Hanno voglia di giocare a calcio ma non ci riescono. Vuoi per il certificato di residenza, vuoi perché devono dimostrare di non aver mai giocato prima nel proprio paese, vuoi per un lavoro che a volte non hanno, vuoi perché il permesso di soggiorno sta per scadere.
Praticare il calcio a livello agonistico in Italia è in alcuni casi una corsa a ostacoli per i ragazzi stranieri – di solito figli di immigrati - regolarmente residenti nel nostro paese, anche se nati e cresciuti qui. Respinti dalla Federazione italiana giuoco calcio intenzionata a tutelare i "vivai nostrani".
I paletti da superare per gli stranieri in regola prima di entrare in campo sono ovunque: in Lega Pro (professionistica), nel Campionato Juniores, per accedere al calcio dilettantistico, fino ad arrivare in Serie B e in Serie A.
«Per giocare a calcio in Italia», spiega il sociologo Mauro Valeri «un ragazzo non italiano deve prima di tutto mostrare alla nostra Federazione il transfert internazionale». Il che non è sempre semplice, specie se si proviene da Paese in guerra o semplicemente se si è nati in Italia da stranieri (e magari nel paese di cui si ha il passaporto non si è neppure mai stati).
Oppure se si è scappati per motivi politici, come il togolese Idrissou Kolou Shaib, regolarmente residente nel nostro Paese perché vi ha ottenuto asilo. Abita a Lodi e milita nella squadra dell'oratorio di Don Bosco, la G.S. Azzurra, ma senza il tesserino. Così la Figc gli impedisce di scendere in campo. Lui fa ricorso al giudice, vince, a la Figc si difende: «Nessuna discriminazione, siamo solo in attesa della risposta da parte della Federazione del Togo per verificare se il calciatore è stato già tesserato per la Federazione del suo Paese: in questo caso, infatti, le norme prevedono obbligatoriamente un certificato di transfer da parte della Federazione di provenienza ai fini
del tesseramento presso altra Federazione». Già, si può immaginare con quale sollecitudine le istituzioni del Togo rispondano a una richiesta su un suo cittadino scappato per motivi politici.
Ha 19 anni e un passaporto bosniaco (ma anche un regolare permesso di soggiorno in Italia) il centravanti Enis Nadarevic: è stato acquistato dal Varese (serie B) ma dirottato per un anno alla Sanvitese (serie D) perché c’è il divieto federale di tesserare calciatori non comunitari in B. Segue ricorso, processo e anche in questo caso la Figc è costretta a reintegrare il giocatore al Varese: la . Federcalcio, stabilisce la sentenza, non può intaccare un diritto soggettivo inalienabile della persona, i regolamenti sportivi non possono calpestare le leggi dello Stato.
Per il senegalese Thiam Silmon Gueye, clase 1990, la vicenda è ancora più complessa. Nato a Dakar, viene tesserato dal Catania come "giovane in serie di addestramento tecnico", in quanto non era mai stato professionista nel suo Paese. Quando però il Lumezzane lo ha voluto per il suo campionato in Lega Pro, doveva per forza passare profesionista. Niente: nessuna società di quella categoria è autorizzata ad assumere un calciatore non comunitario se è la sua prima volta da professionista. E così per ora Gueye resta fuori gioco (la sentenza di primo grado gli ha dato torto) anche se regolarmente residente in Italia.
I primi tesseramenti del resto sono pieni di insidie anche per i campioni.
E’ successo a Mario Balotelli, Nato a Palermo da immigrati ghanesi, abbandonato dai genitori biologici a due anni, dato in affido (ma non in adozione) a una famiglia di Brescia, non ha avuto il passaporto italiano fino al 18° anno di età, pur essendo nato e cresciuto sempre in Italia. «Lui in teoria era solo cittadino ghanese», spiega l'avvocato Vittorio Rigo che l'ha assistito durante il processo di acquisizione della cittadinanza italiana, «ma non aveva mai messo piede in Ghana. Nel 2008 il Ct della nazionale Under 21 Pierluigi Casiraghi voleva portarlo alle Olimpiadi di Pechino ma non ha potuto per questione di giorni. Balotelli ha compito 18 anni il 12 agosto, a Olimpiadi iniziate e fino a quella data non poteva 'diventare' italiano».
I minori non comunitari che giocano a vari livelli in Italia sono ormai più di 26 mila. Per loro il contratto calcistico provvisorio può durare solo un anno, dopo di che devono presentare tutta la documentazione richiesta per essere ammessi al tesseramento definitivo.
Il regolamento internazionale della Fifa, a cui la Figc si è ispirata, vieta inoltre ai minori di arrivare con i genitori in Italia «per motivi calcistici». L'obiettivo è quello di limitare il traffico illecito dei calciatori giovanissimi.
Insomma, un'intenzione lodevole che tuttavia si scontra con una realtà sempre più complessa, specie per i figli degli immigrati. Che sognano, un giorno, di vestire la maglia azzurra.