"The pen is on the table". Sono molti i deputati che hanno fatto una figura barbina davanti alla docente d'inglese venuta a fargli lezione privata nei loro uffici. D'altronde, è noto che il livello di conoscenza delle lingue straniere dei nostri politici è da sempre piuttosto bassino: nel 2006 Berlusconi fu preso in giro in mondovisione dall'ex presidente Bush per il suo inglese maccheronico.
"Proprio per questo", spiega un funzionario della Camera, "esiste un fondo di 400 mila euro l'anno per i corsi di formazione dei parlamentari. Pensi che figuracce se non riuscissero a spiccicare mezza parola d'inglese durante gli incontri internazionali". Così, nonostante molti onorevoli abbiano seri problemi in primis con la loro lingua madre, la casta di Montecitorio non bada a spese per l'aggiornamento culturale dei suoi fortunati membri: nel 2011 tra consulenze, formazione del personale e corsi di lingue e computer si spenderanno 1,3 milioni di euro. Serviranno a qualcosa? Difficile dirlo: di sicuro quest'anno verranno spesi 415mila euro per chiamare interpreti e traduttori capaci di destreggiarsi tra le insidie del tedesco o del francese.
Il fondo per le lezioni private è solo una delle centinaia voci di spesa che saltano agli occhi spulciando il bilancio pluriennale 2011-2013 della Camera. Il 21 luglio scorso Fini e colleghi hanno annunciato in pompa magna un ridimensionamento degli sprechi, e hanno varato una serie di tagli per ammansire l'opinione pubblica nauseata da vitalizi record e privilegi inattaccabili. Spulciando il dossier sulle spese correnti, però, ci si chiede se non potessero fare qualche sforzo in più. La grande maggioranza dei risparmi previsti (150 milioni in tre anni) arriveranno infatti non da tagli di spesa, ma attraverso il blocco degli aumenti già previsti per gli anni 2012 e 2013. Altro denaro sarà accantonato grazie all'abbandono anticipato dei costosissimi uffici di Palazzo Marini (che consentiranno un risparmio di 29 milioni di euro nel biennio), dalla chiusura di un self service e dalla forbice sugli abbonamenti di quotidiani e riviste. I deputati hanno promesso anche una "riduzione di offerte del menu" dei ristoranti interni, quelli con camerieri in livrea che servono spaghettini con alici a 1,60 euro. Qualche settimana fa, dopo un'inchiesta de "l'Espresso", qualche onorevole s'è difeso spiegando che i contribuenti non ci rimettono un euro, visto che i locali sono gestiti da privati. In realtà leggendo i documenti ufficiali si scopre che la differenza tra il costo effettivo dei piatti (almeno una cinquantina di euro) e quello che pagano i deputati (pochi spiccioli) ce la mettono proprio gli italiani: nella previsione al bilancio 2011 la voce "servizi di ristorazione gestiti da terzi" vale ben 5,5 milioni di euro. Una cifra enorme. Nel 2007 senatori e deputati mangiavano meno: la spesa superava di poco i 4 milioni.
(Prima puntata. La seconda sarà pubblicata on line lunedì mattina. Su L'Espresso in edicola l'inchiesta completa)