Milioni di persone invisibili. Se prendono il virus devono pagarsi da soli dottori e medicine. E se perdono il lavoro non hanno diritto ai sussidi. Ma più ancora del contagio temono gli agenti anti-immigrazione

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«Vivo a New York da 5 anni. E no, non mi sento protetta: contribuiamo all’economia, ma siamo dimenticati». Gloria, originaria dell’Ecuador, lavora come domestica presso le abitazioni di alcune famiglie di Williamsburg, vivace quartiere hipster di Brooklyn. Da quando il coronavirus ha cominciato a diffondersi in città, le ansie degli oltre 10 milioni di immigrati che, come lei, vivono negli Usa senza documenti si sono moltiplicate. «Non lavoro da più di 15 giorni, ho una bambina di 4 anni da proteggere», spiega.

Essendo irregolare, la donna non ha accesso agli aiuti economici stanziati dal governo federale, né ha una assicurazione sanitaria. Così, quando nei giorni scorsi suo marito si è ammalato, ha consultato un medico privato. «Abbiamo speso 150 dollari per la visita, e altri cento per le medicine», dice. Qualche giorno fa, per raccogliere i soldi per la spesa, è tornata al lavoro. «Spesso non ci forniscono mascherine né guanti. Mettiamo a rischio la nostra vita per pochi dollari».

Il supporto maggiore, in questo periodo, le è giunto dal Worker’s Justice Project, organizzazione con sede a Brooklyn che assiste nelle loro rivendicazioni i lavoratori più vulnerabili. La sua direttrice esecutiva, Ligia Guallpa, è lei stessa originaria dell’Ecuador: suo padre, lavoratore a giornata che ha lottato per anni per portare cibo in tavola, è giunto negli Usa negli anni ’80. «In questa città gli immigrati sono in prima linea in ogni emergenza: l’11 settembre, sono stati loro a scavare nelle macerie. Dopo l’urgano Sandy, hanno ricostruito le aree costiere di New York. E ora, è grazie a loro se abbiamo cibo in tavola, se la spazzatura viene ritirata e se i servizi essenziali sono assicurati», spiega.

Eppure, le persone come Gloria compongono il più delle volte un esercito di invisibili, nonostante molti di loro contribuiscano al fisco americano perché il sistema che disciplina i rapporti di lavoro, e che dovrebbe assicurare che chi svolge un’attività retribuita abbia i requisiti per farlo, può essere facilmente aggirato. Il centro di Ligia sta raccogliendo donazioni per le famiglie di irregolari che, avendo perso il lavoro, lottano per la sopravvivenza, e chiedendo a gran voce alle autorità un piano più strutturato. Mentre il governatore dello stato di New York, Andrew Cuomo, ha per ora escluso un impegno in tal senso, il sindaco Bill De Blasio ha annunciato l’arrivo di un fondo da 20 milioni di dollari dedicato agli immigrati e finanziato dalla Open Society Foundations.

La strada è stata aperta dalla California, il primo stato a prevedere un pacchetto di aiuti per le persone prive di documenti, anche grazie al contributo di privati. Ma secondo le prime stime, il denaro basterà solo per 150 mila degli oltre 2,2 milioni di irregolari lì residenti. Un po’ ovunque, i dati della crisi seguono le crepe delle disuguaglianze sociali: a New York, al 6 aprile, il totale dei deceduti per il virus apparteneva per il 34 per cento alla comunità latina e per il 28 per cento a quella afroamericana, colpite due volte in più rispetto ai bianchi.

A Chicago, dove oltre il 70 per cento delle morti per coronavirus si sono registrate tra gli afroamericani, Glo H. Choi assiste come community organizer decine di irregolari. Il giovane coreano è giunto illegalmente nella città dell’Illinois da bambino, nel 1996, con la sua famiglia. «Il Covid-19 non ha fatto altro che esacerbare paure e disuguaglianze già esistenti», dice. Secondo alcune stime, in tutto il Paese sono 7,1 milioni le persone senza documenti che non hanno alcun tipo di copertura sanitaria. Ma non è l’unico problema: «Tanti non si fanno visitare perché temono di essere segnalati all’immigrazione, oltre che di finire in rosso a causa dei costi delle cure», racconta Glo.

Tecnicamente, con l’inizio della crisi, l’Ice, agenzia federale che si occupa di immigrazione e controllo delle frontiere, ha assicurato che non porterà avanti rastrellamenti nei pressi di ospedali e strutture mediche, se non «in circostanze straordinarie». E l’Uscis, altra agenzia che amministra il sistema di immigrazione e naturalizzazione, a fine marzo ha invitato tutti coloro che presentano sintomi, compresi gli stranieri, a rivolgersi alle strutture preposte: in deroga alla recente regola che chiude le porte degli States alle persone che dipendono da programmi di assistenza pubblica, ha assicurato che ciò «non influirà negativamente» sulle loro possibilità di restare nel Paese.

Eppure, per molti è difficile fidarsi. «A questo virus non interessa se sei un immigrato o un cittadino americano: le cure vanno fornite a tutti», spiega Glo. «Lo stesso per gli aiuti economici: tutti contribuiscono alla loro comunità, e tutti meritano di ricevere assistenza». Il suo lavoro, spiega, «è mostrare alle persone come me che meritano dignità e rispetto. Specialmente ora».

Ma tra gli immigrati che ogni giorno lavorano nelle prime linee dell’emergenza, ci sono anche infermieri, paramedici, badanti, personale sanitario: secondo i dati, sarebbero circa 27 mila degli oltre 700 mila “dreamers”, giunti negli Usa da piccoli e regolarizzati temporaneamente grazie al programma obamiano “Deferred Action for Childhood” (Daca). Altri 200, studiano nelle scuole di medicina o sono medici specializzandi.

Il paramedico Jesus Contreras, nato in Messico, è arrivato negli Usa con sua madre a 6 anni. Dopo aver ottenuto grazie al Daca uno status legale temporaneo, ha potuto realizzare il suo sogno di aiutare le persone nei momenti peggiori della loro vita. Lo ha fatto quando l’uragano Harvey ha colpito la parte sudorientale del Texas nell’agosto 2017; lo sta facendo ora, nel mezzo dell’emergenza coronavirus. In questi giorni, i suoi turni durano anche 32 ore: «La nostra risposta a richieste d’aiuto, di norma rapida, ora richiede molto più tempo a causa delle misure precauzionali necessarie», racconta. «In questa stagione siamo abituati vedere influenze e infezioni respiratorie, ma quest’anno quei sintomi potrebbero indicare anche contagi da Covid-19, cosa che rende il nostro lavoro più complicato».

Nel 2017, Trump ha annunciato la volontà di mettere fine al Daca, gettando nell’incertezza centinaia di migliaia di persone. La Corte Suprema degli Stati Uniti dovrebbe presto decidere sul loro destino, e su quello del programma. «Noi immigrati e “dreamers” in prima linea siamo fieri di poter aiutare gli americani», assicura Jesus. «Ma è straniante, per noi, essere così strettamente connessi alle nostre comunità per il lavoro che facciamo, ed essere così disconnessi a livello nazionale a causa degli attacchi di Trump. Non siamo criminali come siamo stati dipinti. Se fosse così, non sarei qui a rischiare la mia vita ogni giorno».

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