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gennaio, 2025

Un lieto fine per le miniere

Nella provincia di Caltanissetta interi paesi vivevano di estrazione di sali potassici. Ma con la chiusura delle cave solo spopolamento e inquinamento. Ora parte un nuovo progetto di bonifica

Un “carusu” fa bella mostra di sé all’ingresso di Serradifalco. Delle miniere, le quali avevano decretato vita e morte dei paesi della provincia di Caltanissetta, oggi non rimaneva che il ricordo delle fatiche dei bambini che lavoravano in fondo alla terra, nel più infernale dei mestieri. Ora il ricordo si è impresso nei colori del murales di Giulio Rosk, inaugurato alla fine della scorsa estate, e sembra invece, per una strana coincidenza, il filo rosso che unisce passato e futuro dell’area nissena. Quelle miniere impolverate, rimaste a lungo soltanto nelle menti degli ultimi minatori che sono scesi sotto terra e poi resuscitate simbolicamente dall’artista, avranno un futuro.

 

Gli eventi storici degli ultimi anni, come l’aggressione russa all’Ucraina che ha provocato forti ripercussioni sul mercato internazionale, hanno fatto nascere un nuovo spiraglio per una popolazione che sembrava condannata alla morte civile dopo la chiusura delle cave, sempre agli ultimi posti, insieme con Agrigento, nelle classifiche della qualità della vita. Perché la sopravvivenza in quelle zone dipendeva dal commercio florido dello zolfo e della kainite, ma da 30 anni lo scenario è cambiato. L’economia che era fondata sull’estrazione e sull’agricoltura non sembrava dare più sbocchi, costringendo molti ad andare via in cerca di fortuna. Al contempo, mentre l’economia crollava, anche la salute veniva calpestata. A Serradifalco, infatti, chi ha pensato di portare il benessere temporaneo con il lavoro non ha pensato al malessere legato agli effetti che la mancata bonifica di quei luoghi, dopo la chiusura, ha portato.

 

Perciò la Regione Siciliana ha deciso di partire proprio da qui, ovvero dalla bonifica delle miniere che oggi rappresentano un ammasso di grigio e di morte. Queste ultime, infatti, possono essere riaperte per il nuovo spazio che si è creato nel mercato dei sali potassici, appannaggio di Russia e Bielorussia fino a prima della guerra. Il basso costo del materiale esportato dai due Paesi aveva decretato la fine del mercato nisseno, il quale adesso riparte appunto con l’attivazione di tre miniere: Bosco a Serradifalco e a San Cataldo (paese nella top ten dell’emigrazione all’estero, con più abitanti fuori dai confini italiani che nella stessa cittadina mineraria, come constata il registro dell’Anagrafe degli italiani residenti all’estero) e poi quella di Milena, altro piccolo centro ormai svuotato che ha visto dimezzarsi la popolazione negli ultimi 50 anni.

 

La rincorsa al nuovo mercato è stata aperta dalla Germania e dal Canada e l’Italia si appresta ad attrezzarsi puntando su questa provincia: Caltanissetta. Usate e sfruttate nell’epoca d’oro, poi abbandonate, le cittadine dell’area oggi sono un cumulo di problemi legati all’inquinamento. Se la Sicilia è stata la terra delle dominazioni, l’ultima è rappresentata dall’industria, che non ha pensato al futuro della salute umana e dell’ambiente, preferendo il profitto immediato. Così, quello che prima era un bosco, e dove sorge appunto la miniera denominata Bosco, adesso conta migliaia di metri quadrati di amianto distrutto, capannoni pieni di registri ormai crollati, castelletti che sono arrugginiti e rischiano di sprofondare in uno scenario angosciante e inquietante. Tanto che la desolazione e la morte della miniera Bosco, paradossalmente, si trovano persino tra i possibili scenari proposti sul sito della Film Commission siciliana.

 

Ma il film horror è già stato girato, dopo la chiusura della miniera: la mancata bonifica, infatti, si ripercuote su tutti i paesi circostanti, perché le fibre che si liberano dall’amianto sgretolato si diffondono a ogni folata di vento, con il loro carico di tossicità. Che il sito sia inquinato lo dimostra anche un processo per disastro ambientale che vedeva indagati tre funzionari regionali, poi assolti. A lottare contro questo stato di cose sono le associazioni, come “No Serradifalko”, che allo stesso processo si era costituita parte civile con il suo presidente Marcello Palermo: «In dieci anni di attività della nostra associazione abbiamo continuato a chiedere la bonifica di quel luogo abbandonato; nei nostri paesi ci sono tanti casi di tumore, anche più che a Gela, dove c’è il polo petrolchimico, oggi convertito in bioraffineria».

 

E dalla bonifica parte la nuova società che si è interessata alle miniere, la Gmri, che conta diversi soci e investirà 10 milioni di euro per rimuovere l’immenso ammasso di scarti di sali potassici lasciato all’abbandono con la fine delle attività. Sono 3 milioni di metri cubi, una montagna di sale che può essere usata per i mezzi spargisale in Italia e all’estero. Poi ricomincerà l’estrazione, con un’operazione che porterà lavoro per circa due decenni ad almeno 300 persone, se si considerano le tre miniere e l’indotto. Da oltre due anni l’azienda effettua carotaggi ed è arrivata alla conclusione che quelli che erano ritenuti solo rifiuti oggi possono avere mercato; perciò ha sollecitato la Regione Siciliana ad aprire un nuovo bando di concessione delle cave siciliane. A costo zero l’ente avrà bonificate le vecchie miniere, che invece porteranno entrate legate alle concessioni: «Il progetto – si legge sul sito della Regione – prevede la sistemazione idrogeologica dell’area, la realizzazione di un campo fotovoltaico e la piantumazione di essenze arboree resistenti ai terreni salini».

Lavoro e bonifica erano i due obiettivi a cui miravano le cittadine coinvolte. Che ora, dopo anni di promesse disattese, vedono finalmente uno spiraglio. E chissà che quelle vecchie strutture possano offrire nuovi sbocchi a persone che vogliono tornare o restare lì, nella provincia che finora era stata ultima nelle classifiche.

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