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Economia
agosto, 2022

Spiacenti, ci serve il carbone: e così l’emergenza ambientale viene dimenticata

I prezzi del gas legati alla guerra tra Russia e Ucraina riportano in auge anche la più inquietante tra le fonti energetiche. A costi enormi

Le miniere di carbone dell’Iglesiente in Sardegna sono state chiuse ufficialmente il 31 dicembre 2018, e da allora sono diventate un monumento di archeologia industriale, visitato dai bambini come il Colosseo, vestigia di un lontano passato. Una tonnellata del minerale più esecrato del pianeta (ma anche il più diffuso) per il suo alto coefficiente di inquinamento, valeva allora 70 dollari sulle borse merci internazionali.

 

Oggi il prezzo sfiora i 500 dollari, spinto dalla domanda dei Paesi europei, Italia e Germania in testa. La scarsa lungimiranza dimostrata nel legarsi oltre ogni ragionevolezza alle forniture russe di gas (38 per cento del fabbisogno energetico italiano nel 2021) si traduce in una corsa affannosa alla ricerca di altri fornitori ognuno con il suo carico di incognite – Algeria, Qatar, Mozambico, Azerbaijan – nonché in un’affrettata diversificazione delle fonti. Le rinnovabili restano al palo della burocrazia, il nucleare appartiene a una futuribile idea di sicurezza, l’idroelettrico è prosciugato dalla siccità: non resta che il carbone. Sarà al top della dannosità ambientale, ma realisticamente è l’unica fonte “pronto uso” disponibile, come ha esplicitato Mario Draghi alla Camera all’indomani dell’attacco russo, il 25 febbraio.

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Meglio l’inquinamento che i cannoni di Putin, a costo di accantonare gli accordi presi a Glasgow in novembre: zero emissioni entro il 2050 e riduzione del fossile del 45 per cento entro il 2030. Invece, nei mesi della guerra il contributo del carbone al fabbisogno nazionale è passato dal 4 al 6 per cento, e dal 20 al 30 per cento in Germania. Seguendo le indicazioni del governo, l’Enel - pur mantenendo formalmente la scadenza del 2025 per l’uscita dal carbone - è pronta a raddoppiare la produzione nelle sue quattro centrali (Brindisi, Civitavecchia, Marghera, Sulcis), e potrebbe riaccendere quella di La Spezia - dismessa a fine 2021 - anche se avverte che il riavvio non è cosa di un giorno (c’è pure da riqualificare il personale che è stato prepensionato). Con acquisti in Sudafrica, Indonesia e Colombia, la compagnia elettrica dispone già di 8 milioni di tonnellate di carbone e per tutto il 2023 continuerà ad aumentare la dotazione. Ci sono poi due centrali di gruppi privati (Fiume Santo in Sardegna dell’Eph e Monfalcone di A2a) che sono stati a loro volta sensibilizzati e hanno anch’essi sospeso la riconversione per un futuro “tutto gas” che oggi appare lunare.

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Il carbone “vale” 5-6 miliardi di metri cubi di gas su 70 di fabbisogno. Può essere la quota che fa la differenza, soprattutto se usato per dirottare il gas sugli stoccaggi strategici. I cattivi auspici sono, oltre che per il pianeta Terra, per le nostre bollette. Il carbone è più economico del gas (550 dollari a tonnellata) e più sicuro nelle forniture (viene da Paesi come Australia, Canada, Usa, oltre a quelli citati) ma è comunque costoso. Il più pregiato ed economico sarebbe, guarda caso, il carbone russo ma è meglio starne alla larga e poi il 10 agosto è scattato il blocco occidentale all’export, prima fonte energetica sotto embargo: il 31 dicembre sarà la volta del petrolio, e vedremo come andrà, mentre per il gas, al contrario, si spera che sia Mosca a non chiudere i rubinetti.

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