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La più importante, e quella che farà più discutere, è il tentativo di affidare all’Inail la valutazione delle malattie contratte dai militari: «Ciò permetterà di creare un procedimento che non si sviluppi solo all’interno della Difesa» spiega Scanu a "l'Espresso". In pratica verrebbe abolito il ricorso al comitato di verifica che, attualmente, riceve le richieste di indennizzo. Il comitato è interno al ministero dell’Economia, composto, però, da soli militari che dovranno valutare se le patologie sono connesse alle mansioni svolte durante il servizio. «Con la nostra proposta», continua Scanu, «vogliamo uscire dalla giurisdizione domestica e garantire imparzialità nei giudizi. Per farlo, l’unico modo è separare nettamente il controllore dal controllato».
“L'Espresso” racconta inoltre i casi di un militare ammalato e di un giovanissimo soldato ucciso dalla malattia. In entrambi casi niente indennizzo. Richieste rifiutate. Come da prassi. Il rigetto quasi sistematico è stato definito «anomalo» dai giudici del Tar toscana in una sentenza di due mesi fa: «Il Comitato di verifica per le cause di servizio nega il legame causa-effetto aderendo alla posizione del ministero del Difesa con una abusata tecnica a “stampone”, che è inspiegabile e sorprendente», scrivono i giudici amministrativi, che accusano il comitato di «grave negligenza» e chiamano in causa persino la Corte dei Conti.
Le istanze presentate da soldati affetti da patologie da uranio sono state 549, meno della metà quelle accolte; stessa proporzione vale per le malattie connesse all’amianto, su 612 solo 288 sono state ritenute valide; infine ci sono le richieste per patologie causate da più fattori concomitanti, di queste appena un quinto, di 841, sono state accettate. Intanto l'Osservatorio militare ha contato 333 decessi e oltre 3760 malati. Ma a preoccupare la Difesa sono soprattutto quelle 43 cause perse in sede civile. In cui i giudici scrivono che l'uranio è pericoloso e che i vertici sapevano cosa stava succedendo.
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