Non sono foto, sono visioni. Al dunque pare una differenza impercettibile, ma a vederle tutte insieme, anche quelle scartate per questioni tecniche, anche quelle sacrificate al tempo, allo spazio e alla cura dei particolari troppo sottili, o troppo marginali, ecco, a vederle una dopo l'altra comunque ci si sente storditi, perduti.
Perché non sono foto, tutte queste, ma apparizioni. Illuminazioni, rivelazioni, allegorie. Si offrono agli occhi della mente, giocano con i simboli, parlano all'inconscio. E allora prendi la Treccani, alla voce "visioni": "Sono famose le disquisizioni intorno all'essenza delle visioni beate: se esse risiedano nell'intelletto (San Tommaso), nella volontà (San Bonaventura), nel gaudio (Scoto, il dottor Sottile), o in tutte e tre queste cose insieme (Dante, Paradiso, XXX, 40)...".
E poi tornando a sfogliare l'album berlusconico davanti alle celebri corna, o a lui col cappello da capostazione e la faccia da schiaffi, o alla scena in cui simula un malore dopo aver assaggiato la mozzarella, uno vorrebbe anche sentirsi dire: piano con le parole, non esagerare, non la far troppo lunga, non prenderti troppo sul serio. O anche: non prenderlo troppo sul serio. Ma poi, e davvero, che cosa è la teofania se non la manifestazione di qualcuno che si ritiene superiore, divino, in forma di estasi, di sogno o, appunto, di visione? Che lui stesso si sia proposto come visionario sposta la questione molto più in là di quanto il naturale disincanto, il solido scetticismo di un osservatore professionale possa averla relegata.
E ancora. Che sempre lui abbia fatto del sogno il punto terminale di una ideologia e perfino di una mistica pronto uso, bene, stai a vedere che ha ragione Lory Del Santo quando incoraggiata a recitare alla radio una poesia per B., se n'è uscita, l'altro giorno: "Tu che pensi,/ che immagini,/ tu che trasformi/ la realtà in sogno...". E sarà, il suo, un punto di vista perfino accettabile.
Ma se consente: non era Berlusconi quello che trasformava il sogno in realtà? "C'è un grande sogno / che vive in noi". Lo dice pure alla prima strofetta l'inno salmodiante del Pdl, "Meno male che Silvio c'è": "Siamo la gente/ che ama e che crede/ che vuol trasformare / il sogno in realtà". E dunque: non è questa piccola piaggeria la Del Santo, una significativa inversione su cui riflettere?
Ecco cosa dicono queste foto. Che l'iconografia berlusconiana si è rovesciata su se stessa; che si è consumato un periodo visivo; Berlusconi "è l'icona di un ciclo esaurito" ha scritto Giuseppe De Rita nel rapporto Censis. Si badi: l'icona. Ma il risultato di questo esaurimento è la sensazione di essere veramente piombati dentro un sogno. Più ragionevolmente: dentro qualcosa d'insolito e innaturale, rarefatto e insieme abbastanza incontrollabile.
Un sogno selvaggio. A volte un incubo, di cui oltretutto si è anche responsabili - per esempio mangiando troppo la sera. L'incontro ravvicinato con mostri e pagliaccioni sta nell'ordine naturale dell'esistenza notturna. Di giorno il contatto è molto meno ovvio. Certo colpiscono le parole con cui Berlusconi iniziò il suo primo comizio, alla Fiera di Roma, dopo l'annuncio televisivo della discesa in campo: "Mentre venivo qui pensavo, lo penso ancora, che c'era un matto che stava andando a incontrarsi con altri matti...". E già!
In quel primo discorso, tenuto passeggiando sul palco con il microfono in mano davanti a un enorme schermo che ne duplicava l'immagine, Berlusconi non si risparmiò un numero destinato a interminabile replica: "Ebbene, pensando a questa follia che sembra aver contagiato tutti noi e tanti altri dietro a noi, io pensavo che si era verificata ancora una volta quell'affermazione che è contenuta in un bellissimo libro, l'"Elogio della follia" di Erasmo da Rotterdam, dove io in una prefazione dicevo: è vera la tesi che viene fuori da queste pagine. Le decisioni più importanti, le decisioni più giuste, la vera saggezza", seguitò muovendo la mano sinistra per rafforzare il discorso, "non è quella che scaturisce dal ragionamento, non è quella che scaturisce dal cervello, ma è quella che scaturisce da una lungimirante, visionaria follia" .
Poco dopo quell'apparizione inaugurale uscì un saggio piuttosto impressionante su una rivista di psicoanalisti, "Il Corpo". Era riportato lo stenografico di quel discorso e poi la testimonianza di una donna, R., che se l'era visto in tv, con una tale partecipazione da sognarselo la notte appresso. Il resoconto del Berlusconi onirico, "il sogno di R.", era stato quindi sottoposto all'esame di uno specialissimo software che lavorava sui centri semantici, e quindi a un sistema elaborato da un matematico russo, le catene di Markov. Può sembrare uno scherzo, ma dalla lunga ricerca veniva fuori molto bene come da quelle immagini emergesse qualcosa di molto simile a un potere di tipo ipnotico.
Dieci anni dopo, al palazzo dei Congressi dell'Eur, Berlusconi sentì l'esigenza di celebrare l'anniversario. Rifece il numero, sia pure adeguandolo al momento: "Avete fatto bene a seguire la visionaria follia di chi vi parla?", Siiii! rispose il consesso. Già allora in qualche modo lo spettacolo teofanico era uscito dai suoi argini. Già allora il sistema di autorappresentazione aveva imboccato una via senza ritorno, che con temerario, ma sicuro giudizio, si poteva etichettare all'insegna del più grande e visionario regista, Federico Fellini, il Maestro, il Mago.
C'era un nesso curioso, una sorta di passaggio del testimone all'incontrario, tra il Cavaliere e Fellini. Quest'ultimo era morto nel novembre del 1993, il giorno in cui veniva mostrato lo stemma di Forza Italia. All'Eur, quella mattina, c'erano grappoli di cameraman appollaiati su pedane sospese nel vuoto, lunghissime giraffe che solcavano la folla e distribuzione di confetti tricolore. A tempo debito si materializzò una processione di gorilla e dentro quel mucchio di muscoli s'intravide lui. Sembrava più piccolo del solito e aveva un colorito virante sull'arancione. "Anvedi, pare 'n cinese!", notò un disincantato giornalista andreottiano tirandosi la pelle degli occhi fino ad assumere un aspetto vagamente orientale. Ma felliniana era un po' tutta l'atmosfera, e felliniani i personaggi che apparivano sul maxischermo. La Vamp Prestigiacomo. Il ministro Martino che unico e ispiratissimo cantava "Fratelli d'Italia" con la mano sul cuore. E Bondi che con vocina flautata rammentava all'uditorio "la dolcezza e la bontà" del Cavaliere. F uori comparve anche una banda di paese; alla fine un fan s'inginocchiò al passaggio di Berlusconi. Nel mezzo del Memorial, sugli schermi s'imprimevano i labbroni della Carlucci, il baciamano di Lunardi, l'abbraccio al vecchio regista, Zeffirelli, una ragazza con il chewing-gum che tirava un bacio alla telecamera. "Amarcord", ma anche "Otto e mezzo", "Satyricon", "Roma". Voci dalla platea: "Ahò!", "E daje, famme vede!".
Porte aperte e spifferi micidiali, transenne che camminavano da sole e i giovinetti che devono leggere il "Credo laico": la boccolona, il primo della classe pulitino, il riccetto con gli occhiali, la biondina. A un certo punto comparve Baget Bozzo. Vedendolo incedere un po' stentatamente Berlusconi gli soffiò nel microfono: "Don Gianni, faccia attenzione a non perdere i pantaloni!". E rivolto alla platea: "Sapete, è tutta testa...". Gli applausi, la musica, il coro che ci dava dentro in versione confidential sound: "E abbiamo tutti un fuoco dentro il cuore...". Sì, Fellini.
In realtà Berlusconi c'è davvero, in un film di Fellini. Il presidente della televisione privata dove si devono esibire la Masina e Mastroianni in "Ginger e Fred" è il Cavalier Fulvio Lombardoni, e in un primo momento doveva chiamarsi Labrusconi, poco meno che un anagramma. Il nome della sua tv, su suggerimento di Andrea Zanzotto, era " Telehilinx", come dire TeleMalessere, TeleDisagio, TeleTurbamento. Quando uscì, nel 1985 (l'anno del decreto Berlusconi), il film sembrò struggente. Ecco: a distanza di tanti anni quella pellicola assume il valore di una rivelazione, un atto d'accusa contro l'abiezione e la volgarità televisiva.
In attesa di ballare, oltre a Lombardoni Ginger e Fred restano turbati dalle figure di quel mondo. Maschere, mostri, carne da talk-show: l'ex prete sposato, il boss mafioso, la casalinga in astinenza di telenovelas, il venditore di slip commestibili, il mago della chirurgia plastica. Dunque Fellini, e Lombardoni, Lambrusconi, Berlusconi. Viene da chiedersi come il Maestro avrebbe valutato "Una storia italiana", l'album quasi tutto fotografico - 128 pagine e 250 immagini di Berlusconi - , che il Cavaliere spedì per posta a milioni di italiani prima delle elezioni del 2001, quelle segnate dal Contratto firmato sulla scrivania di ciliegio di "Porta a Porta" e da una quantità incredibile di enormi poster che rimandavano all'era degli idoli.
Ma a quel punto la società italiana era stata già ampiamente sommersa da una piena di iconografia berlusconiana. Più che scelta, si trattava di necessità. A distanza di anni si intuisce che la fabbrica e il consumo delle visioni del leader aveva a che fare con una concorrenza spietata: di spettacoli, divi, merci, partite di calcio sempre più frequenti, di corpi sempre più esposti e desiderabili, insomma di emozioni. Gli apparati della comunicazione presidenziale e il presidente in prima persona erano obbligati a rispondere alzando la posta, dilatando la varietà delle pose, la sorpresa delle situazioni e l'intensità delle prestazioni. Difficile dire quando e come precisamente sia iniziata questa strategia di spasmodica conquista dell'attenzione.
Forse la prima pietra, poi destinata a diventare miliare, sta in quella cartolina dalle Bermuda. Più che una foto un vagheggiamento, più che una corsa un rito: Berlusca avanti e dietro, in bianca uniforme ginnica, Confalonieri, Galliani, Dell'Utri e Letta concentrati in quella fitness al tempo stesso iniziatica e larvatamente fantozziana. Perché nulla più di un volto e di un corpo offerto in visione restituiscono il segno non solo di un'epoca, ma anche di un potere e di un'obbedienza. E arrivarono i manifesti con gli auguri di Natale, arrivarono le corna replicate nelle foto di gruppo, le corse pazze con la scorta dietro, gli abbracci ai leader, il cu-cù e le altre gag internazionali; arrivarono i bagni di folla, le più vistose galanterie, i ritratti famigliari levigati e metallizzati, i cambi di costume di scena, i travestimenti, i cappelli, tantissimi cappelli indossati a seconda delle evenienze; per non dire le copertine taroccate col pennarello per rinfoltire i capelli sulla nuda pelata presidenziale. Ritocco virtuale che preludeva alla chirurgia del lifting, che a sua volta spostava la curiosità sul trapianto orgogliosamente celato dalla più pittoresca bandana. Né mai sembrò arrestarsi l'auto - idolatrica alluvione, sempre più impetuosa sull'onda del ritorno del Cavaliere al governo, alimentandosi delle fonti più varie che a loro volta davano vita a rivoli d'immagini inusitate, a stagni d'incerta origine e titolarità, quando non a pozzanghere apocrife o a serbatoi di viscerale creatività. Una vera e propria somministrazione, ora controllata ora incontrollabile, riciclaggio di pubblica intimità che in ogni caso finiva per catturare gli sguardi accrescendo la fabula ipnotica del Cavaliere che si nutriva anche di leggende, come quella secondo cui il giovane Berlusconi avrebbe posato come modello in alcune foto pubblicitarie e in diversi caroselli, magari vestito da calciatore reclamizzando un gelato Motta che si chiamava - guarda tu la potenza dei presagi! - "La Coppa dei Campioni" (correva l'anno 1962).
Tutto questo non avvenne impunemente. Senza farla troppo lunga: a forza di imporre e di utilizzare l'immagine del leader, a forza di aggredire e sorprendere la realtà con il volto, la carne, l'epopea di Berlusconi e di tutto la sua stirpe, la realtà stessa, l'umile realtà dei tempi lunghi e del governo paziente fu costretta a tagliare la corda cedendo il suo posto a qualcosa d'immateriale che nella storia politica italiana degli ultimi cinquant'anni si stentava non tanto a comprendere, ma perfino a immaginare.
Sugli sviluppi di questo processo esiste ormai una vasta letteratura, e a tratti perfino spassosa, basti pensare che una volta il presidente del Consiglio prese la mano di un giornalista e se la passò sul volto per dimostrare in corpore vili l'assenza di cerone, quel giorno lì.
Tra la reggia di Arcore e palazzo Grazioli, da villa La Certosa fino ai mille e bianchi baracconi di derivazione televisiva entro cui andava in scena il potere, una evoluta liturgia diede il via alle nozze tra il mito e la tecnologia del "far credere", una fusione che viveva di sopralluoghi, distanze ottimali, altezze di sicurezza, sfondi predeterminati, inquadrature di favore (troppo grandi le orecchie, meglio dall'altra parte), arredi, ingegni e ornamenti di vario genere; questi ultimi contenuti e trasportati per le strade d'Italia da uno speciale furgone, lanciato come in una fiaba per sostenere la macchina illusionistico-persuasiva del presidente, deposito mobile di lampade, pannelli, podietti, pedane, drappi, cuscini e cuscinetti destinati ai sacri lombi.
Ma c'era il rovescio della medaglia. O meglio: qualcosa si stava preparando a scappare di mano. E non solo perché divenuto un prodotto dello spettacolo e delle merci, Berlusconi era condannato a moltiplicare le immagini di sé, reiterando le modalità d'incanto e le logiche di fascinazione, le smorfie, i gestacci, i toccamenti e perfino i malori, come quando l'avevano portato via a braccia dal palco e teneva un occhio aperto, come volesse assicurarsi che anche questa volta lo spettacolo andava a puntino.
Il punto delicato, anzi terribile è che tutto questo significava offrirsi in pasto - altro che fazzoletto da partigiano al collo o bunga bunga con Fede. Anche in questo caso è ancora presto per identificare in quale preciso momento si sia superata la soglia dell'auto-cannibalizzazione. Quando l'effetto-sogno abbia cominciato a entrare nella sua operatività. Ma a occhio, l'icona che segna questa fase è il servizio di Casoria. Il massimo dell'onnipotenza posto al servizio del massimo dell'impudenza e dell'imprudenza.
Non è un caso che la foto col brindisi è quella su cui massimamente si è esercitata la satira dal basso. Quasi a dimostrare che l'originaria energia stava sgretolandosi in una colata di sghignazzi che soprattutto dalle piattaforme elettroniche nel nome e nel corpo del sovrano generavano distorsioni di varia disumanità, santi, porcelli, papi, duplicazioni, creature mostruose e clownesche che lui stesso, già invincibile Trickster, si era chiamato addosso. Con gli scandali sessuali l'implosione parve imboccare una via senza ritorno. Foto rubate a distanza nella selva sarda; foto fin troppo ravvicinate nei cessi di palazzo; foto a tradimento, colpi di sonno, colpi di noia, colpi di paura e di sgomento.
Una volta all'assemblea della Confindustria lo beccarono che con un tampone nascosto dentro il fazzoletto si dava la crema, o se la toglieva. Il moccichino imbottito di "terra di Siena" come il rivelatore di qualcosa che non doveva né poteva essere svelato. Poi tutto si è messo a correre. E allora, anche al netto della rivendicata e visionaria follia, ecco che neppure il modello felliniano funziona più a spiegare ciò che sta accadendo. E nelle foto pare di cogliere un ulteriore strappo, un ennesimo smottamento, un cataclisma estetico che si trascina appresso qualcosa di terminale. Il presidente del Consiglio, in fregola perenne, si fa prestare una scultura di Marte e Venere dal museo delle Terme e ordina di applicare al dio una protesi genitale, a calamita, per il modico costo di 70 mila euro.
Ben oltre Fellini, si ondeggia paurosamente tra il Bagaglino e un triste cinepanettone, primordialità sgangherata e commedia degenerata. Non per caso il produttore ha chiesto una parte a La Russa, a Casini, a Fini; e quando l'affaire Montecarlo virava sull'isoletta esotica, tra spioni italiani che organizzavano tornei di lap dance e ministri indigeni che giuravano sulla costituzione, venne fuori Vanzina a dire che sì, loro c'erano già arrivati e in "Estate ai Caraibi" il protagonista era un medico che fa credere alla moglie di aver dovuto accompagnare Berlusconi ad Antigua. "Siamo fatti anche noi della materia di cui son fatti i sogni", dice Prospero, "e nello spazio e nel tempo d'un sogno è racchiusa la nostra breve vita" ("La Tempesta", atto IV, scena I).
Oggi i sogni sono fatti di sostanze immateriali, particelle ambigue come gli elettroni che bombardano dal retro gli schermi digitali. E la materia di cui sono fatti i sogni è un po' quella di cui sono fatti i chip, i led, i pixel. Silicio, sabbia, polvere, cenere. Ma quando Gigi Marzullo comincia a essere il profeta di un'era, e i flussi della comunicazione si rifanno ai modelli di Jimmy il Fenomeno, del disturbatore di condom Paolini e del povero Cavallo Pazzo Appignani, vuole dire che c'è qualcosa di troppo e insieme d'ineluttabile. E la rivelazione meno gradita presenta il conto: dalla primigenia sorgente berlusconiana, per vie tecnologiche, il sogno di natura incubatico va estendendosi all'intera vita pubblica italiana. E ci si sorprende a non distinguere più nulla di nulla e nessuno da nessuno.
La crocerossina bona, la legge Bacchelli per Califano, le pernacchie di Bossi, l'ottava misura di Natalì, i diari farlocchi di Mussolini, la nipotina di Mubarak, il test antidroga del capello a Montecitorio, l'asino innamorato della Brambilla, l'orecchino e il rosario di Nichi Vendola, la "romanella" della Ferrari del cognato di Fini, la lesbica del "Grande Fratello" che dà conto della sua partecipazione alle feste di Arcore: "Sono stata presentata al presidente per i miei spettacoli di mangiafuoco...".
Bagliori incandescenti, stracci di scena, farsa nera all'italiana. Nulla che sia in grado di provvedere dinanzi a quelli che la retorica dei talk-show immancabilmente designa con sospetto sdegno: "I Veri Problemi del Paese". Resurrezione della carne, dominio dell'intimità, carnevale permanente. Sorge una tenda a villa Pamphilj, ecco Gheddafi e le 300 hostess. I maccheroni in piazza Montecitorio, la Polverini imbocca il leader della Padania. I cumuli d'immondizia a Napoli. Le rovine dell'Aquila. I crolli di Pompei. Visioni inconsulte acquistano senso, ma alla rovescia. L'affollarsi di atmosfere oniriche volteggia sul quindicennio berlusconiano come un presagio che qui non si ha cuore di designare come apocalittico per paura di risultare abusivi e scontati, oltre che per rispetto delle visioni di Giovanni a Patmos. Racconta la escort che al telefono il Cavaliere si è presentato così: "Sono il sogno degli italiani". Eh, appunto: si perdoni la brusca conclusione, ma forse prima o poi sarà anche il caso di svegliarsi.