Nulla può giustificare la morte di un sedicenne, come quella di Davide Bifolco. E i fatti di Napoli ci mettono davanti a due drammatiche vicende umane e sociali. C’è da una parte un ragazzo che alle due e mezzo di notte gira su un motorino con altri due giovani, senza casco, e non si ferma all’alt dei carabinieri. Che in quelle strade sono visti come nemici, ma sono costretti - come il dovere impone loro - a inseguire i fuggitivi.
E così, nella foga di bloccarli, un colpo parte dalla pistola di ordinanza, raggiunge il petto del sedicenne e scatena la tragedia che sappiamo. Sarà la magistratura a fare luce sull’episodio. Dall’altra parte c’è l’uomo in divisa, anche lui vittima di un gesto che mai avrebbe voluto compiere. Per questo ha chiesto “con pudore” perdono alla famiglia di Davide. Come le cronache raccontano, Napoli non è una città tranquilla: l’Europa resta lontana.
I criminali spesso sono giovanissimi, sono armati e non ci pensano un attimo a sparare, anche contro le pattuglie delle forze dell’ordine. Sotto il Vesuvio ci sono quartieri dove è difficile vestire una divisa senza essere scherniti, perché per molti non è lo Stato a garantire protezione, ma la camorra. Il rione Traiano in cui si è consumata la tragedia non c’entra nulla con la rivolta di Ferguson e con il razzismo: la gente è scesa in strada a protestare con violenza solo contro quello che il carabiniere rappresenta.
Mi chiedo come mai quando ci sono state vittime innocenti trucidate dai clan, come la quattordicenne Annalisa Durante, uccisa per sbaglio a Forcella da un sicario, o ancora Lino Romano, ammazzato per errore dai killer, fino a Vincenzo Ferrante, assassinato pochi mesi fa, non ci sono state reazioni così plateali contro
i camorristi. Nei quartieri tutti li conoscono, ma nessuno è andato a manifestare sotto le loro case. E nessuno si è affrettato a bussare alla porta degli avvocati dei familiari delle vittime per proporre testimonianze, video di telecamere che potevano aver ripreso la scena del delitto.
Ogni giorno a Napoli e in molte altre città calde poliziotti, carabinieri e finanzieri si trovano a confrontarsi con rischi che pesano molto di più della loro busta paga. Il loro stipendio è bloccato da quattro anni: l’unico sollievo sono stati gli 80 euro concessi dal governo Renzi, perché la maggioranza degli uomini in divisa guadagna al massimo 1.400 euro al mese. Anche gli straordinari non vengono retribuiti. E chi è stato promosso, assumendo maggiori responsabilità, non riceve neppure l’aumento previsto dal nuovo incarico. Insomma, l’impegno nel garantire la sicurezza, il sacrificio di una professione senza orari, il pericolo che si corre ogni giorno non vengono premiati, ma addirittura disincentivati. Per questo i sindacati avevano proposto uno sciopero senza precedenti nella storia del Paese, violando il divieto di astenersi dal lavoro imposto alle forze dell’ordine: il segno dell’esasperazione della categoria.
Investimenti sulla sicurezza non se ne vedono. Questo governo si sta accodando sulla scia dei suoi predecessori, sta chiudendo gli occhi davanti ai problemi che vivono tutti i cittadini: dal dilagare di nuove forme di criminalità nelle metropoli meridionali all’aumento vertiginoso di furti e rapine nelle città del Centro-Nord, fino al radicamento delle mafie. Le forze dell’ordine, con sempre più fatica, restano l’unica barriera di fronte al senso crescente di paura. Ma dall’esecutivo arrivano solo slogan, senza passi concreti. Invece di riforme per rendere più incisivi gli interventi, scattano tagli alla cieca che lasciano uffici anticrimine senza mezzi, volanti senza benzina né ricambi, impedendo un controllo mirato del territorio. Invece di premiare il merito e compensare i rischi, si fanno crollare le motivazioni di chi ha scelto la divisa per sentirsi ogogliosamente servitore dello Stato e della comunità.