aerei servono a garantire le basi» è la strategia, «e non a colpire in maniera indiscriminata, seguendo quanto sta facendo l’Egitto, perché in quel caso, in territori dove non tutti ci sono ostili hai solo la certezza di farti odiare da tutti. Perché se a uno che non ti sta combattendo uccidi un famigliare, anche per sbaglio, quello dal giorno dopo sarà un tuo nemico».
In guerra però si combatte: «Il traffico da Bengasi a Sirte deve esser controllato e se le persone sono armate, vanno disarmate, e se si oppongono e sparano, ecco la guerra» spiega il generale, «ed ecco l’un per cento di perdite che dobbiamo mettere in conto, già nella prima settimana».