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Attualità
maggio, 2021

«Omofobia, la scuola è il nostro inferno»

Adolescenti picchiati, insultati, esclusi. Una comunità che mette a nudo le aggressioni quotidiane nel Paese. Ecco i loro racconti

È sempre più difficile immaginare la profonda solitudine degli adolescenti lgbt. Il dibattito politico sulla legge Zan ha riportato sotto il cono di luce l’odio omotransfobico ma lo ha identificato solo con l’aggressione violenta e sanguinaria. Con la coltellata o il pestaggio. C’è invece un’omotransfobia quotidiana che miete vittime tra i giovanissimi e può pesare tutta la vita. «Ho passato gli ultimi anni del liceo in totale silenzio», racconta Riccardo, 18 anni. «Vedevo i miei compagni vantarsi delle ragazze. Io che non ero attratto e venivo visto come quello strano. C’era questa bolla tra me e gli altri. Entravano nel mio mondo solo per insultarmi o picchiarmi. Facevo brutti pensieri. Passavo i giorni a studiare il metodo più veloce per farla finita. Ne sono uscito da solo. I professori, invece di ricercare la fonte del mio disagio, mi tartassavano. E si giravano dall’altra parte quando vedevano episodi di bullismo. Pure la scuola mi aveva abbandonato».

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La vita delle persone lgbt tra i banchi di scuola è spesso una condanna al silenzio. C’è una barriera tra loro e il mondo esterno, un vetro sottile che frena la spontaneità degli adolescenti per evitare che gli altri si accorgano del «segreto». Il bullismo è violenza fisica, verbale o psicologica e non è un conflitto tra coetanei. Qui non si manifestano le proprie ragioni, non si tenta una mediazione. Gli episodi di bullismo prevedono una sproporzione di forze tra i bulli (si agisce quasi sempre in gruppo) e la persona bersaglio; l’intenzione di fare del male è palese. I bulli che aggrediscono non motivano mai il loro agire sulla base di «ciò che l’altro fa», ma colpiscono «ciò che l’altro è». «L’ho picchiato perché è gay». Chi è bersaglio prova un malessere profondo che può sfociare in autolesionismo, ansie, pensieri suicidi come quelli che hanno attraversato la mente di Riccardo: «Paradossalmente mi ha aiutato la pandemia. Mi ha costretto a stare lontano dall’ambiente scolastico e capire che non sono io quello sbagliato». L’aggressione nei confronti delle persone lgbt è oggi una formazione di genere: se non dimostri anche solo a parole che non sei «frocio» diventi sospetto. La condanna emessa è l’esilio.


«Frocio e finocchio» sono insulti abituali, laddove la parola lesbica viene utilizzata poco, perché del lesbismo viene tabuizzato anche l’insulto. Parole usate come pugni che negano sentimenti, identità e relazioni. I ragazzi lgbt bersagliati a volte lasciano la scuola: «Avevano creato un profilo Facebook con il mio nome e l’aggiunta: è gay. Durante la dad i miei compagni lo usavano per i giochi online», racconta Antonio, 17 anni. «Poi durante le lezioni mi storpiavano il nome al femminile. La prof era lì. Non può non aver sentito. Ho mollato». Andrea ha 18 anni, vive a Roma e parla con gli occhi bassi. Non alza mai lo sguardo, perché ogni volta che lo ha fatto per quattro anni i due bulli della classe lo hanno riempito di schiaffi: «Vado da uno psicologo adesso. Dice che è il riflesso della paura degli ultimi anni. Mi viene naturale ormai. Ho cambiato scuola». E gli insegnanti? Sembrano assenti. Chi colpisce sa di agire indisturbato. La scuola italiana che ha chiuso le porte all’educazione sessuale oggi dice no anche all’educazione al rispetto, cioè a iniziative contro il bullismo omotransfobico spesso confuse con la fake-news alimentata dalla destra sul «gender nelle scuole». L’attenzione del corpo docente verso gli atti di bullismo risulta intermittente e spesso è delegata allo spazio «creativo» delle iniziative del singolo.

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Il bullismo omotransfobico influenza anche le azioni più semplici: «Per quattro anni non sono andato in bagno. Aspettavo di arrivare in casa perché non volevo trovarmi solo in una stanza con chi all’entrata mi urlava “frocio”», racconta Giovanni che adesso tra dad e lezioni in presenza sente di aver quasi terminato «questo periodo della mia vita che voglio solo dimenticare. Sopravviverò».
La scuola è questo per le persone gay, lesbiche, trans: un posto dove si dedica l’esistenza a sopravvivere. Lo spiega anche Alice, una ragazza trans di 17 anni. A scuola sul registro appare ancora con il nome di battesimo che non le appartiene più. Ma non le importa, spiega, perché gli insegnanti rispettano la sua identità di genere. «Quello che succede dopo la scuola mi fa paura. Cerco sempre di farmi venire a prendere». Uscita da scuola è stata inseguita da un gruppo di compagni e picchiata. Gli hanno stracciato i vestiti e svuotato lo zaino per terra. Alice non ha voluto denunciare. «Poi loro tornano più arrabbiati».
Spesso la discriminazione non arriva solo dai compagni di classe, come denuncia Cristian Cristalli, presidente e fondatore del gruppo Trans: «Una ragazza di 13 anni che, nonostante il coming out in famiglia e il supporto delle compagne e dei compagni di classe non viene riconosciuta come tale da una docente che continua a correggere la ragazza davanti a tutta la classe, perfino nell’uso dei pronomi. Declinandola dunque al maschile». La madre che venuta a conoscenza della situazione chiede un incontro con la preside che, anziché dimostrarsi comprensiva e disponibile, richiede una certificazione medica: «Nulla di più patologizzante», commenta Cristalli.


«Un prof nello sgridarmi mi fece outing di fronte a tutta la classe», ricorda Marco, ragazzo che oggi ha 20 anni: «Parlavo con la mia compagna di banco e lui disse: se devi baciarla, fallo subito. Ah, no, tu sei, e si portò la mano all’orecchio. Sono tutti scoppiati a ridere. Era l’ultimo anno».
Pesano ancora di più le discriminazioni multiple. F. è una ragazza bisessuale e disabile. Non fa coming out ma le compagne di classe scoprono che è attratta anche dalle ragazze, da quel momento tutto peggiora: «Ogni tanto venivo presa in giro per la mia disabilità. Ma raramente. Era sopportabile. Poi tutto è cambiato. Hanno creato una pagina Facebook pubblica, sopra postavano meme che mi ridicolizzavano perché amo anche le ragazze. E poi i gruppi Whatsapp con ragazzi di altre classi. Ho detto tutto quanto ai miei genitori. Ci siamo rivolti a un’associazione lgbt. Abbiamo parlato con l’avvocato. La paura era che queste parole diventassero atti violenti. Alla fine ho cambiato istituto».


M. adesso vive in una delle quattro case rifugio lgbt italiane, la sua identità non può essere svelata: «Ho 18 anni. Durante la dad i miei hanno scoperto che ero gay e mi hanno tolto il pc, il telefonino, l’iPad. Tutto. Non volevano che entrassi in contatto con il mondo esterno. E ho perso tanti giorni di scuola. Il problema è che i professori non capivano il perché. Non lo percepivano neanche. Adesso che sono maggiorenne mi sono potuto allontanare da casa e sto cercando di recuperare a scuola grazie alla casa rifugio che mi ospita».
La maggiore visibilità delle persone lgbt degli ultimi anni rinforza i pregiudizi. Nelle scuole soltanto parlare di omotransfobia significa schierarsi. Eppure servirebbe parlare di emozioni, sentimenti, rapporti. Come dimostra S. che ha 14 anni: «Mi sto scoprendo. C’è una ragazza che mi piace, immagino me e lei che dormiamo insieme, che ci abbracciamo. E mi confonde. Però mi piace vederla sorridere, parlare. Nessuno sa. La mia scuola è così bigotta nessuno capirebbe. Quindi mi tengo tutto dentro». S. non riesce a parlare con gli altri, cerca risposte sui social. Il suo profilo è un trionfo di serie tv lgbt friendly e artisti come Michele Bravi, Hayley Kiyoko, Harry Styles. Indaga tramite il web sé stessa per capirsi e trasforma così i propri sentimenti negli indizi di un giallo.


Gli studenti lgbt colpiti spesso affrontano anni di esclusione. Ma cosa succede dopo, alla fine del percorso scolastico? Gli adolescenti schiacciati dall’omofobia che adulti saranno? Lo spiega Vittorio Lingiardi psichiatra e psicoanalista, professore ordinario di Psicologia dinamica presso la Sapienza Università di Roma: «Come decine di studi continuano a confermare, gli effetti del bullismo omofobico possono essere gravi, a breve e lungo termine: quadri post-traumatici, sintomi ansiosi, depressivi, fino all’ideazione suicidaria. Effetti che si intensificano se oltre al bullismo l’adolescente si sente anche rifiutato o non compreso dalla famiglia o dagli insegnanti. Fattori protettivi sono invece un clima familiare positivo, politiche di inclusività e dialogo a scuola, la possibilità di contare su adulti amorevoli e rispettosi dei percorsi, più o meno travagliati, di coming out. Il bullismo omotransfobico colpisce e umilia il nucleo della propria identità, generando ferite che non subito e non sempre si rimarginano. E che si chiamano insicurezza sociale, sfiducia nelle relazioni, disamore verso sé stessi». L’omotransfobia affonda le sue radici nell’assenza di iniziative istituzionali, racconta ancora Lingiardi: «In Paesi come il nostro, è l’assenza o l’inadeguatezza di progetti scolastici e formativi di educazione alla sessualità e all’affettività. Parlando da psicoterapeuta, un aspetto interessante del ddl Zan è l’attenzione a un approccio a più livelli nel contrasto all’omotransfobia. Tra queste, la proposta di istituire una Giornata nazionale contro l’omofobia, la transfobia e la bifobia contiene, se ben sfruttata, potenzialità di riflessione e crescita collettiva. Sappiamo che non è certo una giornata a cambiare lo stato delle cose, ma credo che l’immaginario collettivo (e le pratiche quotidiane che ne discendono) sia sensibilizzabile anche da questi momenti simbolici di riconoscimento e condivisione».


Il ddl Zan che prevede una strategia nazionale di contrasto all’omotransfobia nelle scuole è al palo al Senato. La paralisi in un paese in cui nelle scuole italiane gli insegnanti hanno difficoltà a interpretare il senso profondo della parola conoscenza, quella che si apre al rispetto e alla valorizzazione di tutte le differenze, che non sono solo di razza o religione, ma anche di identità di genere e di orientamento sessuale. E se, oltre studenti e professori, i progetti anti-omofobia coinvolgessero i nostri parlamentari?

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