E’ stato condannato all’ergastolo anche per l’uccisione, nel 2008, dei sei ragazzi ghanesi a Castelvolturno e del titolare di un bar. E’ stato a capo dell’ala stragista del clan che in un solo anno ammazzò 18 persone. Sfuggì agli agenti in un inseguimento da film americano, nel gennaio 2009, a Trentola Ducenta mentre era in compagnia della moglie e di due scagnozzi.
Fu arrestato, qualche giorno dopo, a Mignano Montelungo. Da allora è rinchiuso al 41 bis nel carcere milanese di Opera. Una misura carceraria che avrebbe dovuto evitare comunicazioni con l’esterno, ma che Setola ha trovato il modo di aggirare, come emerge chiaramente dalla misura cautelare degli arresti domiciliari disposta a carico della moglie Stefania Martinelli dal Gip Antonio Cairo (su richiesta dei pm Antonello Ardituro, Cesare Sirignano guidati dall’aggiunto Francesco Greco).
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Un sistema rodato. Fino al dicembre 2009 Setola ha dovuto agire in solitudine, visto che la moglie scontava una condanna a due anni. Lo dimostrano i pizzini che la polizia sequestrò, mentre il boss era a colloquio con il suo avvocato, e nei quali 'o cecato al genero del boss Francesco Bidognetti e ad un suo cugino acquisito chiedeva i soldi spettanti, ‘lo stipendio’.
Da dicembre di quell’anno la ritrovata libertà della moglie cambia ogni prospettiva. E anche la figlia minorenne, proprio perché non imputabile, sarebbe stata ‘utilizzata’ dalla madre per raggiungere lo scopo. Tra le materie delle conservazioni lo stipendio da pagare alla famiglia, elemento che trova riscontro nelle dichiarazioni di diversi pentiti.
Il collaboratore Emilio Di Caterino, nel 2008, racconta: “I soldi alla famiglia di Setola e soprattutto alla moglie, Stefania Martinelli, sono stati sempre dati, perché glieli ho portati proprio io. Le davo prima 5 milioni e poi 2500 euro”. Alla moglie sono stati sequestrati soldi, assegni, ma anche orologi di lusso, dal valore di 65 mila euro, comprati con denaro di provenienza illecita dal boss e in cura alla consorte.
Per la ‘mesata’, lo stipendio fisso, gli orologi e assegni, Stefania Martinelli risponde di ricettazione. Per questo reato è indagato anche il padre della donna. Le indagini dei carabinieri hanno consentito di scoprire che Martinelli continuava a prendere soldi per mantenere la famiglia.
Ma c’è di più. La Procura di Napoli ha chiarito che per la prima volta c’è stata, nel nostro ordinamento, la contestazione del reato di agevolazione di detenuti sottoposti a particolari restrizioni. Reato per il quale la donna è indagata con l’aggravante di aver favorito il clan.
Dal carcere, infatti, ‘o cecato continuava a gestire le attività, inviava messaggi all'esterno. In particolare, tra le altre 'comunicazioni', invitava la moglie a fare richiesta di denaro al titolare di un caseificio. La dimostrazione di aver consentito al marito, sottoposto a restrizioni, di comunicare con l'esterno. Nel maggio 2010 Setola esorta la moglie: "…Ancora niente?…domani pomeriggio…cinquemila euro…capito?". E la consorte poi restituiva l'esito della segnalazione. Il riferimento chiaro è alla richiesta di soldi da muovere al titolare del caseificio.
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Il gip Cairo, disponendo gli arresti domiciliari, così conclude: “Assicurare che all’esterno si percepisca il volere attuale di un capo di camorra, anche quando costui è ristretto a regime detentivo differenziato, significa assumere una condotta di rilevante pericolosità che va guardata con attenzione e cui occorre apprestare, indubbiamente, un presidio di controllo”. Dopo la vicenda del boss Totò Riina anche il caso Setola racconta le fragilità del 41 bis, il cosiddetto carcere duro che dovrebbe isolare dal mondo esterno i macellai del crimine.