
La cessione del club, con annesso progetto dello stadio nuovo sui terreni del Portello, è ormai uno dei rari show dell’ex Cavaliere che possa trovare ampi spazi sulla stampa. E il fondatore di Forza Italia, unico premier della storia europea a vincere una competizione Uefa, sta sfruttando la sua prima fonte di fama pubblica come un canto del cigno.
Lo spettacolo è così avvincente che a nessuno passa per la testa di chiedersi come mai il marchio Milan dovrebbe valere un po’ più del brand Bayern Monaco, una squadra che ha un fatturato doppio e uno stadio nuovo sempre pieno, chiude il bilancio in attivo da 22 anni in fila, ha un azionariato composto da 224 mila piccoli soci e da un paio molto grossi (Adidas e Allianz), ha già vinto lo scudetto tedesco, può conquistare coppa di Germania e Champions league e sarà competitivo per anni, al contrario dell’armata Brancaleone chiusa in ritiro punitivo a Milanello. Per restare in Italia, nessuno si chiede come mai il Milan dovrebbe valere 1,2 miliardi di euro, incluso un debito netto di circa 250 milioni, quando l’Inter è stata ceduta per zero euro, debiti esclusi, all’indonesiano Eric Thohir.
Wang Jianlin, il miliardario cinese fondatore del Dahlian Wanda group e neoproprietario di Infront (diritti sportivi), ha irriso la valutazione del club controllato da Fininvest domandando se il prezzo richiesto per la squadra rossonera dall’ad del Biscione, Pasquale Cannatelli, si riferisse all’intera serie A. E Wang era fra i possibili interessati, quanto meno, a una partecipazione di minoranza.

Fatto sta che in Italia, dove gli obblighi antiriciclaggio sono stringenti, centinaia di milioni di euro senza nome e senza controllo potrebbero entrare nell’azionariato del club italiano con più vittorie internazionali. Una fonte ben informata sull’epopea berlusconiana esprime il suo scetticismo con una battuta: «I nuovi proprietari del Milan? Sono la voluntary disclosure di Silvio».
Con altrettanto scetticismo, all’interno del club milanese, l’ala che fa capo ad Adriano Galliani sottolinea che i due concorrenti, il thailandese Bee Taechaubol e il cinese Richard Lee, per adesso non hanno dato prova di avere i fondi necessari all’acquisto. Altro che penali incombenti su Berlusconi se cambierà idea all’ultimo e deciderà di non vendere.
È vero che nei ranghi gallianisti si respira aria di addio. Il nuovo Milan made in Asia prevede la sopravvivenza nel management di Barbara Berlusconi e forse dello stesso Silvio come presidente onorario ma non certo di Galliani, che manterrà l’impegno di farsi da parte senza polemiche quando ci sarà la cessione.
Il punto è chi può comprare al prezzo chiesto dal padrone. Il borsino dei candidati è volatile e, di ora in ora, Bee e Lee sono dati in ribasso o in rialzo più che altro in base ai selfie e ai servizi fotografici che li immortalano a spasso in zona Duomo o in tribuna autorità a San Siro.
Lee ha promesso di organizzare i capitali necessari intorno al suo fondo di private equity Thai Prime. Tecnicamente, sembrerebbe l’unica possibilità. Nessuna banca che agisca secondo normali criteri manageriali può garantire con le sue linee di credito un’operazione totalmente fuori dagli schemi di valutazione sull’avviamento di un’impresa. In altre parole, chiedere un finanziamento da 1,2 miliardi di euro a una banca per il Milan è come chiedere 1 milione di euro di mutuo per una cantina di 50 metri quadri. Infatti, nessun istituto primario finora ha garantito.
Il Thai Prime è un fondo alimentato da sottoscrittori anonimi e può comprare direttamente. Ma nessun fondo di private equity gestito con un minimo di senno investirebbe in un’impresa che resterà in perdita a lungo e necessita di investimenti pesanti. L’idea del private equity è guadagnare, possibilmente in fretta e battendo i rendimenti del mercato. Altrimenti, i sottoscrittori si ritirano e il fondo chiude.
Circa dieci anni fa alcuni hedge fund avevano investito nelle azioni privilegiate del Manchester United sotto la gestione della famiglia Glazer e anche in seguito i fondi hanno comprato o venduto quote dei Red Devils. Ma lo United non solo è in testa alla classifica dei club di Premiership con i profitti più alti (39 milioni di dollari nel 2014) ma è quotato a Wall Street, dopo essere stato trasferito dal listino londinese. Quindi, a differenza del Milan, è soggetto ai controlli delle autorità di vigilanza e può essere comprato o venduto tutti i giorni sul mercato, come ha fatto nel 2014 Baron capital management.
Sul fronte di Bee, il ruolo fondamentale rimasto in secondo piano spetta a Pablo Victor Dana. Ferrarese di 48 anni, figlio di Carlo Vittorio, consulente d’azienda arrivato dal Piemonte sul delta del Po negli anni del boom, Dana risiede a Dubai dove vive in una villa sulla Palma di Jumeirah e lavora come vicepresidente con delega al wealth management di Emirates Nbd, colosso del credito nato dalla fusione fra National Bank of Dubai ed Emirates Bank.
Nei suoi incarichi precedenti figurano la Banque Fti di Ginevra (gruppo Rockefeller) e un’esperienza di amministrazioni patrimoniali in Profile finance, boutique finanziaria svizzera liquidata nel 2011. Laureato a Losanna e con un master alla Webster University di Saint-Louis negli Stati Uniti, nel 1991 Dana ha incominciato a lavorare come country manager di Publitalia 80 nella sede di Losanna. In seguito è passato a Londra con Publieurope, fondata dal gruppo Fininvest nel 1996, e poi è tornato in Svizzera a lavorare agli uffici Publitalia-Mediaset locali.
Milanista appassionato, Dana è anche il fondatore insieme all’amico Fabio Cannavaro delle Global legend series (Gls), una sorta di campionato di glorie neanche troppo vecchie (Patrick Kluivert, Clarence Seedorf, Luis Figo, Cafu, Andrij Shevchenko, Hidetoshi Nakata). L’accademia di calcio di Gls può vantare accordi di collaborazione sia con il governo di Dubai sia con il ministero dell’educazione della Repubblica popolare cinese.
Questo non significa che i Maktum di Dubai o i Nahyan di Abu Dhabi vogliano seguire Bee nella sua avventura milanista. I candidati cinesi non possono ignorare i diktat del Partito che punta molto sul calcio come strumento di propaganda ma non vede affatto di buon occhio gli investimenti a fondo perduto.
Questo vale soprattutto per Richard Lee, da non confondere con il ben più ricco Richard Li di Pacific century group. Con la sua Auto Italia per 20 anni Lee ha importato Ferrari e Maserati da Hong Kong nella Cina continentale. È arrivato a Berlusconi tramite Luca di Montezemolo ma per le sue iniziative finanziarie ha bisogno del benestare governativo, come ogni imprenditore cinese. La cordata di Lee ha soltanto l’opacità in comune con quella del concorrente thailandese. È il percorso ideale per uscire dalla crisi finanziaria e organizzativa del calcio italiano.