Il desiderio di entrare nella Ue, le mire del Cremlino, le truppe di Mosca che occupano l’Abkhazia e l’Ossezia, i finanziamenti che arrivano da entrambi i blocchi. Storia di un Paese destinato ad essere frontiera

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Gli studenti del Georgian institute for public affairs (Gipa) che incontrano i giornalisti italiani al Frontline café di Tbilisi sono abbastanza giovani da provare un entusiasmo cristallino verso tutto quanto sa di occidente. Per i ragazzi del Gipa, istituto finanziato dal governo Usa, la Nato e l’Unione europea non sono vecchi arnesi da rottamare ma obiettivi da raggiungere per rafforzare la loro frontline. Sulla prima linea incombe l’esercito federale russo, che ha abbandonato le sue basi militari in Georgia nel 2005 per vie diplomatiche ed è rientrato nel 2008 occupando l’Abkhazia, la regione lungo la costa nord del Mar Nero, e l’Ossezia del sud.

Fonti della National security georgiana valutano il personale russo complessivamente in poco più di 10 mila uomini, tra esercito e uomini dell’intelligence (Fsb e Gru) distribuiti nelle dodici basi militari dell’Abkhazia e nelle diciannove basi della regione di Tskhinvali, che i russi preferiscono chiamare Ossezia del Sud per affermare fin dal nome la necessità di riunificarla con l’Ossezia del Nord, in territorio russo.

I primi avamposti dell’esercito di Vladimir Putin sono appena a 40 chilometri da Tbilisi, bellissima, piena di alberghi, ristoranti e locali eleganti. Nel piccolo paese caucasico investito da una strana guerra fredda tutto è vicino. Basta alzare gli occhi dalla terrazza del Frontline café e sulla cresta della collina sovrastante, a cento metri in linea d’aria, si affaccia un complesso di metallo e vetro che domina la città.

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L’edificio sembra la residenza della Spectre in un film di James Bond con Sean Connery. In quel palazzo progettato dall’archistar giapponese Shin Takamatsu e costato 50 milioni di dollari vive Bidzina Ivanishvili, uno dei businessmen venuti del nulla che si sono arricchiti con lo sfascio dell’Unione Sovietica.

Il caso
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Come da manuale dell’oligarca, Ivanishvili ha fatto i soldi con le privatizzazioni dell’industria metallurgica, con le banche e con una quota di Gazprom che forse ha venduto e forse è da qualche parte nelle sue società offshore, alcune delle quali sono state localizzate dai Panama Papers. La rivista Forbes valuta il suo patrimonio in 4,9 miliardi di dollari e lo piazza al numero 365 della classifica globale dei super ricchi, primo dei georgiani. Bidzina, detto Boris dai suoi amici russi, è il padrone assoluto della scena politica locale. Dopo una breve esperienza da premier (2012-2013), oggi presiede e manovra a piacimento il partito di maggioranza Sogno Georgiano dopo avere eliminato dalla scena l’avversario Mikheil Saak’ashvili, oligarca anch’egli ma sgradito alla nomenklatura di Putin in quanto sobillatore di masse antirusse sia in Georgia, sia in Ucraina.

Saak’ashvili, caduto in disgrazia per demeriti anche suoi, si è visto togliere la cittadinanza georgiana e il passaporto ucraino dall’ex amico e compagno di università Petro Poroshenko. Oggi vive in Olanda da apolide, anche se molti lo credono ancora il dominus del canale tv d’opposizione Rustavi 2, che lotta per sopravvivere fra raid della polizia e infinite cause legali. Lo stesso Saak’ashvili non torna a Tbilisi perché teme il carcere per un processo in corso che lui giudica politico.

In sua assenza l’avversario Ivanishvili ha occupato i punti chiave della scena con una serie di mosse, e personaggi, a effetto. Appartiene al partito del Sogno Georgiano il sindaco della capitale K’akhaber Kaladze, 41 anni. L’ex capitano della nazionale di calcio, amico e partner di business turistico dell’altra gloria milanista Andrij Shevchenko, ucraino non ostile ai russi, è fra i politici più popolari del paese ed è una chiara opzione per il posto di premier alle elezioni del 2020.
L'ex presidente Giorgi Margvelashvili

Anche la presidente della Repubblica in carica, eletta da indipendente lo scorso novembre, è sostenuta da Sogno Georgiano. È Salomé Zurabishvili, ex diplomatica francese nata e vissuta a Parigi, discendente di una famiglia scappata dalla Georgia dopo l’invasione bolscevica del 1921 che presenta altri personaggi illustri. La presidente è prima cugina della storica e accademica di Francia Hélène Carrère d’Encausse (nata appunto Zurabishvili) e seconda cugina del di lei figlio, lo scrittore Emmanuel Carrère (“Limonov”, “Un romanzo russo”, “L’avversario”). Per quanto Zurabishvili difenda a spada tratta la richiesta di ammissione alla Nato e all’Ue e critichi Putin, Rustavi 2 la dipinge più o meno come un agente del Kgb.

Nazionalisti veri e finti
La Georgia è un paese grande quanto Lombardia, Piemonte e Veneto ma con solo 3,7 milioni di abitanti di cui 1,1 milioni residenti a Tbilisi. Metà della popolazione vive di agricoltura, che però non arriva a pesare il 10 per cento del pil nonostante il vino più antico del mondo e le nocciole vendute alla Ferrero per la Nutella. Anche la crescita nazionale è scesa intorno al 5 per cento dopo i tassi a doppia cifra dell’epoca Saak’ashvili. Eppure i soldi arrivano in abbondanza e non soltanto dai turisti russi incuranti degli adesivi appiccicati qui e là con la scritta “Russia is an occupant”.

La Georgia è sommersa di finanziamenti dei due fronti contrapposti. Il blocco Usa-Ue e la Russia si contendono il predominio in un paese che non ha una terza via fra diventare la frontiera orientale dell’Europa unita o rimanere un protettorato di Mosca. Ong e think tank sostenute dall’agenzia statunitense Usaid e da Bruxelles combattono la battaglia della propaganda contro il Gorchakov Fund, il Primakov Public center, l’agenzia Sputnik, Russia Today, i troll del Cremlino su Facebook e la chiesa ortodossa ancora molto legata al patriarcato di Mosca e scesa nei sondaggi sulla fiducia dal 98 al 61 per cento.

A fianco di questo canale formale che può essere stimato in diverse centinaia di milioni di euro, scorre la massa fangosa del riciclaggio che usa i numerosi casino locali, le onnipresenti società di scommesse e i cantieri dedicati allo sviluppo immobiliare lungo la costa del Mar Nero a nord e a sud di Batumi. Nella finanza sommersa viene ripulito il denaro dei Vori v zakonje (ladri nella legge), la mafia russa che da sempre vede il crimine georgiano inserito ai massimi livelli.

Nel Caucaso abituato da millenni alle pressioni imperialistiche, i confini sono sottili e gli schieramenti ambigui per necessità di sopravvivenza. «A causa del nostro passato qui nessuno dirà mai apertamente di essere pro-russo», dice la parlamentare di Sogno Georgiano Nino Goguadze. L’ex avvocato fa parte della commissione parlamentare bipartisan che entro la fine di giugno pubblicherà i dati di un’inchiesta sulla “dezinformatsija” diffusa da Mosca. Goguadze non può anticipare i contenuti della relazione ma basta dare un’occhiata alle cronache recenti. I profili russofili dei social network picchiano duro sulla dissoluzione che i valori tradizionali georgiani subirebbero con un ingresso nella “Gayropa” della perversione sessuale e dell’ateismo. Si è letto di incesto legalizzato e i laboratori Lugar, alla periferia di Tbilisi, sono stati accusati di essere la punta di lancia americana per gli esperimenti biogenetici in stile Frankenstein.
Kaladze

«A volte si tratta di meccanismi molto semplici», dice Giorgi Badridze, ex ambasciatore a Londra ai tempi in cui la Georgia era guidata dall’ex ministro degli Esteri sovietico Eduard Shevardnadze, e oggi membro della Georgia foundation for strategic and international studies. «Per esempio, Sputnik Georgia mette in rete un post dove si afferma che il nostro paese ha inventato il vino. Subito dopo Sputnik Armenia scrive che il vino lo hanno inventato gli armeni. A quel punto Sputnik Georgia scatena la polemica razzista contro gli armeni che ci vogliono togliere il primato nel vino».

Guerra a bassa intensità
Un sondaggio pubblicato il 20 maggio dal National democratic institute (Ndi) in collaborazione con Ukaid e l’ambasciata di Gran Bretagna ha confermato l’altissimo tasso di approvazione georgiano verso la Nato (74 per cento) e quella stessa Ue (77 per cento) che i britannici hanno bocciato. In contrasto con questi risultati c’è la convinzione maggioritaria (59 per cento) che il paese caucasico non sia pronto per entrare nell’Ue e neppure nell’alleanza atlantica. È una posizione condivisa dalla diplomazia italiana che ipotizza una “restricted membership” dell’Ue come via maestra e in tempi non brevi.

L’euroscetticismo è molto più accentuato fra le principali minoranze etniche del paese cioè gli azeri e soprattutto gli armeni che vedono in Mosca il baluardo difensivo contro lo storico nemico turco. Eppure l’occupazione dell’Abkhazia, dove i georgiani sono minoranza e le spinte separatiste non avrebbero bisogno del carburante russo, è altrettanto problematica quanto quella dell’Ossezia del Sud-Tskhinvali. Il soft power di Mosca non si limita a utilizzare con maestria affinata nei decenni le persecuzioni a bassa intensità della burocrazia che con un visto rinviato mantiene separate le famiglie a cavallo della zona rossa. In entrambe le aree gli occupanti usano spesso le maniere forti. Fonti della polizia militare georgiana citano centinaia di casi all’anno di detenzioni illegali di cittadini georgiani che hanno passato il confine senza il permesso rilasciato dalle autorità russe.

E c’è chi torna a casa in una cassa di legno. È capitato all’ex soldato Archil Tatunashvili, sparito a febbraio del 2018 e dichiarato morto per cause accidentali. I russi hanno restituito il corpo alla famiglia dopo un mese e senza organi interni in modo che non si potesse effettuare l’autopsia.

Non lontano dal luogo del sequestro di Tatunashvili vive Giorgi Margvelashvili, l’ex presidente della Repubblica. A quasi un anno di distanza dalla visita a Tbilisi del suo collega Sergio Mattarella, si è ritirato nella sua casa di Dusheti, a nord della capitale e vicino al filo spinato del confine fantasma con l’Ossezia. A 52 anni, il Cincinnato georgiano è un omone che usa le mani da falegname per fabbricare tavoli di legno e metallo e i suoi studi di filosofia e politica per progettare una rentrée. È lui il riferimento dell’opposizione a Sogno georgiano, di cui pure ha fatto parte prima di rompere con il grande burattinaio Ivanishvili. «Perché non dovrei tornare prima o poi?», dice all’Espresso. Il punto è in quale veste. Presidente no, perché lo è già stato e la recente riforma costituzionale trasformerà il paese in una democrazia parlamentare.
Salomé Zurabishvili

«Neanche primo ministro. Chi è stato presidente non fa mai il primo ministro», dice con un sorriso ironico che forse è un riferimento a Putin, due volte presidente e poi premier nel 2008-2012 per eludere il limite ai mandati. Margvelashvili è un europeista convinto. «L’Europa unita», sottolinea, «è uno dei più straordinari successi nella storia dei progetti politici dopo le guerre e le stragi dello scorso secolo. Con i russi l’importante è evitare le provocazioni e in questo il governo sta facendo bene. Mosca non ha un messaggio positivo universale come lo ha l’Ue, come lo ha l’America, come lo aveva persino l’Urss. Si limita a dire: l’Europa sta distruggendo i vostri valori nazionali, vi dovete difendere. È lo stesso messaggio in tutti i paesi, inclusa l’Italia. La Georgia è il caso da manuale del loro nuovo modello di guerra».

In attesa della sua rentrée sulla scena politica Margvelashvili conserva un’agenda fitta di impegni. Fra questi, l’incontro con il ministro degli Esteri cinese Wang Yi in visita a Tbilisi pochi giorni fa. È un contatto in tema Via della Seta che al signore del Cremlino non avrà fatto piacere.

Addavenì Baffone
Le contraddizioni della terra di Medea si presentano nella loro pienezza se si visita il museo dedicato a Josip Džugashvili detto Stalin, quattro stanzoni dentro un palazzo neoclassico nella sua città natale di Gori, a poco più di un’ora a ovest della capitale. Resta deluso chi si aspetta qualche forma di distacco critico dall’uomo che, tralasciando le purghe, ha orchestrato l’occupazione della Georgia nel 1921 insieme a Lenin e al connazionale Sergo Ordžonikidze. Al museo di Gori c’è posto solo per la celebrazione del georgiano più famoso della storia con vasta scelta di gadget. Anche il pubblico è molto più misto di quanto ci si potrebbe aspettare. I russi che grazie alla propaganda putiniana hanno riscoperto il Soviet Pride non sono maggioranza e preferiscono le sale da gioco e i discoclub del Mar Nero, a due ore di macchina.

Sulla costa del Mediterraneo era previsto anche uno dei maggiori investimenti lanciati in epoca Saak’ashvili. È il porto d’altura di Anaklia, un investimento da 2,5 miliardi di dollari che avrebbe dato filo da torcere a Istanbul. Il progetto segna il passo ma ha comunque attirato l’interesse di una delegazione italiana dell’Ance (piccoli costruttori), dell’Oice (engineering) e dell’Anie (imprese dell’energia) che visiterà la Georgia a giugno. Il Mar Nero rimane una frontiera importante. Se ne è accorta anche la Casa Bianca. Da un pezzo Donald Trump non parla più di tagliare i fondi alla Nato che pattuglia con le sue navi le acque del mito di Giasone.

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