La parola più in voga al momento, nel lessico politico francese, è “Jupiter”, Giove. Nientemeno che il sommo tra gli dei. Ed è associata alla postura che sta prendendo la presidenza di Emmanuel Macron: “jupitérien”. Scherzando ma non troppo, e di fatto avvalorando l’iperbolica similitudine, il ministro dell’Economia e delle Finanze francese Bruno Le Maire, durante una visita alla business community di New York, ha rilanciato: «Macron è Giove e io sono Hermes, il messaggero», una crasi tra l’Olimpo greco e quello romano (Hermes sui sette colli si chiamava Mercurio, all’opposto Giove ad Atene era Zeus).
Nessun predecessore regge il confronto. Scontato che l’inquilino dell’Eliseo sia l’opposto del “normale” Hollande, ma qui si supera il “superpresidente” Sarkozy, persino il “monarca repubblicano” Mitterrand. Non sembrano sufficienti nemmeno i riferimenti a figure ingombranti del passato, usate per evocare il potere assoluto come “bonapartista” e “gollista”. L’umano non basta e ci si rivolge al divino. L’esperto di comunicazione politica Harold Hauzy bolla con sarcasmo la moda dell’aggettivo usato a profusione: «La passeggiata verso la piramide del Louvre la sera dell’elezione? Certamente jupitérienne. La sfilata sugli Champs-Elysées su un veicolo militare il giorno dell’insediamento? Perfettamente jupitérienne. Il tentativo di selezionare la stampa accreditata ai viaggi ufficiali? Goffamente jupitérien. Invitare Putin a Versailles? Opportunamente jupitérien». Per poi notare, più seriamente, che Macron «ha saputo vedere l’importanza di un ritorno alla verticalità della sua funzione e l’unzione del popolo gli dà una grande forza di legittimazione». Ma, e qui arriva la bordata, al netto della rappresentazione estetica, nella pratica sinora ha dato prova di una «pusillanimità e di una discrezione che non hanno nulla di jupitérien». E cita come pezza d’appoggio la defenestrazione spiccia del suo ministro Richard Ferrand appena è stato sfiorato da un affaire politico-finanziario.
A parte Hauzy, i superlativi di sprecano. Maxime Tandonnet, autore di un libro sui presidenti della Repubblica, riflette: «Il fenomeno dell’iper-presidente sta nella tradizione francese dell’uomo della provvidenza. L’immagine del capo unico rimanda, nella coscienza collettiva, all’autorità, al potere indiviso. Ma l’iper-presidente non dà alcuna garanzia di efficacia o di autorità. Al contrario. La concentrazione del potere ha come effetto quello di demotivare e deresponsabilizzare gli altri poli decisionali. E, soprattutto, eletto per la sua immagine, da cui deriva la sua legittimità, il presidente avrà come priorità quella di preservarla». Per poi concludere: «Da decenni manca alla Francia un capo dello Stato nel senso più nobile del termine, un’autorità morale sopra la mischia, visionario, imparziale, esemplare. E manca anche un primo ministro responsabile delle scelte, capace di assumere il rischio di riforme profonde».
Lo storico Grégoire Franconie vede una “colorazione cesarista” nel discorso solenne, pletorico, pomposo e persino filosofico pronunciato davanti alle Camere riunite nella reggia di Versailles il 3 luglio scorso. Con la promessa-minaccia di ripeterlo ogni anno, una sorta di “stato dell’unione” di ispirazione americana, come a sottolineare che, se esiste una potenza oltre Atlantico, ce n’è un’altra sulla riva destra dello stesso oceano. È l’aspirazione di un ritorno alla “grandeur”, una sollecitazione forte all’orgoglio francese, frustrato da crisi economica, attentati jihadisti, declino sulla scacchiera internazionale.
A nessuno è sfuggita la stretta di mano eccessivamente vigorosa, gli occhi negli occhi, da Emmanuel Macron inflitta a Donald Trump in occasione del primo incontro di fine maggio a un vertice Nato a Bruxelles: fu l’americano a dover mollare la presa, contro ogni sua abitudine. Era una sfida per la leadership mondiale. Rincarata quando, per deplorare l’uscita degli Usa dall’accordo sul clima, ha fatto il verso allo slogan elettorale fortunato di The Donald (“make America great again”) rilanciando: “Make our planet great again”. Una volta stabilito che il vecchio miliardario non ha davanti un pivellino ma “monsieur le president”, ha sotterrato l’ascia di guerra invitandolo per la parata del 14 luglio quando, accanto alle truppe francesi, sfileranno quelle statunitensi per celebrare il centenario dell’entrata degli Stati Uniti nella grande guerra. Per gli esegeti dei simboli, occasione imperdibile di decrittazione dei rapporti di forza. Trump, citando un non meglio identificato amico, aveva detto: «Era innamorato di Parigi, ora non ha più voglia di tornarci perché sostiene che Parigi non è più Parigi». E quanto alla sconfessione della firma di Obama al patto clima: «Devo difendere gli abitanti di Pittsburgh, non di Parigi». Però salirà su un volo per la capitale francese, dove la diplomazia si frega le mani, come spiega un navigato ambasciatore del Quai D’Orsay: «Bel colpo per l’immagine di Emmanuel e della Francia». Ma attenzione. L’immagine non è sostanza, sembra ammonire l’ex ministro socialista Thierry Mandon: «Macron vuole affermare agli occhi di tutti che la Francia è tornata, un po’ pretenzioso».
Accusato di poca esperienza internazionale, “Jupiter” ha inanellato una serie di mosse fortunate che lo tengono costantemente in prima pagina. Prima di Trump, era stato Putin a baciargli la pantofola, e sempre nello scenario Luigi XIV di Versailles. Lo zar si era dovuto subire la ramanzina sulle malefatte russe quanto a diritti umani e le rinnovate proteste sull’ingerenza di Mosca nelle elezioni francesi. Inoltre non ha esitato a schierarsi tra i volenterosi che bombarderanno Bashar Assad se farà di nuovo ricorso alle armi chimiche in Siria. Di tutta evidenza, il ramo militare è quello su cui Macron punta di più per far ritrovare prestigio al Paese. La sua insistenza perché si proceda spediti almeno verso la nuce di un esercito europeo ne è la riprova.
Fosse Giove alluderebbe al divino, si fosse messo in testa l’idea di rivaleggiare con gli Usa vorrebbe contare nel mondo. Più limitatamente (ma non meno ambiziosamente), secondo il politologo Thomas Guénolé, 34 anni, uno degli astri nascenti tra gli intellettuali d’oltralpe, il suo orizzonte vero è l’Europa e propone un altro paragone: «Macron è l’erede politico di Valéry Giscard d’Estaing. Come lui propone un massiccio programma di liberalizzazioni avendo come riferimento il modello svedese. Come lui cerca di formare un partito di centro né di destra né di sinistra. Come lui vuole andare molto lontano nella costruzione europea e come lui sogna di diventare, un giorno, il primo presidente di un’Europa davvero federale». Secondo l’attitudine tutta francese di guardare alla successiva elezione il giorno dopo la precedente, Guénolé fa due conti: «Anche se facesse due mandati all’Eliseo, alla fine avrebbe 49 anni. Sarebbe ancora molto giovane. Niente di strano se cominciasse allora a prepararsi la prossima poltrona. Ma dovrà scegliere da subito se battersi per arrivare fino in fondo alla costruzione di un’Europa tecnocratico-economica o una politica-federale. Perché sono fondamentalmente incompatibili».
Volesse davvero un domani installarsi a Bruxelles o chissà dove sarà l’eventuale capitale del Vecchio Continente, certo dovrebbe confrontarsi con maggiore arguzia, da subito, su temi decisivi pur se meno glamour. Uno di questi è l’immigrazione, su cui l’atteggiamento ondivago - collaborativo con Italia e Grecia a parole, ma a frontiere ben chiuse nei fatti - non aiuta la crescita della sua statura. E apre molti punti di domanda su che presidente sarà davvero, nella pratica quotidiana del potere.
I grandi principi espressi a Versailles descrivono un letterato, «un grande oratore e un maestro del balletto», secondo Arnaud Benedetti, professore alla Sorbonne e coautore del libro “Communiquer c’est vivre” (Comunicare è vivere). Magari non un creativo «ma uno che evita i passi falsi». Ma, oltre alle comparsate in scena da Capo dello Stato che riconferisce ieraticità alla carica, c’è la Francia, ci sono i problemi sociali irrisolti, rimandati a un autunno che si annuncia caldo, ad esempio, per una legge sul lavoro da varare ma che già risulta indigesta soprattutto all’estrema sinistra. Mentre la destra, per voce di Alexis Vintray, fondatore di “Contrepoints”, il giornale liberale per eccellenza, si chiede all’opposto se Macron non sia piuttosto «uno che ha scoperto Schroeder e Blair con 25 anni di ritardo, perché accettare l’economia di mercato non basta per definirsi liberale. E nel suo programma ci sono aspetti poco liberali come la moltiplicazione delle prestazioni sociali, la soppressione della tassa sulla casa per i poveri, gli investimenti pubblici in agricoltura e industria, il rafforzamento della tecnocrazia comunitaria».
È il destino di chi si pone al centro: essere contestato da entrambi i lati. Macron non sembra curarsene in questo luglio in cui persiste una certa luna di miele a due mesi dal trionfo del 7 maggio. Secondo un’inchiesta condotta da Le Monde con la Fondazione Jean-Jaurès e Sciences Po, il 69 per cento dei francesi pensa che il Paese sia in declino contro l’86 per cento di un anno fa: un recupero spettacolare di 17 punti. La fiducia nell’Unione europea sale dal 27 al 41 per cento. L’80 per cento vuole restare con l’euro (più 7 per cento). La nozione di destra e sinistra è considerata sorpassata dal 71 per cento. Evidente l’effetto dell’ex Piccolo Principe di Amiens che si è fatto re: tutti i temi su cui si è speso sono in risalita. Al rientro dalle vacanze la vera prova della sua tenuta. Presumibilmente precederà le eventuali (ma previste) manifestazioni ostili con un altro bagno di popolarità. Il 7 settembre è prevista la pubblicazione del libro “Un personnage de roman”, di Philippe Besson, amico della coppia Emmanuel & Brigitte, sulla folgorante ascesa dell’ex ragazzo. Nessuna anticipazione, nessun dettaglio prima dell’uscita in libreria. Il divino ha pur bisogno di essere ammantato di mistero.