In fuga dalla guerra e senza genitori: il dramma dei bambini abbandonati a se stessi

Negli ultimi quattro anni sessantamila minori non accompagnati sono arrivati in Italia. Lo Stato spesso non è in grado di proteggerli. Dove finiscono? Scappano dalla guerra, dalla fame e dagli arruolamenti forzati. Ma solo pochi tra loro riescono ad accedere  a progetti che portano all’integrazione

Sono le dieci di mattina. C’è chi scrive, chi chatta, chi gioca a biliardino. Stanno ascoltando “Sferaebbasta” su YouTube: «Qua non piove più», canta il rapper: «Giuro che era ciò che sognavo fin quando/È stato il mio compleanno/Tutti i giorni, sì, da giorni/La mia stella brilla in cielo in queste notti». Nella canzone parla di successo, riscatto e possibilità. Chissà se Reduan e Bouba si sentono nella stessa realtà, hanno le stesse aspirazioni. Per iniziare il loro futuro non hanno dovuto soltanto sgomitare fuori dalla periferia. Ma dire addio a casa, rimasta in Eritrea e in Gambia: Reduan e Bouba sono infatti due dei 13mila minorenni stranieri arrivati soli in Sicilia dall’inizio dell’anno. Soli, in questo caso, significa soli: senza genitori, o parenti, senza punti di riferimento al di fuori di quel passaparola informale che li ha condotti dopo mesi in questa stanza.

Se la massa dei richiedenti asilo è stata infatti un’emergenza più per l’impreparata risposta delle istituzioni che per la statistica, quello dei minorenni è invece un dramma nel dramma che avrebbe bisogno di molta maggior attenzione.

Nel 2016 ha raggiunto infatti il record di sempre, con 25.846 adolescenti non accompagnati sbarcati, il triplo rispetto al 2007. I ragazzi dovrebbero essere i primi e più protetti. Eppure lo sfruttamento continua a trascinare in strada 15enni nigeriane costrette a prostituirsi, come denunciato dall’Espresso in inchieste a partire dal 2015. Mentre il sistema d’accoglienza offre ai 18mila giovanissimi che ha in carico eccellenze o orrori, capacità o oblio. L’Europa, in tutto questo, ha iniziato a farsi carico direttamente delle difficoltà italiane solo quest’estate: dal settembre 2015 all’aprile 2017 era stato ricollocato in un altro paese Ue un solo minorenne. Uno, su 64mila arrivati in quattro anni. Adesso qualcosa sta cambiando. Ma è tardi. E il 27 settembre il programma di “relocation” è scaduto.
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Li conoscono tutti questi ostacoli i ragazzi che stanno ascoltando “Sferaebbasta” nelle stanze di “Civico Zero”, un centro di Save the Children aperto vicino alla stazione centrale di Milano, attivo durante il giorno, dove Valentina Polizzi e i suoi operatori offrono corsi, formazione, orientamento, spazi protetti per la socialità. È qui che incontriamo Reduan, Bignam e Hagos per ascoltare, grazie a R. un educatore eritreo della onlus Mitades, la loro storia. «Sono partito il 15 dicembre del 2013. Avevo 13 anni», comincia Reduan: «Mio padre e mio fratello erano già soldati. In Eritrea sei costretto ad arruolarti, per una paga misera. Se studi, anche fino al dottorato, sarà comunque il governo a decidere su di te. Non hai speranza di poter determinare il tuo tempo, i tuoi affetti, il lavoro. Ribellarsi significa rischiare di combattere contro tuo padre. È questa la vita da cui sono scappato. Sapevo ch’era necessario. Ma non conosco le parole adatte per descrivere quello che ho provato quel giorno. Quello che significa lasciare la tua mamma per sempre».

Nei suoi report, l’Organizzazione internazionale per le migrazioni (Oim) ricorda sempre quanto la rotta verso la fortezza europea, soprattutto per i più piccoli, non si prenda mai con slancio, nella volontà leggera di guadagnare di più, di cambiare. Le motivazioni hanno il peso della necessità. Del fatto che in Gambia solo un sesto della terra sia arabile. O che nelle aree dell’Egitto da cui partono i minorenni che finiscono a scaricare casse nei mercati ortofrutticoli d’Italia per 300 euro al mese, si muore di fame. O che in Nigeria le preadolescenti vengono convinte che saranno principesse prima di essere buttate nell’incubo della tratta.
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Tutori volontari, una speranza per i minori non accompagnati
7/12/2017

«Il giorno in cui sono partito dall’Etiopia per il Sudan è stato il più brutto della mia vita», ricorda Bignam, una maglietta blu, tratti del viso ancora pienamente infantili: «Ci hanno caricati su dei pick up. Chi cadeva veniva lasciato indietro. Avevo troppa paura. Ho pianto tutto il tempo. Non riuscivo a pensare ad altro». «Nel deserto», aggiunge Hagos: «Vedevo per terra ossa umane. Per due settimane ogni ora ho temuto di morire. Il viaggio è finito in un capannone pieno di pidocchi». «Dopo due mesi sono arrivato in Libia», riprende Bignam: «Ci davano poca acqua, pochissimo cibo. Lì non c’è alcun punto fisso, alcun governo. Ti sparano addosso, a caso, e nessuno dice nulla. Capisci che pure la capra ha più valore di te». È in quest’abisso che i loro coetanei sono bloccati in questo momento. Con il piano straordinario e gli accordi del ministro Marco Minniti da agosto gli sbarchi in Sicilia sono crollati a quasi zero. Serviva, ha ribadito il ministro, per salvare la tenuta della democrazia interna e fermare la demagogia anti-stranieri. Ma è in quell’inferno che abbiamo ora delocalizzato il problema. «Sappiamo dalle testimonianze le atrocità che accadono in Libia. E ora il traffico non è certo risolto. Semplicemente si sta riorganizzando, si sposta in Tunisia, cerca nuove rotte», riflette Ernesto Caffo, presidente di Telefono Azzurro, che chiede «canali di accesso sicuri per i minorenni, gestiti dalla società civile e dai governi».

Un canale umanitario. Quello che hanno usato Reduan e i suoi amici è stato invece il Mediterraneo, il Mare Nostrum dei gommoni e dei naufragi dove sono state lasciate morire 2.556 persone dall’inizio dell’anno. «Stavamo organizzando una gita in Liguria con i ragazzi che ospitiamo», racconta Diego Mazzocchi, responsabile delle strutture per adolescenti della Casa della Carità: «Quando uno di loro, della Guinea, ha detto: “Mare? Io no, basta. Ho già dato”». Mare, basta: a 16 anni. È con la resilienza a questo dolore inaccettabile che Diego lavora tutte le mattine, insieme a otto dei 150 fortunati - su migliaia di richieste - che riescono a entrare nei “percorsi dell’autonomia” di Milano.

Appartamenti in cui ai minorenni stranieri è dato quanto di più simile a una “custodia affettiva” si possa offrire: corsi intensivi, borse-lavoro, regole, orari, divertimento (compreso l’andare in discoteca se vogliono, «sono adolescenti!»). È grazie a questo sforzo che sono riusciti a far riconoscere sempre, a chi hanno assistito, il “percorso di integrazione” avviato. Passaggio fondamentale, fra le altre cose, per ottenere il rinnovo del permesso di soggiorno al compimento dei 18 anni. Da gennaio a giugno sono stati garantiti meno di 500 permessi di questo tipo in Italia. Per gli altri possono arrivare forme di protezione internazionale. Ma spesso, niente: e i neo-maggiorenni, ancora fragili, si trovano così espulsi da qualsiasi rete sociale. Devono uscire dalle comunità. E non hanno aggancio con il mondo esterno né riconoscimento legale. Risultato: finiscono ai margini. Perché se esistono eccellenze, esistono anche molte ombre, tuttora, strutture in cui i privati intascano dai 45 ai 75 euro al giorno per lasciare i minorenni in balia del nulla o dello sfruttamento. Di sicuro non aiutandoli a costruirsi il futuro cui hanno diritto.

«Il malfunzionamento del nostro sistema è evidente», spiega Elena Rozzi dell’Associazione per gli Studi Giuridici sull’Immigrazione: «A essere competente sulla gestione dei minori, innanzitutto, è il Comune in cui sbarcano o vengono segnalati. Così Pozzallo e la Sicilia si trovano con un carico enorme, e lo stesso le grandi città di passaggio». Mentre i trasferimenti in piccoli borghi sono praticamente impossibili, e se avvengono, è attraverso un complesso circuito burocratico di rimborsi. Inoltre, continua Rozzi, al già frammentato labirinto di responsabilità (con hub di prima o di seconda accoglienza, centri Sprar, posti “Fami” pagati dalla Ue, servizi comunali) «quest’anno si sono aggiunte le strutture straordinarie affidate dalle prefetture. Che sanciscono una discriminazione di fatto contro gli stranieri: sono più grosse, e hanno meno doveri di quanto preveda la legge per le comunità di minorenni italiani».

I centri possono diventare «parcheggi, macchine che non portano a nulla», come nota Marzia Ventimiglia di Fmsi, fondazione che ha da poco avviato una task-force di volontari per l’integrazione a Siracusa. Quando non si trasformano in luoghi dell’orrore: in una cooperativa di Mascali e Giarre, in provincia di Catania, maltrattavano, insultavano e deridevano gli ospiti minorenni che avrebbero dovuto proteggere. È stata chiusa, con degli arresti, lo scorso luglio. La denuncia partiva da una segnalazione del 2014 di Save the Children: il programma con cui monitorava le comunità, “Praesidium”, non esiste più. E molte altre strutture restano in una zona grigia: di affidamenti diretti, urgenze, business. In luoghi dove l’abbandono può portare all’esasperazione: come accaduto lo scorso febbraio quando un gruppo di giovani aveva bloccato per un’ora il centro in provincia di Bari in cui era andata in visita la Garante per l’infanzia, che con i suoi rappresentanti regionali ha avviato ispezioni in tutto il paese.

«Le persone che ci hanno salvato in mare erano di una Ong. Sono state straordinarie. Siamo passati dal panico alla felicità», ricorda Bignam: «Una volta a terra invece siamo stati portati a Conigliano, in Calabria, in una polisportiva dove l’acqua puzzava e il cibo era scarso. Abbiamo organizzato una protesta, in 160. Ma nessuna istituzione ci ha ascoltati. Dopo due settimane siamo scappati». Ora sono in attesa di essere trasferiti in Norvegia, Svezia, Germania, grazie al programma europeo di “relocation” che dopo esser stato immobile per i minorenni, ha iniziato ora a mettersi in azione.

«Stiamo facendo uno sforzo straordinario», racconta Marco, operatore di strada di Save the Children a Roma: «Per garantire questa opportunità superando i 12 passaggi burocratici ogni volta necessari». I numeri, a settembre 2017, danno qualche speranza in più rispetto a quelli di aprile: trentadue adolescenti hanno potuto partire per avvicinarsi a dei conoscenti, 26 si trovano ora in Olanda; a 19 è stato approvato il trasferimento; 63 restano in attesa e 142 hanno avviato le pratiche. Ancora minima mole di fronte a una marea. Ma è qualcosa, insistono gli operatori. A chiedere a Reduan cosa gli piace dell’Italia, da cui comunque vuole andarsene, resta in silenzio per un po’. «Sai, nessun paese può essere paragonato al tuo paese», riflette con i suoi 17 anni diventati seri per forza: «Se devo dire una cosa che amo di Milano: è la libertà. Qui si riesce a percepire ovunque». La libertà.

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