Attualità
8 ottobre, 2014

Come ti svendo i beni archeologici

Il Circo Massimo dopo il concerto dei Rolling Stones
Il Circo Massimo dopo il concerto dei Rolling Stones

Pompei e Oplontis usati come sfondo di cene aziendali o pubblicità per parrucchieri locali. Il Circo Massimo set di concerti rock e manifestazioni politiche. Ecco una serie di cattivi esempi di 'valorizzazione' di tesori, affittati per somme irrisorie spesso nemmeno sufficienti a coprire i danni causati dal loro utilizzo

Il Circo Massimo dopo il concerto dei Rolling Stones
“Sarà una cosa straordinaria … Abbiamo un palco che i Rolling Stones ci sono rimasti di gesso. Pensate che quando abbiamo portato il progetto a Marino e alla commissione, la commissione ha detto: “Non abbiamo mai visto delle cose così …”. Faremo la raccolta differenziata come sempre e lasceremo tutto pulito e perfetto”. Così diceva Beppe Grillo, pochi giorni prima di avere l’ok da parte del tavolo tecnico, a proposito del primo incontro nazionale del M5S, organizzato al Circo Massimo di Roma per il 10-12 ottobre.

La diatriba estiva sull’utilizzo dello spazio, prima negato e poi concesso, dopo un aggiustamento sul progetto iniziale, è giunta a conclusione prima della metà di settembre. Con i gazebo disposti a disegnare il profilo dell’Italia. Con il divieto di ristorazione e somministrazione e la prescrizione che i servizi igienici siano schermati per garantire il decoro dell'area archeologica. Con i 200 mila euro che il Comune ha stabilito per l’Osp delle piazze del centro storico, i pentastellati si sono assicurati il luogo “neutro” nel quale a Roma da decenni si svolgono grandi eventi di carattere differente.

[[ge:rep-locali:espresso:285132524]]Quindi polemiche sopite a Roma. Mentre si accendono a Stabia, centro vesuviano sulla collina di Varano, dove Villa San Marco, sepolta dall’eruzione del Vesuvio del 79 d. C. e riportata alla luce dalle ricerche archeologiche di metà Settecento condotte dai Borbone, è diventato il suggestivo fondale di un servizio fotografico con il quale un parrucchiere di Castellamare di Stabia pubblicizzava le sue creazioni.

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Le foto con la modella seduta, sdraiata e appoggiata su un frammento marmoreo, su un mosaico pavimentale e su un affresco parietale hanno fatto velocemente il giro del web. Il tacco a spillo provocatoriamente appoggiato ad una parete sulla quale si conservano gli antichi cromatismi ha scatenato la bagarre. Permettendo ad una consuetudine locale, quella di utilizzare gli scavi di Stabia come set fotografico per campagne pubblicitarie, matrimoni e book di modelle, di avere una insperata visibilità nazionale. Costringendo il Soprintendente archeologo di Pompei, Ercolano e Stabia, Massimo Osanna, ad intervenire. Parlando di “una situazione quanto meno sconcertante” della quale non era a conoscenza. Aggiungendo che non si sarebbero verificati altri episodi avendo dato disposizione “di non autorizzare più servizi all’interno delle ville”.

Insomma niente spose più languidamente appoggiate a monumenti vesuviani. Ben inteso, spose per così dire di scena. Perché per quelle vere sembra ancora esserci spazio nelle aree archeologiche. Come dimostra la festa privata in giardino nella villa di Poppea, ad Oplontis, nello scorso luglio. Le discussioni scaturite dall’evento, sponsorizzato da una nota azienda con annesso catering di un famoso ristorante di Pompei e oltre duemila invitati in abitato da sera, disinnescate ancora dal Soprintendente Osanna. Motivando la scelta, a suo dire, sostenendo che “L'area concessa in uso in forma privata e temporanea, previo parere positivo del direttore degli scavi di Oplontis, Lorenzo Fergola, è unicamente il giardino”. Spiegando anche che “Il codice dei beni culturali dà la possibilità agli Istituti del Ministero di concedere l'uso temporaneo, dietro versamento di un canone, di alcuni spazi appositamente individuati all'interno delle aree archeologiche di competenza della Soprintendenza, per attività che sono valutate compatibili con il decoro del monumento”. Certo è che i 5mila euro che sono entrati nelle casse della Soprintendenza per l’affitto dello spazio, nonostante siano andati ad accrescere “le disponibilità economiche da destinare ad interventi di restauro e manutenzione”, non sembrano rispondere alle preoccupazioni dei molti scettici nei confronti di queste operazioni.

Il punto è proprio questo, in fondo. Aldilà delle questioni specifiche. Prescindendo perfino dalle royalties provenienti dalle concessioni. Del circo Massimo, a Roma e di Villa Massimo a Stabia, come della villa di Poppea ad Oplontis. La questione cruciale è assicurare che il decoro del monumento e/o area archeologica non sia sminuito. Che l’utilizzo, seppure per attività valutate come proprie, non contribuisca ad un consumo incontrollato delle strutture antiche e degli spazi che le definiscono. Anche perché il capitolo dei siti divenuti la muta, ma ricca di pathos, location di cene e pranzi, visite guidate riservate a grandi società e manifestazioni, è ampia. Senza dover andare troppo indietro nel tempo.

Nel settembre del 2013 la cena organizzata per il decimo congresso del gruppo agenti Fondiaria-Sai nell’arena dell’anfiteatro di Pompei. Tende, tavolini e sedie, oltre ai supporti necessari per il catering, finito su You-Reporter.it e via Twitter sul telefonino dell’allora Ministero per i Beni e le Attività culturali Massimo Bray. Il costo? 15mila euro.

Ancora, nel luglio dello stesso anno, le due serate organizzate da un gruppo di statunitensi, in forma del tutto privata, nell’area antistante il Tempio di Segesta, nell’omonimo Parco archeologico. Un concerto di musica classica e i tavoli per il buffet sistemati a breve distanza dalle architetture greche. Il tutto per 5mila euro.

Non poche anche le occasioni nelle quali luoghi simboli della Storia antica sono diventati la scena sulla quale rappresentare eventi legati più all’intrattenimento che alla Cultura. Performance che anzi sono apparse quasi “abusare” di quegli spazi. Come accaduto nel luglio 2011, per il concerto del cantante inglese Boy George, preceduto dalla sfilata degli abiti della collezione Haute Couture 2012 dello di uno stilista siciliano Claudio di Mari, nel teatro antico di Taormina. Dove anche all’inizio del giugno di quest’anno sono sfilati altri abiti da collezione. Come è accaduto a lungo all’Arena romana di Verona, palcoscenico del Festivalbar.

Così tra una polemica e l’altra si avanti. Con i tifosi delle opposte soluzioni schierati. Seduti nelle rispettive curve a rumoreggiare, ad inveire. Gli uni sostenendo che l’affitto è l’unica soluzione possibile. Gli altri, che é il male assoluto. Mentre l’Europa ci guarda.

“Tempio in affitto. L’Italia spera che gli sponsor possano salvare i suoi tesori culturali”, titolava un lungo articolo sul quotidiano tedesco Der Spiegel, on line nell’aprile 2012. Affitto e sponsorizzazioni i protagonisti indiscussi di una questione che riguarda certo la conservazione dei monumenti ma anche, soprattutto, la scelta di un modello di gestione. Di una strategia condivisa che metta fine alla precarietà diffusa. A scelte per certe versi estreme come quelle minacciate dall’ex sindaco di Agrigento, il renziano del Pd, Marco Zambuto che nell’estate del 2011 promosse l’idea di mettere all’asta i diritti della valle dei Templi. Era sua intenzione utilizzare i circa 2 miliardi di euro, valore stimato del sito, per la manutenzione urgente dei templi.

La proposta senza seguito, ma la questione della ricerca di nuovi introiti sempre attuale. Così come la necessità di non calpestare la storia di monumenti millenari. Tra questi due termini, che continuano ad essere troppo lontani per diventare conciliabili, la ricerca della formula vincente per il Patrimonio archeologico italiano.

Altrove di fronte alla possibilità di fare cassa con i monumenti, si sono fatte scelte contrapposte. In Grecia, nel dicembre 2011, una circolare del Ministero della Cultura ha ridefinito lo sfruttamento a fini commerciali delle antichità e dei siti archeologici, abbassando il prezziario. “Affittano il Partenone”, ha titolato il quotidiano popolare di destra Eleftheros Typos. 1600 euro la tariffa giornaliera per girare un film tra le Cariatidi, con la possibilità di un utilizzo illimitato per le 24 ore delle sale dell’avveniristico museo dell’Acropoli. Invece con 200 euro si utilizza il monumento come set fotografico.

In Egitto va diversamente. Nei primi mesi del 2013 la proposta del Ministero delle Finanze di affittare i monumenti egiziani per sanare il deficit di bilancio è stata rispedita al mittente. Adel Abdel Sattar, Segretario del Consiglio Supremo delle Antichità, ha dichiarato in un’intervista, che  “non sarà mai permesso l’affitto dei nostri monumenti. Questi rappresentano il nostro patrimonio, le nostre radici”. Le Piramidi di Cheope,  la Sfinge ed i templi di Luxor, continuano ad essere patrimonio di tutti. Un Bene Comune.

Perché in Egitto, come in Grecia e Italia, tutela e valorizzazione non possono che essere parti, in ordine variabile, di un unico grande Progetto culturale. Momenti, non sempre coincidenti temporalmente, di una visione larga. Nella quale il Patrimonio sia un pezzo del Paesaggio da salvaguardare, ad ogni costo. Altrimenti il rischio è sempre quello paventato da Antonio Irlando, responsabile di Osservatorio Patrimonio Culturale, a proposito di alcuni affitti a Pompei. Insomma, “E’ il modo giusto di valorizzare gli scavi e fare incassare qualche migliaia di euro alla soprintendenza o piuttosto è il modo peggiore per svendere e ridicolizzare un bene pubblico tutelato dallo Stato e riconosciuto dall’Unesco patrimonio dell’Umanità?” Forse nella risposta a questa domanda c’è anche il destino che attende monumenti e siti archeologici italiani. Divisi tra le luci di scena di nuovi eventi e le ombre di un presente comunque incerto.

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