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Montagna Longa: l’Antimafia apre il dossier sulla strage aerea di 50 anni fa

Acquisita la relazione dell’esperto che per Montagna Longa accredita la tesi dell’attentato. Il sospetto di una bomba neofascista alla vigilia delle politiche del maggio 1972. Al caso lavora anche il giudice Guido Salvini. Le connessioni tra i “neri” e Cosa nostra ignorate dai magistrati

Cinquant’anni e un unico rovello. Che la verità ufficiale fosse solo un frettoloso colpo di spugna per cancellare la memoria di una strage. Come spesso accade nel Paese che lascia infiniti conti aperti con la memoria, sono i dettagli a fare la differenza. Crepe nel muro che si vorrebbe granitico a difesa del non detto. E che con la caparbia tenacia di pochi e isolati resistenti, al contrario, si sbreccia, si incrina e potrebbe anche crollare, se solo si avesse la forza di fare i conti con il passato.

 

Cinque maggio 1972, Montagna Longa, il più grave disastro dell’aviazione civile italiana prima di Linate. Centoquindici vittime, 108 passeggeri e 7 donne e uomini di equipaggio, nello schianto del Dc 8 Alitalia,  I Diwb, volo Az 112, sulla cresta di una montagna di 935 metri a cinque miglia tra Carini e l’aeroporto di Punta Raisi, oggi Falcone e Borsellino, Palermo. 

 

Per le carte ufficiali - la sbrigativa relazione della commissione ministeriale (nominata dall’allora ministro dei Trasporti Oscar Luigi Scalfaro il 12 giugno ’72, il 27 aveva già concluso), la sentenza di Catania del 1984 di un processo senza colpevoli - Montagna Longa è un incidente, per un «verosimile» errore umano, di cui è però ignota la causa, la dinamica e, naturalmente, le responsabilità. Uccidendo così due volte il comandante Roberto Bartoli, il vice Bruno Dini e il tecnico motorista, anche lui brevettato, Gioacchino Di Fiore, attribuendogli, nell’impossibilità di difendersi, uno sbaglio indimostrato ma sufficiente a macchiarne la reputazione. E questo nonostante a poche ore dal disastro l’agenzia di stampa Reuters rilanciasse proprio l’ipotesi di attentato e numerosi testimoni giurassero che l’aereo volasse avvolto dalle fiamme prima dell’impatto. E che alcuni passeggeri non avessero le scarpe, che altri corpi fossero integri, che alcuni oggetti sembrassero divelti, che solo alcuni monconi dei relitto fossero incendiati e che sull’area non sembrava essersi riversato tutto il carburante che l’aereo avrebbe dovuto contenere.

 

Stranezze, che perfino il generale Francesco Lino a capo della commissione ministeriale non aveva potuto nascondersi, ipotizzando «una situazione particolare determinatasi all’interno della cabina di pilotaggio per l’intervento di persone estranee oppure di una avaria». E infine che l’Anpac, l’associazione dei piloti, avesse categoricamente escluso colpe dell’equipaggio. 

 

Non di errore si è trattato per molti dei parenti delle vittime, 98 orfani e 50 vedove che non si rassegnano. Perché di cose che non quadrano in questa sciagura che non sembra esserlo ce ne sono quante ne contiene una stanza di scartoffie. Quelle su cui adesso la commissione nazionale antimafia, sul finire della legislatura ha rimesso mano, provando a far ordine tra le piste ignorate dalla magistratura.  

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A contribuire agli approfondimenti è il magistrato milanese, esperto di trame, Guido Salvini, consulente dell’Antimafia di Nicola Morra. Anche sulla scorta del rapporto del vicequestore Giuseppe Peri, datato 1977, Montagna Longa va a collocarsi nel quadro della strategia della tensione di marca neofascista: i sequestri di persona per finanziare un piano di stabilizzazione, bombe per bloccare ogni possibile cambiamento. La paura come arma di conservazione.

 

«La ricostruzione secondo cui Montagna Longa sarebbe stata causata da un attentato si integra molto bene con il contesto degli eventi politico-eversivi della Sicilia di quegli anni. Penso alla partecipazione della mafia al golpe Borghese, agli attentati contro il quotidiano L'Ora di Palermo e ai campi paramilitari organizzati da Pierluigi Concutelli, ai sequestri di persona in Sicilia degli anni successivi riconducibili, come si legge nel rapporto del 1977 del vicequestore Peri, ad una comune strategia tra mafiosi ed estremisti di destra», spiega Salvini. 

Guido Salvini

Perché c’è anche un altro non trascurabile elemento, come L’Espresso ha già raccontato il 6 febbraio scorso. Da due anni giace nel limbo un rapporto tecnico dettagliatissimo che spiega con l’esplosione di una bomba a bordo lo schianto dell’aereo sulla montagna. Autore del dossier è l’ingegnere Rosario Ardito Marretta, docente di Aerodinamica e dinamica dei fluidi dell’università di Palermo che nel 2017 ha ricalcolato i parametri di volo dell’aereo, confrontato gli elementi certi, valutato le conseguenze dell’impatto sui corpi, analizzato le foto dei reperti, rivisitato le conclusioni delle inchieste e concluso che la verità non può che essere quella di una strage. «A bordo del velivolo durante il volo AZ 112 si è attuata una detonazione, esplodente prima e deflagrante dopo, che ha causato un’avaria irreversibile all’impiantistica di governo del velivolo causandone il collasso operativo e il conseguente disastro», ha scritto Marretta.

 

«Ho letto la perizia e mi sembra molto convincente in particolare quando rileva che la scatola nera era stata manomessa e documenta l'assenza di una zona di bruciatura sul terreno ove è avvenuto l'impatto. Circostanza questa che fa ritenere che il carburante sia fuoriuscito dal serbatoio accanto al quale era stata collocata una piccola carica esplosiva e si sia incendiato nella fase di atterraggio. La carica poteva essere comandata a distanza o con un meccanismo che si attiva automaticamente quando l'aereo scende di quota. In sostanza un sabotaggio molto simile a quello che colpì l'aereo di Enrico Mattei nel 1962 a Bescapè», spiega Salvini.

 

Una bomba a bordo, un piccolo ordigno per un attentato dimostrativo, da realizzarsi ad aereo atterrato e che un contrattempo, un ritardo, fece esplodere in volo, come sosteneva il vicequestore Peri. L’aereo ingovernabile avrebbe perso carburante, altro avrebbe provato a scaricarlo Bartoli, da qui l’incendio in volo, per finire sulla montagna. 

 

Aggiunge Salvini: «La commissione Antimafia aveva già acquisito la perizia Marretta ma la chiusura anticipata della legislatura ha impedito ulteriori approfondimenti. Spero che nella prossima legislatura la nuova Commissione riprenda a occuparsi di Montagna Longa che sarebbe la strage più grave avvenuta in Italia nel Dopoguerra». L’audizione di Marretta potrebbe essere il primo passo. 

 

Il 5 maggio del 1972 era vigilia di voto per le Politiche e si era a un anno dall’omicidio del procuratore capo di Palermo Pietro Scaglione sulla cui fine si allunga l’ombra di un patto tra mafia e neofascisti di solide basi in Sicilia: Stefano Delle Chiaie, Pierluigi Concutelli, in rapporti con Alberto Stefano Volo, controverso neofascista che confidò di aver saputo per tempo dell’attentato e di aver salvato la vita a un hostess. Lo stesso “preside nero”, tornato come fonte per la pista nera nell’assassinio del presidente della Regione Siciliana Piersanti Mattarella, il 6 gennaio del 1980. Si era a un anno e mezzo dal golpe Borghese (notte tra il 7 e l’8 dicembre del 1970). E su quell’aereo tornavano per votare molti siciliani che vivevano fuori per lavoro. C’era il medico del bandito Giuliano, Letterio Maggiore, il regista Franco Indovina che con Francesco Rosi lavorava sulla fine di Mattei, il comandante della Guardia di finanza di Palermo Antonio Fontanelli. E c’era Ignazio Alcamo, il magistrato che aveva inflitto il soggiorno obbligato a Ninetta Bagarella, moglie del boss Totò Riina.

 

Tanto il rapporto Peri, rintracciato nel 1997, quanto le conclusioni di Marretta, già note dal 2017, costituiscono l’ossatura del romanzo verità Settanta, Round Robin edizioni, pubblicato quest’anno, opera del lavoro su documenti autentici del giornalista Fabrizio Berruti. L’uscita di Settanta e la pubblicazione in inglese del rapporto di Marretta con il titolo “Unconventional aeronautical investigatory methods. The Case of Alitalia Flight AZ 112” per Cambridge Scholars Publishing hanno di nuovo acceso i riflettori su una delle pagine più trascurate della storia dei lutti nazionali. 

 

Traendo spunto dalle pubblicazioni dei due volumi, l’iniziativa dell’Antimafia interviene a colmare il vuoto lasciato dalla decisione della magistratura di Catania che ha liquidato con un decreto di cestinazione l’istanza dei familiari delle vittime per la riapertura del caso, sulla base delle risultanze di Marretta. Dal momento che non è possibile risalire a chi è stato, è la tesi, non vale darsi da fare per capire il come. Eppure di cose da indagare ce ne sarebbero.

 

Sulla scorta di una perizia del medico legale Livio Milone, i parenti, per molto tempo guidati da Maria Eleonora Fais che nella tragedia perse la sorella Angela, giornalista de L’Ora e Paese Sera, si erano anche detti disponibili alla riesumazione dei corpi. Tutto per arrivare almeno a escludere qualcosa, se non a dimostrare il resto. Tentativi su tentativi di ottenere dalla magistratura risposte ai mille interrogativi della strage. Che non è tale se non per le tessere che un quadro accomodante, l’errore umano, non riesce a collocare. Come quel nastro della scatola nera misteriosamente strappato nel punto in cui avrebbe dovuto registrare qualcosa sull’impatto. Marretta lo spiega come una manomissione preventiva dell’apparato che non doveva segnalare anomalie in cabina. La premessa del delitto perfetto. 

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