Hanno attraversato il mare sognando un futuro migliore. E nel 2014 l’Italia ha già accolto 24 mila minori. La metà non ha genitori. Assisterli è la sfida più difficile. Che rischia di mandare in tilt i Comuni

Il piccolo Ahmed, dieci anni, abitava nella provincia di Sharqiyyah, una delle più popolose nel Nord dell’Egitto. Non sapeva nulla del viaggio. Una sera il padre lo ha chiamato e gli ha detto che doveva fare la valigia per andare dallo zio in Germania. È per questo che a fine estate il bimbo è finito, completamente solo, su uno dei barconi soccorsi dalle navi militari dell’operazione Mare nostrum.

Nel centro di raccolta profughi di Pozzallo, in provincia di Ragusa, il piccolo Ahmed è arrivato con un solo obiettivo: fuggire e raggiungere lo zio, anche se entrare in Germania legalmente per lui è impossibile. Stessi giorni, altra storia. I cinque giovani egiziani tra i 14 e i 17 anni di Burg Migheizil, paese di pescatori sul Delta del Nilo, non volevano affatto partire per l’Europa. Ma non hanno osato dire di no ai loro padri, che si sono indebitati per raccogliere le 30.000 lire egiziane chieste dai trafficanti, 3.300 euro.

Scesi sul molo commerciale di Augusta in Sicilia dopo notti di onde e paura, i cinque teenager sono scoppiati a piangere. Volevano tornare a casa. E si sono ritrovati prigionieri delle regole. Anche se l’Egitto è l’unico Paese verso cui l’Italia ancora organizza voli di rimpatrio, i minorenni non possono essere espulsi: ci sono volute due ore per convincere i cinque in lacrime che non potevano essere rimandati indietro.

Dati
Tutti i numeri di Frontex
17/10/2014
In questa crisi umanitaria che attraversa il Mediterraneo, il numero di profughi sbarcati in cerca di protezione, la grande maggioranza, o soltanto di lavoro, da gennaio 2014 ha superato le 160 mila persone: in testa gli eritrei, con 28.500 esuli, seguiti dai siriniani con quasi 24 mila. Un record assoluto, anche se confrontato con gli oltre 60 mila sbarcati nel 2011, anno d’inizio delle rivolte in Nord Africa.

I morti annegati a partire dal 3 ottobre 2013, giorno del naufragio di Lampedusa, sono ormai più di 3.600: tra i quali, secondo la testimonianza dei sopravvissuti, oltre 160 bambini sotto i dieci anni dispersi nelle stragi dell’11 ottobre 2013 (60 su un totale di 260 vittime siriane) e del 10 settembre 2014 (almeno 100 su un totale di 500 vittime siriane e palestinesi di Gaza).

All’interno di queste cifre spaventose, in continua evoluzione, una realtà nuova nelle sue dimensioni sta mettendo sotto pressione le strutture e i bilanci dell’assistenza. Sono proprio i minori: 24 mila bambini e adolescenti arrivati in Italia via mare negli ultimi dodici mesi, un numero quasi cinque volte superiore al record di 4.599 minorenni sbarcati nel 2011.

Di questo piccolo esercito, 12.300 sono i minori arrivati senza genitori: «Hanno un’età compresa tra i 15 e i 17 anni, ma anche 12 e 13 anni, che giungono da Eritrea, Egitto e Somalia», spiega Rafaela Milano, direttore dei programmi Italia-Europa di «Save the children», salvate i bambini, l’organizzazione internazionale non governativa che partecipa a «Praesidium», il progetto per l’accoglienza.

Gli oltre dodicimila minori non accompagnati sono un impegno ancor più gravoso dell’ordinaria assistenza ai profughi. Perché in assenza di genitori o parenti adulti, il Tribunale deve nominare un tutore e lo Stato deve occuparsi per legge del loro mantenimento e della loro istruzione, attraverso Comuni e associazioni private. Al costo pro capite di 75 euro al giorno, contro i 30 euro dei maggiorenni ospitati in attesa della concessione dell’asilo.

I più piccoli assorbono così una cifra potenziale per l’accoglienza di 922.000 euro al giorno: anche se la spesa effettiva va ridotta del 30 per cento poiché un minore su tre rinuncia all’assistenza e fugge. Sono comunque soldi pubblici che non vanno ai giovani profughi, ma vengono rimborsati agli enti italiani per le spese di vitto, alloggio, scuola, tempo libero e per il pagamento degli stipendi ai dipendenti. Soldi che, a differenza del modello tedesco, ritornano agli italiani. In questa ottica, gli sbarchi sono una risorsa che dà lavoro a migliaia di persone.

Se si escludono i bimbi sopravvissuti ai naufragi e rimasti orfani, Ahmed è il più piccolo tra i minori non accompagnati arrivati quest’anno in Italia. A dieci anni in Egitto molti scolari già lavorano. A sedici sono giovani uomini. Quello che sta avvenendo nei sobborghi del Cairo e nelle cittadine vicine alla costa mediterranea è lo stravolgimento di un antico modello di emigrazione verso l’Europa. Nel decennio scorso partivano i padri o i fratelli maggiorenni. In questo modo però le famiglie perdevano per mesi, o in caso di naufragio per sempre, l’unica fonte di sostentamento. E in caso di rimpatrio del familiare, bisognava ricominciare daccapo.

Ora si investe sui minori che per legge non possono essere rimpatriati. Ma che, a quindici anni, secondo la prassi egiziana sono già in grado di lavorare autonomamente. E quindi di contribuire al bilancio di casa. Questo significa che migliaia di ragazzi finiscono a lavorare in nero nei piccoli cantieri, tra le cooperative di facchinaggio ai mercati generali o, soprattutto nella provincia romana, nelle stazioni di servizio.

I più sfortunati accettano di prostituirsi per venti euro e li vedi la notte sulle panchine del parco Ravizza, a Milano, controllati da loro connazionali. Ma sono casi rari. Nulla in confronto a vent’anni fa quando i viali e i bastioni milanesi erano pieni di ragazzini romeni e albanesi. Finora sta funzionando la rete di solidarietà tra egiziani. Zii, cugini, parenti alla lontana, amici di famiglia, conoscenti o semplici compaesani. Sono loro a offrire ospitalità ai teenager fuggiti dai centri di raccolta aperti da Comuni, parrocchie e enti privati un po’ ovunque, soprattutto al Sud. Un terzo circa dei 12.300 minori non accompagnati lascia la struttura di accoglienza nel tentativo di raggiungere la propria meta: soprattutto la Lombardia, dove la comunità egiziana è radicata da anni e dove sperano di trovare lavoro, o la Germania, per quanti continuano il viaggio.

La mattina presto li vedi riapparire in via Dogana 2 a Milano, a pochi passi dal Duomo, davanti allo sportello del Comune. Arrivano a piccoli gruppi. Ci sono anche siriani e albanesi. Ma sono soprattutto egiziani. Una trentina ogni giorno. Molti si mettono in coda da settimane. Parlano soltanto arabo. Una funzionaria, aiutata da un interprete, prende nota dei nomi e dell’età di tutti. Il momento più difficile è quando, a metà mattina, l’interprete traduce che non c’è più posto e bisogna ritornare un’altra volta. «Avevamo soltanto due letti disponibili e li abbiamo assegnati ai più piccoli tra di voi», dice la funzionaria: «Ora mi appello alla vostra sensibilità».

La precedenza va ai casi più fragili: chi ha 14 anni oppure non ha nessuno in Italia. I ragazzi se ne vanno a piccoli gruppi. Pochi passi e spariscono nel viavai del centro. Trovare una sistemazione legale è una necessità soprattutto per le famiglie che finora li assistono: dare ospitalità a un minore entrato illegalmente in Italia comporta il rischio di essere denunciati e di perdere la possibilità di rinnovare il permesso di soggiorno. «Io non sapevo nulla», racconta Mahmoud, 42 anni, egiziano, dipendente di un’impresa di pulizie: «Una sera, due mesi fa, ho ricevuto una telefonata dalla Sicilia. Era il figlio di un mio cugino alla lontana. Ha 16 anni. Chiedeva ospitalità. Tra compaesani ci si aiuta, non posso buttarlo fuori di casa. Però adesso è un problema. Lui senza documenti non trova lavoro, ma nemmeno un posto dove andare a dormire. Mentre io rischio di essere denunciato. In Egitto c’è ancora l’idea che in Italia ci sia lavoro. Non è più così. Ma, nella mancanza di un futuro, l’Italia è sempre meglio. Ci sono famiglie che vendono tutto pur di mandare un figlio in Europa. Anzi, se uno di questi ragazzi si rifiutasse di partire o tornasse indietro senza niente, suo padre lo massacrerebbe di botte».

L’Italia dovrebbe sostenere corsi di formazione professionale in Egitto ma anche campagne pubblicitarie per disincentivare le partenze: «Altrimenti», continua Mahmoud, «vincono le stupidaggini che si raccontano su Facebook oppure le storie di chi ha fatto successo: di quanti dopo pochi mesi sono tornati in Egitto e si sono comprati una casa e soltanto loro sanno come hanno potuto». Una spiegazione alla fuga dei teenager va ricercata nell’aumento della percentuale di egiziani che vivono al di sotto del livello di povertà: dal 19,6 per cento del 2005 al 25,2 per cento dell’ultimo rilevamento.

Dal 18 ottobre 2013 il Comune di Milano coordina una rete di volontari, dalle associazioni laiche o cattoliche a quelle musulmane, per dare un letto alle famiglie di profughi siriani che prima si accampavano in stazione Centrale. Molti di loro sono in attesa di un contatto per proseguire il viaggio verso Germania, Danimarca o Svezia. Contatto a pagamento da trovare tra faccendieri e trafficanti, visto che in un anno né l’Unione Europea né i singoli Stati membri sono riusciti a organizzare un qualsiasi piano comune di intervento.

L’esperienza milanese è stata raccolta dall’assessore alle Politiche sociali, Pierfrancesco Majorino, e da Caterina Sarfatti in un manuale: «Milano come Lampedusa? Dossier sull’emergenza siriana» messo in vendita per raccogliere fondi per l’emergenza. Dall’ottobre 2013 Milano ha dato ospitalità a oltre 40 mila profughi: 27.900 siriani, 11.500 eritrei, 1.400 palestinesi. I bambini arrivati con le loro famiglie sono oltre 10.000. I minori non accompagnati che hanno chiesto aiuto al Comune sono stati 570 nel 2013 e 500 nei primi nove mesi di quest’anno. Ma si prevede di raggiungere i mille entro dicembre. «Ospitiamo i minori facendo riferimento a circa 150 strutture a Milano e in provincia», spiega l’assessore Majorino: «La maggior parte è inviata al Comune dal Tribunale. Attualmente abbiamo 700 posti occupati. Ma è il nostro numero massimo, se non si attivano altre comunità per le quali però servirebbero risorse aggiuntive. Il Comune paga 75 euro al giorno per ragazzo e lo scorso anno ha impiegato 4 milioni e mezzo. Solo un milione e mezzo però è stato rimborsato dallo Stato».

Dei 40 mila profughi transitati da Milano, che fino a settembre costituivano un terzo delle persone sbarcate, le richieste d’asilo presentate sono soltanto 41. Segno che siriani, eritrei e palestinesi puntano al Nord Europa. L’Italia è considerata un Paese senza prospettive. Per questo su 160 mila, soltanto 35 mila hanno chiesto asilo. La differenza forma la massa di profughi che, per evitare di essere respinti in Italia dal Nord Europa, hanno rifiutato di essere identificati con le impronte digitali. Un atteggiamento finora tollerato, o addirittura agevolato, dalle questure italiane che ha scatenato le proteste dei governi di Austria e Germania, già critici sull’operazione di soccorso «Mare nostrum»: perché, secondo il loro punto di vista, favorirebbe le partenze.

Cinque Paesi sui 28 dell’Unione Europea, nell’ordine Svezia, Germania, Francia, Italia e Regno Unito, accolgono il 75 per cento dei profughi. «Il Consiglio europeo di fine giugno si contraddistingue per una decisione particolarmente grave», osserva Caterina Sarfatti: «Si tratta dell’esclusione del principio di mutuo riconoscimento tra Stati europei, su cui l’Italia aveva puntato per la riforma del sistema di asilo europeo». Con l’operazione Mare nostrum, che da sola ha soccorso quasi centomila persone, il governo italiano contava di aprire un varco in Europa: 160 mila profughi dovrebbero essere un numero facilmente gestibile in una Unione di 506 milioni di abitanti. Ma l’intenzione sembra sfumata. E nemmeno il nostro governo ha sfruttato il semestre di presidenza europea per riproporre la questione. «Quando abbiamo chiesto ai singoli governi un maggiore impegno, non c’è stata risposta adeguata», ammette a «l’Espresso» Cecilia Malmström, commissario Ue per gli affari interni.

Gli adolescenti non accompagnati e il loro futuro incerto sono comunque soltanto un capitolo che l’Italia deve affrontare. Se la maggioranza di eritrei e siriani prosegue il suo viaggio verso il Nord Europa, gli altri restano.

Sono ragazzi maggiorenni, arrivati da Mali, Nigeria, Gambia, Somalia, Egitto, Pakistan, Senegal, Bangladesh, Sudan, Marocco e Ghana: dall’inizio dell’anno oltre 50 mila persone, un ennesimo record per un Paese piegato dalla recessione e dagli indici di povertà crescenti. Così, se Mare nostrum verrà fermata, è facile prevedere cosa accadrà ai profughi sui barconi. Ma, senza un coordinamento europeo, è altrettanto facile immaginare cosa accadrà in Italia qualora l’operazione di soccorso dovesse continuare.

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