Impronte e volti scannerizzati e inviati a data base biometrici, anche europei. L’Ue finanzia programmi di raccolta dei dati personali per fermare i terroristi e controllare le migrazioni. Ecco cosa sta succedendo in Niger (Foto di Francesco Bellina)

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È un primo pomeriggio di dicembre e il posto di polizia si anima improvvisamente. Ismael Soumana, il commissario, supervisiona le operazioni camminando nervosamente, lo sguardo vigile. Una pila di documenti d’identità passa di mano in mano, fino ad arrivare alle postazioni degli agenti, all’interno del prefabbricato. A turno, i passeggeri dell’autobus si affacciano agli sportelli. Fissano la macchina fotografica per alcuni secondi, premono le dita sullo scanner. Volti e impronte digitali vengono così registrati. Gli agenti passano al setaccio i dati sullo schermo del computer mentre fuori, in mezzo ad un piazzale assolato, i colleghi rovistano tra i bagagli.

A pochi chilometri dal Burkina Faso, il posto di frontiera di Makalondi è uno dei più caldi del Niger. «Fino al 2016, da qui passavano centinaia di migranti al giorno», spiega Soumana. Molti non avevano nessun documento. In paese, c’era chi si arricchiva facendogli passare la frontiera su motociclette, lontano dai controlli. «Tutti li chiamavano “i gambiani”, anche se venivano da diversi paesi affacciati sull’Atlant­­ico», continua il commissario.
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Oggi i numeri sono scesi. E al posto dei “gambiani’”con in tasca il sogno europeo, sulle moto viaggiano banditi armati fino ai denti, collegati allo Stato Islamico nel Grande Sahara e ad altre formazioni jihadiste. A metà settembre 2018 hanno fatto scomparire nel nulla il missionario lombardo Pierluigi Maccalli, che viveva da anni nella zona, mentre poco lontano dalla postazione di polizia, su una parete del checkpoint militare, i fori dei proiettili testimoniano dell’ultimo attacco, lo scorso novembre. Due soldati sono stati uccisi, uno rapito.

Contagiati dall’esplosione di violenza che sta sconvolgendo il Sahel, Makalondi e il suo commissariato nuovo di zecca sono il primo tassello di un progetto di controllo delle frontiere del Niger, che mescola pattugliamenti e dati biometrici, ovvero impronte digitali e immagini facciali. Da settembre 2018 qui è attivo il Midas, sistema d’informazione, raccolta e analisi dei dati dei migranti, sviluppato da Oim, l’Organizzazione internazionale per le migrazioni e già adottato da altri 19 paesi nel mondo, quasi tutti in Africa Subsahariana.

«I dati raccolti», spiega il commissario Soumana, «sono centralizzati in un server a Niamey, nella sede della polizia».

Oim non potrà accedervi, ma faciliterà la connessione tra Midas e altre banche dati biometriche, tra cui quella del Pisces, sistema del “Terrorist Interdiction Programme” del Dipartimento di Stato americano, in uso negli aeroporti di Niamey e Diffa. Quindi, secondo fonti di polizia, con i server di Interpol e con Wapis, database di polizia criminale targato Ue.
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Nell’attività di Oim, partner chiave delle politiche europee nel Sahel, l’assistenza umanitaria ai migranti va a braccetto con l’identificazione e i controlli ai confini. Un legame ribadito a metà febbraio a Roma nel corso di “Border Security”, conferenza internazionale sponsorizzata tra gli altri dall’italiana Leonardo e dal colosso francese dell’identità digitale Idemia per «affrontare le questioni oggi più importanti per l’industria» sul tema del controllo dei confini. Esponenti di forze dell’ordine dell’Ue e rappresentanti delle industrie produttrici di tecnologie si sono incontrati in un resort per ricchi turisti e uomini d’affari, sulla via Aurelia Antica.

Il caso
Cosa c'è dietro il business della biometria
19/3/2019
In una sala conferenze, poco distante da piscina e campi da tennis, Marco Mantovan di Oim ha presentato uno degli interventi più innovativi dell’organizzazione in Niger: due camion attrezzati con tecnologie biometriche - 100 mila euro l’uno - in grado di immagazzinare i dati dei migranti intercettati nel deserto del Niger.

Mantovan ha concluso enfatizzando il ruolo centrale delle partnership pubblico-privato per sviluppare soluzioni ad hoc, affinché l’Oim possa raccogliere i dati biometrici dei migranti in paesi africani, in cui il 90 per cento di chi viaggia non ha documenti. Un rimando alla collaborazione, sempre più strutturata, tra l’Organizzazione internazionale per le migrazioni e l’industria.

A dicembre 2018 l’Oim ha promosso una conferenza a Bangkok insieme all’Asia Pacific Smart Card Association (Apsca), un network che riunisce le principali aziende produttrici di tecnologie biometriche con lo scopo di «favorire le relazioni dei produttori con nuovi e attuali clienti», mentre nel marzo 2019 proprio l’ufficio dell’organizzazione in Niger animerà una sessione a porte chiuse del World Border Security Congress, uno dei massimi eventi del settore, in Marocco.
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La virata dell’Oim verso l’utilizzo sistematico di tecnologie biometriche, si inserisce in un quadro generale in cui l’Unione europea finanzia programmi di raccolta di dati personali, per scopi di gestione delle frontiere e antiterrorismo. Il “Free Migration Management in West Africa”, di cui l’Oim è capofila, è stato finanziato dal Fondo europeo per lo sviluppo con 24 milioni di euro, per creare protocolli comuni di controllo delle frontiere in Africa occidentale e produrre una carta di identità biometrica per tutti i cittadini dei 15 paesi della Comunità economica dell’Africa occidentale (Ecowas), la più grande area di libera circolazione del continente.

Secondo Frantz Celestine, coordinatore del programma per conto di Oim Nigeria, la carta - con dati facciali e impronte digitali - «ridurrà violenze e corruzione alle frontiere perché dovrebbe essere letta dalle macchine in modo automatico». Celestine evidenzia anche che la raccolta di impronte digitali potrà essere usata per favorire i rimpatri dei migranti irregolari dall’Ue, «confrontando le impronte con registri nei paesi di origine». A beneficiarne sarà anche la sicurezza, «dato che l’ufficiale di frontiera potrà identificare più facilmente chi ha di fronte».

Un obiettivo in linea con quelli del Wapis, il sistema d’informazione di polizia dell’Africa occidentale, un altro progetto, da 25 milioni di euro in oltre 4 anni, finanziato dalla cooperazione allo sviluppo di Bruxelles sempre nei 15 paesi dell’Ecowas, più la Mauritania, per creare database criminali nella regione, connessi alle liste di allerta di Interpol per cui, secondo la stessa Interpol, «si esplora la possibile connessione al sistema Midas, sviluppato da Oim».
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Abdourahmane Alpha, direttore della Polizia di frontiera del Niger, è cosciente dei «progetti di collegare i nostri database a quelli europei, per gestire al meglio le frontiere». Prima però, spiega, «dovremo equipaggiare il maggior numero possibile di posti di frontiera con il sistema Midas». I suoi agenti, in un ufficio nel centro di Niamey, la capitale del paese, possono leggere in tempo reale i dati di un ghanese o di un senegalese in entrata da Makalondi, per confrontarli con altre banche dati.

Pur essendo il Niger un partner privilegiato dell’Ue in ambito migratorio - beneficiario di oltre un miliardo di aiuti comunitari tra 2014 e 2020 - installare il Midas sarà una sfida. Uno studio interno, ottenuto da L’Espresso e basato sulla visita a 12 posti di frontiera - sui 31 ufficiali lungo 5 mila chilometri di confine - indica solo un posto di polizia, alla frontiera con la Nigeria, come adatto all’installazione. Oim però conferma che saranno almeno sei i posti di frontiera equipaggiati con tecnologie biometriche entro il 2020.

Ma impronte, foto e scan di documenti contenuti nei server Midas, sono già alla base di un nuovo progetto lanciato da Frontex - l’agenzia europea per le frontiere - proprio in Niger. A fine novembre 2018, l’agenzia dell’Ue, incaricata, tra l’altro, di rimpatriare migranti irregolari, ha aperto a Niamey, nei locali della polizia di frontiera, la prima di otto cellule di analisi dei rischi, da replicare in altrettanti paesi dell’Africa subsahariana. Secondo una nota interna ottenuta da L’Espresso, la raccolta di dati delle cellule dovrà attingere proprio a database come Midas e Pisces. Il personale di queste cellule, finanziato e formato da Frontex, è costituito da polizia locale e l’agenzia spiega quindi che, formalmente, non potrà accedere ai database nazionali. Gli occhi europei arriverebbero insomma indirettamente sugli schermi nigerini.

Ad una frontiera ben visibile, fatta di pattugliamenti e arresti lungo le piste del Sahara se ne affianca una intangibile, che viaggia molto più velocemente. Mentre il Niger diventa un cul de sac per i migranti diretti a nord, verso la Libia, le loro impronte digitali e i loro volti arriveranno rapidamente oltre il Mediterraneo, su cavi senza frontiere, fino agli enormi server dell’Ue, sempre più connessi tra loro. La Commissione europea ha proposto di triplicare i fondi per la gestione dei confini: dal 2021 al 2027 sono previsti 34,9 miliardi di euro per il controllo delle frontiere, rispetto ai 13 del settennio precedente. Molte di queste risorse saranno spese nella creazione e interconnessione di database informatici.

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