Le isole Svalbard abbandonano l’estrazione del carbone e puntano sui visitatori per sostenersi. Con un occhio all’equilibrio dell’ecosistema, spiega il primo cittadino della capitale

Mi pare che ci sia una sorta di “verità universalmente riconosciuta” tale per cui qualsiasi attività che si svolge nelle regioni artiche sia pericolosa per l’ambiente, mentre quelle che vengono fatte nelle regioni a Sud non lo sono e non capisco quale sia la differenza». Quando si chiede a Terje Aunevik se non ritiene troppo rischioso aprire al turismo la sua cittadina, con difficoltà riesce a nascondere il suo tono profondamente contrariato. Aunevik è il sindaco di Longyearbyen, il paesino di circa due migliaia di abitanti che è anche “capitale” delle isole Svalbard, l’arcipelago ghiacciato celebre per essere la regione abitata più a Nord del globo. Qui, al 78esimo parallelo, abitano più orsi polari che esseri umani: e tra le temperature proibitive e una natura tanto spettacolare quanto fragile, l’equilibrio con l’ambiente circostante è molto fragile. «Credo che la sfida principale oggi sia dovuta al fatto che il turismo non è ancora considerato un vero “business”, è visto come una sorta di minaccia, e in effetti per alcuni posti lo è – prova a puntualizzare Aunevik – Ad esempio per le tipiche destinazioni da volo charter, per via dei grandi volumi di persone che arrivano in un luogo tutte in una volta. Può essere una minaccia quando si preferisce la quantità rispetto alla qualità».

 

A Longyearbyen quindi non puntate sul turismo di massa?

 

«Il numero di persone che arriva è piuttosto limitato, non solo per le politiche locali, ma proprio per il tipo di turismo che abbiamo qui. Esiste un accordo tale per cui il turismo, qui da noi, non deve crescere solo in quanto a numero di visitatori, ma soprattutto come volume di entrate; tradotto, significa che deve essere economicamente interessante per la nostra società».

 

Quali politiche tutelano l’arcipelago delle Svalbard?

 

«Tutto avviene grazie alla grande interazione fra governo centrale e istituzioni locali, seguendo linee guida che tengono conto anche di regole di sostenibilità e qualità. Abbiamo così costruito un dialogo efficace. Sono davvero convinto che ci sia una sinergia fantastica fra le diverse attività che hanno luogo in città in questo momento, per esempio tutti gli scienziati stanno venendo qui e sono entusiasti del posto. Abbiamo già tutte le strutture al servizio del turismo, come l’aeroporto e il porto, e tutto questo crea la perfetta combinazione anche per sviluppare il settore della ricerca che ha una intrinseca anima internazionale. Mi piace questa combinazione, ma di certo il turismo va regolato con dialogo e collaborazione fra tutti gli attori coinvolti, in modo che il suo sviluppo avvenga anche in accordo con quanto si aspettano gli abitanti locali».

 

Per via della tundra, che è protetta, non potete espandere l’abitato per costruire nuovi hotel.

 

«Su questo c’è una policy. Longyearbyen non deve crescere, quindi anche se la domanda di pernotti dovesse aumentare molto, con la prospettiva di fare più soldi, abbiamo proprio un piano di sviluppo che vieta la costruzione di altri hotel. La crescita del turismo potrà avvenire all’interno delle diverse stagioni, il che è un bene: significa che invece di avere stagioni di picco come quella invernale, contro altre più vuote, potremo sempre avere turisti durante tutto l’arco dell’anno con volumi stabili, prevedibili e più facili da gestire».

 

Mine 7, l’ultima storica miniera di Longyearbyen, chiuderà entro questa estate. Non temete di perdere un pezzo importante della vostra identità?

 

«Naturalmente le miniere di carbone sono un enorme pezzo della nostra storia qui e della nostra identità, nonché il motivo principale per cui storicamente siamo arrivati e rimasti. Longyearbyen però ha iniziato a cambiare già da diverso tempo; abbiamo cominciato a modificare la politica che riguarda le miniere di carbone dieci anni fa. La più grande si trovava a Svea, dove c’era proprio una comunità fatta da 400 minatori, mentre quelli impiegati nelle miniere locali erano rimasti solo una sessantina. La crisi si è sentita molto nel 2015. Naturalmente è stata anche una decisione del governo quella di dire che noi qui dovevamo sviluppare altre attività, come l’educazione e le scienze. Ecco perché abbiamo creato il polo universitario, ad esempio, ma anche promuovere il turismo è stata una decisione politica. Anche se abbiamo perso 400 posti di lavoro, che oggettivamente è stata una questione da affrontare nel 2016- 2017, il settore del turismo è stato in grado di riempire di nuovo questo buco nel giro di tre o quattro anni».

 

La direzione è andare verso attività più green rispetto all’industria dei metalli?

 

«Per essere chiari: la miniera viene chiusa per motivi economici e non ambientali. Tutti immaginano il carbone come qualcosa di scuro, sporco, polveroso e quindi nocivo per l’ambiente, ma tutto il nostro carbone che viene esportato da Longyearbyen non viene usato per l’energia. Dato che ha una qualità molto alta, con bassi livelli di zolfo, va dritto in fonderia per essere fuso in leghe di metalli. La miniera numero sette è stata operativa per 50 anni e ora è quasi vuota, o meglio, ci sono ancora risorse a disposizione, ma quelle rimaste non sono di alta qualità e quindi è difficile venderle ad un buon prezzo. Non è solo una decisione politica, ma anche economica».

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