Il gigante asiatico ha reagito alle sanzioni europee punendo chi denuncia i suoi abusi nei diritti umani. «Ma l’Europa difende i suoi valori» spiega Reinhard Bütikofer, capo della delegazione per le relazioni della Cina

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Tedesco e verde, Reinhard Bütikofer è l'uomo a cui Bruxelles guarda quando parla di Cina. Capo della delegazione europarlamentari per le relazioni della Cina, per anni è stato un grande mediatore. Oggi è uno dei critici più vocali contro il costante abuso dei diritti umani che Pechino compie all'interno dei suoi confini e che comincia a volere esportare.

 

Su pressione dell'Europarlamento, la scorsa settimana il Consiglio ha posto sanzioni su quattro responsabili diretti della politica di soppressione della minoranza musulmana uigura in Xinjiang. Questa settimana, come risposta, con un atto che involontariamente mette in luce l'unità europea, Pechino ha sanzionato Bütikofer insieme ai colleghi Michael Gahler, Raphaël Glucksmann, Ilhan Kyuchyuk and Miriam Lexmann; a Sjoerd Wiemer Sjoerdsma del parlamento olandese, a Samuel Cogolati di quello belga, al lituano Dovile Sakaliene, allo studioso tedesco Adrian Zenz e quello svedese Björn Jerdén. Sanzionati sono stati anche il Comitato di politica e sicurezza del Consiglio europeo e il Comitato per i diritti umani dell'europarlamento, oltre a think tank tedesco Merics e alla fondazione per l'Alleanza delle democrazie in Danimarca.

 

A tutti questi soggetti fisici e giuridici e alle loro famiglie Pechino ha vietato l'ingresso in Cina. Non solo. Con uno scatto di “ubris”, ha invitato l'Europa «a riflettere su se stessa e affrontare la gravità dei suoi errori e a correggerli» perché «deve smettere di dare lezioni agli altri sui diritti umani e di interferire negli affari interni. Deve mettere fine alla pratica ipocrita del doppio standard e smettere di seguire un sentiero sbagliato».

 

Come considera le sanzioni che l'Europa ha posto nei confronti di quattro politici direttamente responsabili delle misure intraprese in Xinjiang contro la popolazione uigura, che i parlamenti canadese e olandese hanno definito genocidio? Si tratta delle prime sanzioni imposte, anche se in forma leggera, dal massacro di Tiananmen nel 1989.

«Abbiamo fatto un passo in avanti. Negli ultimi mesi molti hanno creduto che la Cina fosse riuscita a neutralizzare l'Europa e a dividerla dagli Stati Uniti grazie all'accordo sugli investimenti raggiunto nell'ultimo giorno dell'anno scorso. Un accordo che ha reso i cinesi molto sicuri di se stessi e ha consentito loro di sentirsi potenti e nella posizione di poter mancare di rispetto agli europei. Ma proprio nel momento in cui si sono sentiti vincitori, si sono dovuti rendere conto che l'Europa è più di un'Unione commerciale ed è capace di difendere i suoi valori».

 

La risposta è stata molto dura...

«La reazione è stata sproporzionata, esattamente come voluto dai cinesi, che vogliono dimostrare una loro crescente dominanza mondiale. Ma non capiscono che gli sforzi di bullismo nei nostri confronti non avranno successo. Noi, come parlamento europeo (ndr: da cui è partita l'iniziativa per imporre sanzioni alla Cina) non possiamo non continuare a denunciare i crimini contro l'umanità, a chiamarli con il loro nome, e a denunciare l'oppressione del popolo uiguro in Xinjiang e di quello di Hong Kong, dove la Cina ha violato gli accordi. Continueremo a dire le cose esattamente come stanno. I cinesi ci stanno facendo capire che vorrebbero esportare la loro versione della libertà di parola ma non succederà. Si stanno facendo male da soli: perfino coloro che prima volevano concedere a Pechino il beneficio del dubbio adesso si stanno ricredendo».

 

Ritiene che la Germania, che in nome dei propri interessi economici ha imposto all'Unione un atteggiamento morbido verso la Cina, potrà ora cambiare strategia?

«Le cose stanno già cambiando da almeno un anno. La Federazione delle aziende tedesche aveva pubblicato l'anno scorso una strategia cinese che gettava le basi per una discussione critica del nostro rapporto commerciale e altre federazioni l'hanno copiata. Se Business Europe, la più grande lobby industriale di Bruxelles, ha pubblicato una cosa simile, è perché ha avuto il nulla osta tedesco. Anche il settore delle macchine industriali è diventato critico verso la Cina. Esiste il business tedesco e poi esistono Volkswagen e Siemens. Il vecchio teorema americano per cui quello che va bene per General Motors va bene per gli Usa non funziona più da anni. Oggi lo stesso vale per la Germania e Volkswagen».

 

Ma l'accordo sugli investimenti di dicembre è stato voluto proprio dalla cancelleria tedesca...

«Vedo una lenta ma sicura convergenza della Germania sulle questioni economiche europee. La Germania nel 2016 ha votato a favore delle misure anti-dumping, ha co-iniziato il meccanismo di revisione degli investimenti stranieri in Europa, ha chiesto reciprocità sulle forniture. Ma questi sviluppi non sono riflessi nelle posizioni di Angela Merkel. È Merkel ad essere indietro, non la Germania. Ha perso fiducia nel futuro della Germania e dell'Europa, e ha paura della potenza cinese. L'hanno sentita dire che avremmo dovuto fare l'accordo sugli investimenti con la Cina adesso perché altrimenti tra cinque anni avremmo ottenuto un accordo peggiore. Ha un approccio fatalistico e negativo che non mi pare realistico».

 

Dunque il rapporto Europa Cina è sulla via della riconsiderazione?

«Credo che una o due lezioni noi tedeschi le abbiamo imparate. Dieci anni fa il termine politica industriale sarebbe stato impronunciabile in Germania. Chi era a favore di una politica industriale o era un comunista oppure filo-francese: i sostenitori del libero mercato non si sarebbero mai azzardati. Oggi invece la Germania è ben contenta che il commissario Thierry Breton spieghi quale sia la politica industriale europea. Stiamo imparando che la “connessione internazionale” non l'ha inventata la Cina con l'iniziativa della Nuova via della Seta. Fa parte del Dna politico dell'Europa da sempre ma l'Europa non è riuscita a farne una parte strategica delle sue relazioni internazionali. Ora stiamo raddrizzando il tiro e faremo molto meglio, diventerà un elemento importante della politica europea in tutto il mondo. L'Europa impara dagli errori».

 

Come migliorare?

«Se la Cina, che spende il 2,4 per cento del Pil sulla Ricerca e sviluppo, dice che vuole aumentare quella spesa e portarla al 7 per cento, allora l'Europa deve capire che si deve svegliare. Che si deve concentrare sulla Ricerca e sviluppo e sui programmi di Horizon. Non ci siamo ancora, vero. Ma penso che possiamo fare meglio. Così come con i rapporti transatlantici. La volontà di Joe Biden di lavorare con gli alleati e costruire un fronte unito delle democrazie può rafforzare la posizione europea. Insieme, noi occidentali siamo più forti».

 

Verrà ripescato l'accordo commerciale del TTIP che l'ex presidente Barak Obama avrebbe voluto siglare in chiave di contenimento cinese?

«Il TTIP è morto ma ci sono nuovi metodi. Gli Usa e la Ue si sono già messi d'accordo per cessare la guerra tariffaria su Boeing e stanno discutendo di come riformare l'Organizzazione mondiale del Commercio, in particolare dell'organo di Appello e come inverdire il commercio».

 

Tornando alla Cina, teme che dopo la repressione dei mongoli, dei tibetani, dei cittadini di Hong Kong e degli uiguri, arriverà anche il turno di Taiwan, che la Cina reclama come suo territorio?

«Non abbiamo paura per Taiwan. È vero che Pechino ha messo a punto un piano di invasione militare di Taiwan ma non nell'immediato. Non quest'anno e nemmeno il prossimo. Non credo che il mondo dimenticherà la lezione imparata con Hong Kong. E il sostegno per la democrazia taiwanese sta crescendo. Un tempo non se ne parlava mai. Oggi la maggioranza del parlamento europeo ha chiesto alla Commissione di cominciare a negoziare un accordo commerciale con Taiwan. Pechino potrebbe riflettere su quanto danno le porterebbe una posizione aggressiva su Taiwan».

 

Ritiene davvero che i dirigenti cinesi possano cambiare idea su una delle loro linee rosse adesso che si sentono nuova potenza mondiale?

«Non so di quante lezioni avranno bisogno i dirigenti cinesi ma noi ne abbiamo un po' da parte».

Tipo?

«L'organizzazione di un boicottaggio politico ed economico delle Olimpiadi invernali. Questo non vuol dire che gli sportivi e le sportive non andranno a gareggiare ma che i politici non ci andranno e che gli sponsor potranno spendere i loro soldi su qualcos'altro».

 

E per il genocidio uiguro a mano cinese, cosa potrebbe fare l'Europa oggi?

«Non possiamo dire a Xi Jinping che politica fare ma possiamo mettere un cartellino sul comportamento atroce in Xinjiang, dove la Cina ha ridotto in schiavitù oltre un milione di persone, e farlo diventare una questione importante, infliggendo alla Cina un pesante danno d'immagine nell'arena internazionale. Dovremmo fare uno sforzo per mettere in atto un bando contro l'importazione di lavoro forzato in Europa. Come? Facendo in modo, entro la fine dell'anno, che le nostre aziende e i loro fornitori smettano di acquistare dallo Xinjiang».

 

E l'Italia, unico Paese europeo ad avere aderito all'iniziativa della Via della seta di Pechino?Pensa che sarà un ostacolo per l'unità europea?

«L'Italia è un ottimo partner per l'Europa e il fatto che un ministro degli Esteri sia eccessivamente appassionato del regime autoritario cinese non avrà nessun impatto a livello di unità europea».

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