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"Gli scioperi dei rider e di Amazon ci dicono che la gig economy è senza regole. La politica deve intervenire"

Cambia il mercato, l’algoritmo genera profitti crescenti ma nessun diritto. E i legislatori sfuggono alla sfida di dare dignità a questi nuovi lavoratori

«Credo di scorgere due principi anteriori alla ragione, di cui l’uno interessa fortemente al nostro benessere e alla nostra conservazione, l’altro ci ispira una ripugnanza naturale a vedere perire o soffrire qualunque essere sensibile, e soprattutto i nostri simili», scrive Jean-Jacques Rousseau in “Origine della disuguaglianza”.

Le trasformazioni in corso nel mondo del lavoro - con l’adozione di termini nuovi e processi sempre più disarticolati nella catena produttiva - portano con sé delle conseguenze sulla qualità di vita delle lavoratrici e dei lavoratori. La proclamazione dello sciopero contro Amazon di lunedì 22 marzo da parte dei sindacati Filt Cgil, Fit Cisl, Uiltrasporti che interesserà «tutto il personale dipendente di Amazon Logistica Italia e Amazon Transport Italia cui è applicato il Ccnl Logistica Trasporto Merci e Spedizione e di tutte le società di fornitura di servizi di logistica, movimentazione e distribuzione delle merci che operano per Amazon Logistica e Amazon Transport», come si legge nel loro comunicato, s’inserisce all’interno di questo processo di trasformazione da tempo in corso.

Tuttavia, parlare della trasformazione del lavoro porta con sé la necessità di interrogarsi sulle condizioni e sulla qualità di vita delle lavoratrici e dei lavoratori lungo la filiera della catena di produzione del “valore”. Ed è proprio dietro questo obiettivo di generare il valore che si materializzano modalità e fenomeni abbrutenti dal punto di vista umano soprattutto sul piano della precarizzazione del lavoro e dell’esistenza. Tuttavia, questo abbrutimento viene celato dietro terminologie nuove ed esteticamente attrattive sul piano linguistico, per renderlo più accettabile agli occhi dell’opinione pubblica. Questo maquillage linguistico illusorio è emblematico delle nostre società odierne.

Mentre da una parte alcuni principali player internazionali vedono il proprio valore di mercato crescere (ad esempio, come riporta Lsa Commerce Connecté, Amazon ha raggiunto i 320 miliardi di euro di vendita netta nell’esercizio 2020 con una crescita di oltre 100 miliardi di dollari), dall’altra parte le ricadute e i benefici di questa crescita non trovano riscontro in termini di miglioramento delle condizioni materiali delle lavoratrici e dei lavoratori.


Perciò parlare della trasformazione del lavoro in corso lungo la catena di produzione, oramai disarticolata e frammentata, è un invito ineluttabile ad interrogarsi, in una prospettiva olistica, sui veri e reali detentori del «comando di potere» lungo il ciclo produttivo, caratterizzato da ritmi temporali frenetici e cadenze spaziali frammentate anche su scala globale, senza che tuttavia si abbiano dei diritti globali. I beneficiari dei profitti, al vertice di questo ciclo produttivo, hanno innumerevoli intermediari tra sé e l’ampia base di lavoratrici e lavoratori, che permettono l’accumulo di ingenti guadagni.

Per coloro che sono alla base, il vertice è evanescente, invisibile, spesso irraggiungibile, il che rende difficoltoso l’agire sindacale. Questa dinamica, che si inserisce nella corsa globale della competitività e della redditività, «vede la diffusione di processi con ritmi frenetici, disgregazione del lavoro, frammentazione del ciclo produttivo, ricorso al sistema degli appalti e subappalti con false cooperative, evasione fiscale e contributiva, padroni e padroncini senza scrupoli, sottrazione di diritti salariali e sindacali», come ho analizzato più ampiamente nel mio libro “Umanità in rivolta” (Feltrinelli).
 

Tuttavia, la necessità di costruire dei diritti globali non può prescindere dal chiedersi cosa sia oggi l’agire sindacale nell’era in cui «è in corso una lotta di classe, è vero, ma è la mia classe, la classe ricca, che sta facendo la guerra, e stiamo vincendo», come sostiene l’imprenditore ed economista statunitense Warren Buffett. Che ci sia in corso una lotta alla classe lavoratrice si spiega con il fatto che «nel mondo il numero dei paesi in cui ai lavoratori è impedito di esercitare il diritto di istituire un sindacato o di aderirvi è aumentato da 92 nel 2018 a 107 nel 2019; che l’aumento maggiore è stato registrato in Europa; che il 40 per cento dei paesi europei non permette ai lavoratori di aderire ai sindacati, il 68 per cento ha violato il diritto di sciopero e il 50 per cento ha violato il diritto alla contrattazione collettiva», come ricorda la risoluzione del Parlamento europeo del 10 febbraio 2021 in merito alla riduzione delle disuguaglianze, con particolare attenzione alla povertà lavorativa.

La recente indagine condotta dalla procura di Milano in merito alle condizioni dei riders, braccianti metropolitani, riporta sotto i riflettori ciò che la politica non si decide a fare. Ovvero fare in modo che l’attività lavorativa nel mondo della gig economy possa svolgersi considerando la persona del rider non uno schiavo da sfruttare, ma un cittadino-persona da tutelare perché è portatore di diritti e dignità indipendentemente dal genere, dal colore della pelle e/o dalla provenienza geografica. Una necessità di riconoscimento che la politica stenta ad assumere perché molto probabilmente il potere economico ha preso la supremazia sul potere politico. Questo sollecita nel contempo ad assumere in modo “décomplexé” una riflessione approfondita e sincera su cosa sia e debba essere l’agire sindacale in un simile contesto.


Intanto qualcosa si muove sul campo delle contraddizioni, con la nascita di processi da parte di lavoratrici e lavoratori che decidono di auto-organizzarsi collettivamente per rivendicare in prima persona i diritti negati. A questo riguardo, la rete “Rider x i Diritti” si mobiliterà a livello nazionale il prossimo 26 marzo, per chiedere «con urgenza la necessità di applicare un contratto collettivo nazionale di settore che regolamenti tutta la categoria riconoscendo a lavoratrici e a lavoratori tutti i diritti e piene tutele», come si legge nel comunicato della rete. Un appello al quale la Lega Braccianti ha deciso di aderire in segno di solidarietà e per una unione delle lotte al fine di assicurare un cibo eticamente sano alle persone, e di garantire uguale lavoro e uguale salario - in prospettiva del riconoscimento dei diritti salariali, previdenziali, di sicurezza sul lavoro, ecc. - alle lavoratrici e ai lavoratori.

La mobilitazione contro Amazon del 22 marzo e quella dei rider del 26 marzo esprimono una necessità di regolamentare il mondo del lavoro degli algoritmi in particolare e della gig economy in generale: perché «gli strumenti ci sono già, oppure si possono individuare tramite la discussione collettiva. L’importante è non dare l’innovazione per scontata né temere di contrastarla, quando necessario, per indirizzarla verso il progresso a beneficio di tutti. Non solo non è impossibile, non sarebbe neppure inedito», come sostengono Antonio Aloisi e Valerio De Stefano nel loro libro “Il tuo Capo è un algoritmo” (Laterza).

La sfida risiede proprio qui: ovvero come mettere l’innovazione al servizio dello sviluppo della persona in un sistema economico che deve essere al servizio dell’uomo entro una cornice di regole chiare in termini di doveri-responsabilità e di riconoscimento dei diritti. Riusciremo a vincere questa sfida se le lavoratrici e i lavoratori della gig economy e tutte le persone che usufruiscono di questi servizi digitali saranno uniti soprattutto in nome di quei «due principi anteriori alla ragione», di cui parlava Jean-Jacques Rousseau.

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