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La crisi nera della Tunisia

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Crollo dell’Economia e boom dei disoccupati per il paese che affaccia sul Mediterraneo. E a quasi dieci anni dalla rivoluzione, la democrazia è messa a rischio dalle difficoltà quotidiane. E dal paese nordafricano aumentano le partenze verso l'Italia

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Sono passati quasi dieci anni dalla primavera di rivolte, la primavera della dignità, che nel 2011 ha portato alla deposizione di Zine El Abidine Ben Ali in Tunisia.

Dieci anni da quando il venditore ambulante Mohamed Bouazizi si è dato fuoco a Sidi Bouzid, in segno di protesta contro gli abusi delle forze di sicurezza locali che chiedevano soldi in cambio della possibilità di lavorare.

Quei giorni, quelle fiamme e quella morte ispirarono le rivolte popolari che hanno rovesciato - o tentato di rovesciare - dittature e governi autocratici in Nord Africa e Medio Oriente.

Da allora molte cose sono cambiate in Tunisia, tuttavia le disuguaglianze sociali e la profonda crisi economica che a cavallo tra il 2010 e il 2011 accesero l’animo di migliaia di giovani, sono tutt’altro che risolte.

L’instabilità politica ne è specchio e causa.

La Tunisia in nove anni e mezzo ha cambiato undici governi appoggiati da alleanze fluide e frastagliate. L’ultimo in ordine di tempo, nominato il 25 luglio dal presidente tunisino Kaïs Saïed, è Hichem Mechichi, quarantaseienne, ex ministro dell’Interno, che ha assunto formalmente l’incarico di capo di gabinetto dall’Assemblea dei rappresentanti del popolo (parlamento tunisino), a seguito delle dimissioni - dopo nemmeno cinque mesi di mandato - dell’ex primo ministro Elyes Fakhfakh accusato di corruzione e conflitto di interesse.

Mechichi ha annunciato la formazione di un governo composto da 28 membri, tutti tecnocrati indipendenti, esperti e accademici, nonché alti dirigenti dell’amministrazione e del settore privato.
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Lo scopo è recuperare la fiducia della popolazione e contrastare la stagnazione economica aggravata negli ultimi mesi. In conseguenza dell’epidemia Covid-19 il governo ha infatti previsto un aumento del deficit fino al 7% del Pil e una contrazione economica del 6.5%. Dati che vanno ad aggiungersi alla riduzione dei redditi di un quinto degli ultimi dieci anni e ai drammatici numeri della disoccupazione, che è salita dal 15% al 18% nel secondo trimestre di quest’anno e che tocca picchi del 36% tra i giovani, secondo l’istituto nazionale di statistica.

Durante la cerimonia di insediamento Mechichi ha sottolineato che compirà «tutti gli sforzi necessari per fermare l’emorragia economica e garantire la stabilità del paese». A tale scopo ha riunito i ministeri dell’Economia, delle Finanze e degli Investimenti in un unico dipartimento sotto la guida dell’economista Ali Kooli, Ceo dell’Arab Bank Corporation tunisina. Già definito il “superministro”, Ali Kooli ha più di trent’anni di esperienza finanziaria e bancaria, ha ricoperto numerosi incarichi presso l’Unione delle Banche Arabe e Francesi (Ubaf) è stato direttore generale della Banca Abc di Tunisi e Presidente del Consiglio di Amministrazione dell’Arab Leasing Corporation.

È unendo insieme figure come quella di Ali Kooli che il nuovo capo di governo vuole concentrarsi sul salvataggio delle finanze pubbliche e superare le beghe interne ai partiti, i cartelli di alleanze e le spartizioni di potere, condizioni che hanno progressivamente distanziato i cittadini dalle urne, il tasso di partecipazione al voto è infatti in costante calo dal 2011.

Mechichi ha ribadito nel discorso di insediamento che «mentre si trascinano i disordini molti tunisini non hanno ancora l’acqua potabile e questo non è più accettabile».

Nonostante la Tunisia venga citata come l’unico esempio delle rivoluzioni del 2011 che abbia avuto una transizione relativamente riuscita da decenni di regime autocratico a un sistema democratico, la maggioranza dei cittadini soffre una crisi economica che non ha visto sostanziali miglioramenti negli anni. Il debito pubblico è quasi raddoppiato rispetto a dieci anni fa, passando dal 40% del Pil nel 2010 al 73% nel 2019, secondo il rapporto “Tunisia’s Upcoming Challenge” dell’Arab Reform Initiative. Per fronteggiare la crisi i governi tunisini hanno fatto affidamento sui prestiti del Fondo Monetario Internazionale e della Banca Mondiale, che però non sono a fondo perduto ma devono corrispondere a un programma di revisione delle spese che si traduce in un abbassamento dei redditi e riduzione del potere di acquisto delle famiglie.
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Le difficoltà sono maggiormente sofferte nelle aree periferiche del paese, le differenze tra zone costiere sviluppate e aree remote, infatti, non sono ancora state risolte. In zone come Kasserine o come la stessa Sisi Bouzid da cui partirono le proteste dieci anni fa, circa un terzo della popolazione vive ancora in condizioni di povertà.

«Il divario coste-periferie è un problema antico e irrisolto, la crisi pandemica l’ha solo esacerbato», dice Clara Capelli, economista dello sviluppo e esperta di Nord Africa che ha lavorato dal 2014 al 2017 per la Banca Africana di Sviluppo a Tunisi.

Per Capelli, la crisi attuale non è distinguibile dalla situazione economica del 2010-2011 e dalle proteste che si sono ripetute nel corso degli anni a ondate, nel 2016 e poi ancora nel 2018 a seguito della legge finanziaria che incorporava i diktat del Fondo Monetario Internazionale, imponendo riforme strutturali in cambio del prestito di tre miliardi di euro. «Naturalmente - aggiunge - ora la crisi è più evidente perché ha abbattuto la produzione industriale e la stagione turistica. Il problema principale è che la Tunisia è un paese piccolo, dipendente dalla domanda estera e se un’emergenza globale blocca i flussi internazionali, il paese che non ha riserve di liquidità è in ginocchio velocemente». Il dinaro tunisino è debolissimo, l’economia turistica è diminuita del 22% nel secondo trimestre dell’anno, rispetto al 2019, a causa del Covid, le rimesse dall’estero si sono drasticamente ridotte.

Secondo Capelli la situazione attuale è anche la conferma che in questi anni non ci sia stata una risposta adeguata di medio e lungo termine alle necessità strutturali del paese. «Ora mancano certamente gli investimenti, ma la domanda - quando c’è - è una domanda fragile perché spinta dal basso costo della manodopera. Le aziende europee delocalizzano perché la manodopera costa poco, così come i turisti europei viaggiano in Tunisia perché è conveniente. Questo non crea sviluppo, crea un guadagno di breve periodo per i locali e una sostanziale fragilità per il loro futuro, come ha dimostrato la crisi pandemica».

Inoltre metà dell’economia tunisina è costituita dal settore informale, un insieme di attività commerciali svolta da lavoratori giornalieri, gli interinali, gli apprendisti, che sfuggono alle statistiche e che oggi stanno doppiamente soffrendo perché escluse dalle misure previste dal governo per arginare la crisi economica da Covid: 90 milioni di euro per i lavoratori in cassa integrazione, 50 milioni per le fasce precarie e a basso reddito e rinvio dei crediti bancari per i salariati.

«I lavoratori dei settori informali - continua Capelli - guadagnano il necessario per sfamarsi un giorno o due, appena viene a mancare la fonte di salario non hanno riserve e questo ha ripercussioni su tutta la struttura sociale che sono chiamati a mantenere. È evidente che la situazione che la Tunisia vive ora presenti il conto delle risposte che politica tunisina ma anche internazionale non ha saputo dare a queste frange di popolazione».

I numeri e le stime in peggioramento sono la mappa della fragilità tunisina, così come lo sono i numeri dei flussi migratori. Sono ottomila i cittadini tunisini arrivati in Italia nel 2020, 4000 solo a luglio. Quattro volte in più rispetto ai numeri dello scorso anno.

Secondo il report del Carnegie Middle East Center del marzo 2020 “Tunisia’s perennial priorities”, nel corso dell’ultimo decennio sarebbero più di 90 mila i cittadini tunisini che hanno lasciato il paese a causa della difficile situazione sociale ed economica e che l’80% avesse un livello di educazione medio-alto.

L’Italia è corsa ai ripari facendo pressioni sulla Tunisia per ridurre le partenze, sottovalutando che molte delle persone rimpatriate in questi anni abbiano più volte riprovato a partire. Dunque la scelta “securitaria” di esternalizzazione del controllo delle frontiere non è la risposta al malessere economico del paese nordafricano.

Nelle settimane degli sbarchi autonomi dalla Tunisia la ministra dell’interno Luciana Lamorgese ha incontrato il presidente Saïed sottolineando l’urgenza di azioni comuni, Saïed dal canto suo ha dichiarato che non è più tempo di valutare i fenomeni migratori solo come questioni di sicurezza, ma che è arrivato il momento di riflettere sulle ragioni antiche e profonde che spingono le persone a partire, cioè gli irrisolti problemi economici.

Il messaggio sembra non essere arrivato a destinazione. Il ministro degli Esteri Luigi Di Maio ha annunciato il blocco di sei milioni e mezzo di fondi della cooperazione italiani destinati ala Tunisia «finché le autorità non daranno risposte certe per fermare le partenze».

«L’incidenza di questa cifra sulle casse e dunque sul futuro tunisino è minima - dice l’economista Capelli - ma il blocco ha un rilievo politico e rappresenta un messaggio forte che il governo italiano vuole dare alla politica tunisina. Purtroppo si inserisce nel quadro di una risposta internazionale che non sa come affrontare le questioni economiche strutturali dei paesi partner e risponde con le minacce».

L’Italia inoltre ha ripreso i rimpatri che erano stati sospesi a causa dell’epidemia e annunciato altri 10 milioni di euro di finanziamento per la Guardia Costiera Tunisina, in totale dal 2016 la Tunisia ha beneficiato di quasi 60 milioni di euro del Fondo di Emergenza Ue per ridurre le migrazioni verso l’Europa.

Tuttavia solo una piccola quota di questi fondi è stata destinata a progetti di sviluppo per rifugiati e migranti e la maggior parte assegnata a progetti di pattugliamento delle frontiere come sottolinea Romdhane Ben Amor, portavoce del Forum tunisino per i diritti sociali ed economici (Ftde): «La decisione italiana di congelare i fondi è ricattatoria. Per far sì che il governo tunisino faccia da guardia costiera all’Italia si promettono aiuti finanziari mascherati da aiuto allo sviluppo. In realtà sono leve di pressione e contribuiscono a peggiorare la crisi sociale dei giovani tunisini, che sono gli stessi che partono».

Ben Amor aggiunge che i paesi Ue in questi anni hanno gravemente sfruttato i governi tunisini che si sono succeduti, e che a loro volta hanno cercato di ottenere piccoli aiuti finanziari in cambio di sostegno politico. Ma l’impatto vero degli aiuti non si vede. «Gli investimenti esteri hanno avuto un impatto solo sul fronte della sicurezza. Al contrario sul lato degli aiuti economici allo sviluppo l’impatto non si vede, il che stride con le dichiarazioni dei governi Ue a sostegno della cosiddetta eccezione tunisina. La minaccia più grande a questa eccezione, alla transizione democratica, riguarda il fronte economico e sociale e su questo non ci sono reali investimenti».

Secondo i dati di Ftde, dal 1 gennaio al 31 luglio 2020, più di 600 minori tunisini hanno raggiunto le coste italiane, alcuni dei quali non accompagnati dalle loro famiglie. Secondo le statistiche del Ministero dell’Istruzione, 100.000 studenti interrompono prematuramente i loro studi ogni anno, in dieci anni significa l’abbandono scolastico di un milione di ragazzi, senza che esista alcun organismo pubblico che li segua.

Non rientrano nelle statistiche perché non sono identificabili né come disoccupati né come studenti e saranno probabilmente destinati al settore del commercio parallelo, o le reti della droga o all’immigrazione irregolare.

«Questi ragazzi vanno ad aggiungersi ai diplomati e laureti che pure partono e cercano una nuova vita perché la corruzione e le politiche clientelari impediscono loro di accedere a un posto di lavoro e dunque a condizioni di vita migliori - continua Ben Amor - la spinta migratoria per tutti questi giovani è molto alta. Da un lato c’è un’economia in ginocchio, un sistema politico che risponde solo a logiche di spartizione, e i servizi pubblici disintegrati, dall’altra c’è la speranza di una vita nuova».

Quello che descrive il Forum dei Diritti tunisino è un progetto migratorio che si sta modificando col tempo, ora integra il cambiamento della vita di intere famiglie. Non è più il singolo che si muove per mandare rimesse a casa, ma la famiglia nella sua interezza che lascia la Tunisia perché la vede un paese incapace di cambiare.

«L’Europa deve aprire gli occhi e responsabilizzarsi - conclude Ben Amor - e investire in aiuti mirati da un lato e pressioni sul governo tunisino, non solo sul lato securitario ma per garantire la giustizia sociale in Tunisia. Solo se riparte l’economia, se i giovani si fideranno del governo e di chi li rappresenta si ridurrà la voglia di migrare, che al momento è molto alta».

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