«Unstoppable». È «inarrestabile» l’aggettivo che rimbalza dietro le porte chiuse delle lobby di Washington, nelle assemblee di partito disseminate nel Paese, nei bar e nelle redazioni. Con esaltazione o con sgomento. Mancano poco più di otto mesi all’Election Day del 5 novembre, ma è chiaro che Donald Trump si aggiudicherà le primarie repubblicane e sfiderà il presidente democratico in carica Joe Biden. Nulla possono 91 capi d’accusa e quattro processi penali, uno al via già il prossimo mese. «Sta consolidando il controllo del partito, nonostante le cause in cui è coinvolto e le sconfitte che sta incassando, ultima la sentenza (da 355 milioni di dollari) contro la sua compagnia a New York», dice Jonathan Karl subito dopo la messa in onda di “This Week”, lo show politico che conduce su Abc News. Karl è forse il massimo esperto di “trumpologia”. Ha scritto dell’imprenditore sin dagli anni Novanta, quando, giovane cronista del New York Post, scarpinava per Manhattan.
Esaurita una prima fase di stima, Trump adesso lo annovera tra i nemici giurati. Ne ha sentiti tanti d’improperi Karl, nel periodo in cui ha coperto l’ascesa e la permanenza alla Casa Bianca. «Jon, sei un giornalista di terza categoria»; «vergognoso»; «non combinerai mai niente di buono». Ovviamente, racconta, «ogni volta che mi critica, i suoi supporter mi riempiono di insulti e minacce». La sua intuizione del personaggio e anni di dettagliata documentazione hanno partorito una trilogia bestseller: “Front Row at the Trump Show” del 2020, “Betrayal” del 2021 e “Tired of Winning” del 2023. Quest’ultima parte della saga racconta l’inesorabile capitolazione del partito repubblicano tradizionale sotto l’egida dell’imprenditore, che, tra l’altro, ha appena lanciato il suo brand di sneakers.
Trump ha ormai un vantaggio abissale su Nikki Haley. Possiamo considerare finite le primarie e iniziare a pensare alle Presidenziali?
«Tra poco ci sarà il “Super Tuesday” (il 5 marzo voteranno 15 Stati, ndr), quando sarà in ballo quasi la metà dei delegati repubblicani da assegnare. La conquista della nomination è alle porte; ci riuscirà molto più velocemente che nel 2016».
Haley si ritirerà?
«Ci sono molte pressioni perché lasci, ma non c’è motivo per cui non debba aspettare il “Super Tuesday” o la Convention repubblicana (a Milwaukee, dal 15 al 18 luglio, i delegati del partito assegnano formalmente la nomination, ndr). I grandi finanziatori potrebbero aiutarla a rimanere fino alla fine, anche se matematicamente eliminata, per capire intanto cosa accade a Trump sul fronte legale».
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La superiorità di Trump alle primarie è indiscussa. E i sondaggi lo vedono in vantaggio anche nella corsa per la Casa Bianca. È davvero imbattibile?
«A meno di un miracolo di Haley, lo è nelle primarie; ma può essere sconfitto alle elezioni generali. In quel contesto, porterà con sé un bagaglio molto negativo. Novembre è ancora lontano, i sondaggi sono inaffidabili ora. Appena partirà la campagna presidenziale, i democratici ricorderanno agli americani tutto quello che ha fatto e detto; le sue beghe legali saranno messe in primo piano. Quando arriverà il momento di votare, le persone non dovranno più esprimere un giudizio positivo o negativo sul presidente in carica, ma scegliere chi tra Biden e Trump vogliono alla Casa Bianca».
Tra tutte le minacce agli avversari e le promesse alla base, quali potrà realizzare se dovesse vincere?
«L’America ha un sistema di controlli e bilanciamenti; da solo il presidente può fare alcune cose, poi abbiamo i tribunali, il Congresso. Trump potrebbe voler uscire dalla Nato, ma non potrà decidere da solo perché è un Trattato ratificato dal Senato. Avrà comunque una posizione molto potente; quando parla di punizioni e vendette, sembra che le attuerà perché ne ha bisogno».
Dopo la sconfitta del 2020 e il caos del 6 gennaio 2021, Trump sembrava destinato all’oblio. Invece è tornato, raccogliendo consensi persino maggiori rispetto al 2016. Qual è la spiegazione?
«È, in effetti, sorprendente per un ex presidente che ha lasciato la Casa Bianca in disgrazia, che è stato incriminato in quattro distinti casi e che pronuncia dichiarazioni potenzialmente squalificanti per chiunque altro. Eppure, è tornato. Credo ci siano alcuni fattori. Uno è la debolezza dell’opposizione repubblicana. Quando è iniziata la campagna per le primarie, tutti i candidati avevano paura di criticarlo. Come si può superare Trump, se non si è disposti ad affrontarlo? Haley ha iniziato a farlo, ma forse è tardi. Un altro fattore è la debolezza di Biden. Ricordiamo, però, che, nonostante il basso indice di gradimento e i forti dubbi sull’età, Biden può battere Trump. Sarà un testa a testa. Il leader repubblicano domina le primarie, ma la corsa alle Presidenziali è una cosa diversa. Per i democratici lui è pericoloso e lo è anche per la maggior parte degli indipendenti».
Con lui il partito repubblicano è cambiato definitivamente?
«Stiamo assistendo alla fine del Grand Old Party per come lo conoscevamo. È il partito di Trump, che lo plasma a sua immagine; non è più quello di Ronald Reagan, John McCain, Mitt Romney, George Bush. Basta vedere l’influenza che ha sui membri del Congresso: se critica una legge al vaglio delle Camere, questa muore. È un partito più populista, costruito intorno a una persona».
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E l’ex presidente com’è cambiato negli anni, da quando è sceso in politica?
«La grande differenza rispetto al passato è che oggi è consumato dal desiderio di vendetta. Vuole annientare i nemici, usare il potere per perseguire chi, secondo lui, l’ha perseguitato o tradito; e tra questi ci sono molti repubblicani. Quando è stato eletto nel 2016, non aveva alcuna esperienza politica o militare e mai aveva ricoperto incarichi. Ma intorno a lui c’erano persone navigate che hanno cercato di impedirgli alcune mosse più azzardate che aveva in mente. Mi riferisco al generale James Mattis, suo ministro della Difesa, o al generale John Kelly, ministro alla Sicurezza interna e poi capo di Gabinetto. Ora, invece, nessuno gli dirà di no. Sarebbe un presidente diverso, se fosse rieletto. Se l’attacco al Campidoglio ha segnato la fine della sua presidenza, il Trump che abbiamo visto quel giorno rappresenterà l’inizio della seconda».