
Illuminato dalle luci dell’alba, le gru che lo circondano sembrano corpo vivo, creature arrivate da un altro tempo a sussurrare al disegno in potenza del grande progetto che Gheddafi aveva per la capitale che mai sarà atto, che ad attenderlo non c’è l’oblio cui sono destinate le cose distrutte, finite, cenere alla cenere, ma la sorte delle cose sospese.
Restano lì a memoria di quello che è stato, che avrebbe potuto essere e che proprio per questo, perché sono lì a ricordarci che avrebbero potuto essere, un giorno forse torneranno.
Per questo, l’edificio che non è mai diventato un hotel di lusso è un po’ come la Libia, è un pezzo dell’eredità del regime, che ha fatto una capriola e sta riportando tutti al punto di partenza.

Nel distretto di Hay el Akwakh, nell’area di Abu Salim, periferia sud della città, c’è un altro hotel, un altro hotel non finito. Prima del 2011 la municipalità locale l’aveva pensato per accogliere turisti e viaggiatori, dalla porta principale si aprono due larghi corridoi con due file di stanze per ognuno dei due piani. Dopo la rivoluzione è stato saccheggiato, niente più porte, finestre, mobili, hanno portato via tutto. Per nove anni sospeso, anch’esso, a ricordare cosa avrebbe potuto essere e non è stato e a ricordare l’inciampo della rivoluzione. A ricordare che del prima, nelle rivoluzioni, la furia fa buttare via tutto, troppo velocemente. Il bambino con l’acqua sporca. Che poi magari, acciaccato ma sopravvissuto, torna a bussare sotto forma di fantasma, tragedia o farsa.
Anche l’hotel di Abu Salim ha fatto una capriola, e oggi ospita cinquantasette famiglie di sfollati libici. Vivono qui da quando si sono svegliati ad aprile e al posto del traffico delle zone popolose si sentiva il rumore dei mezzi militari schierati e le lenzuola stese sui tetti delle case attorno avevano lasciato posto ai cecchini.
Darin è un’insegnante, arriva nella stanza che ospita la sua famiglia intorno all’una, tenendo per mano i suoi due bambini. Sono tornati a scuola il giorno prima, dopo mesi di interruzione: lei a insegnare e loro a lezione, ma solo per tre ore: "Ragioni di sicurezza" dice il sindaco della municipalità Abdulrhaman al Hamdi. Che poi però, a metà del primo sorso di caffè, dice che in fondo non si può essere sicuri nemmeno quelle tre ore. «Hai letto quello che è successo la settimana scorsa, i tre bambini che giocavano a pallone in mezzo alla strada proprio qua vicino, è arrivato un missile e sono morti tutti?».
Sì, ero lì ieri pomeriggio. È rimasto un buco con l’asfalto annerito intorno, un’automobile parcheggiata e danneggiata dalle schegge e case vuote sulla via. Andati via i genitori dei bambini e quasi tutti gli altri. C’è solo qualche giovane rimasto a presidiare beni e averi. È la guerra, a rimpiazzare quelli che fuggono arrivano quelli che saccheggiano.
Dal fondo della via un’automobile con un’anziana e un uomo alla guida, nel bagagliaio niente. «Vivete qui?». «Sì ma andiamo via, rocket rocket, razzi razzi, ma torniamo presto, torniamo presto».
Funziona così, si va via senza niente pensando di tornare. Forse si lascia nella fretta di scappare, forse però si lascia nella speranza che la separazione sia breve, che la casa diventi un ex voto. Intanto la si lascia a vivere una vita sospesa, come l’hotel di lusso di Daraa o quello di Abu Salim , l’hotel degli sfollati, la nuova casa di Darin.

Ha trentacinque anni e viveva a Wadi Rabia fino a nove mesi fa, poi casa è diventata una stanza di sedici metri quadri e sono fortunati, lei e la sua famiglia, perché hanno il bagno. Darin pensava che la guerra sarebbe durata poco, come nell’autunno del 2018. Pensava fosse come due anni fa, ventotto giorni fuori casa e poi tutto come prima, sperava fosse come al tempo della guerra dei Kaniat, quando i gruppi armati di Tarhouna hanno attaccato le milizie di Tripoli. Le parole d’ordine: via i corrotti dalla capitale. Lo slogan: liberiamo la capitale dalla tirannia delle milizie.
Sono passati due anni dalla guerra dei Kaniat, i gruppi armati che facevano la guerra alle milizie di Tripoli si sono divisi, qualcuno sostiene le truppe a difesa della capitale, qualcun altro sostiene il generale della Cirenaica. Del cartello di milizie di Tripoli è rimasto ben poco, il potere è fluido qui come gli accordi e sta già, di nuovo, cambiando connotati. Gli alleati di ieri sono i nemici di oggi, gli slogan anticorruzione sono gli stessi che Haftar usa per giustificare la sua guerra e il tempo delle persone è scandito come un intervallo tra le armi: pensavo fosse come la guerra di due anni fa, speriamo che non sia come Fajr Libya, la guerra di sei anni fa e via contando.
La guerra, anche qui, è il metro del tempo. E il tempo di oggi è un frattempo, un intervallo in cui, a non voler essere sordi, si sente in sottofondo il fantasma che torna a bussare, lo si ascolta davanti a tutte le cose sospese, alle gru ferme da nove anni avvolte dalla luce dell’alba o sulle strade verso la linea del fronte, il fronte che non tace mai, rumoreggia, e si prepara, si muove come una cosa sospesa che si sta svegliando, come il brulicare della violenza sul punto di succedere.