I corpi degli studenti rapiti non sono nella discarica dove, per la versione ufficiale, sono stati bruciati. Schiavi dei narcos? Nelle celle dell’esercito? Solo una certezza: chi li ha presi è coperto dall’alto. Ecco i retroscena

Le aspre montagne del Guerrero, a tre ore di pullman da Città del Messico, sono punteggiate di cactus, sentinelle minacciose sulla strada verso i campi di cannabis, papavero da oppio e fosse clandestine. Dopo il sequestro, il 26 settembre 2014, da parte della polizia municipale di Iguala, di 43 studenti della scuola normale rurale di Ayotzinapa, anche questo Stato - un tempo frequentato dal jet-set internazionale per la sua suggestiva costa e i locali di Acapulco - è entrato nella rosa dei più violenti e corrotti di tutta la Federazione messicana.

Quando, a un mese dal sequestro, il procuratore generale della Repubblica Jesus Murillo Karam rivelò che il sindaco di Iguala Luis Abarca, legato al cartello Guerrero Unidos, aveva ordinato alla polizia municipale di Iguala di attaccare gli studenti e consegnarli ai sicari del cartello, che li avrebbero bruciati in una discarica della zona, i periti argentini e i familiari dei sequestrati iniziarono a cercarne i resti. Ma nella spazzatura non c’erano. Si misero quindi a perlustrare i dintorni. Anziché quelle dei loro ragazzi, trovarono in fosse clandestine centinaia di ossa appartenenti a sconosciuti.

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ANCORA OGGI LA FINE DEI 43 STUDENTI è avvolta nel mistero. Anche se pare chiaro il movente della loro sparizione: dare una lezione a quelle scuole dove si formano i futuri maestri rurali che sono considerate una fucina di marxismo in un Paese che ha scelto il liberismo sfrenato. Le ipotesi sul loro destino comunque sono tre: uccisi e sepolti; tenuti prigionieri nelle celle di sicurezza del 27esimo battaglione dell’esercito nei pressi di Iguala; segregati nei campi di papavero a lavorare come schiavi per i narcos. Si tratta di deduzioni plausibili, compresa quella che riguarda l’esercito. Il comportamento dei militari è stato quanto meno sospetto quella notte: non sono intervenuti quando gli studenti furono presi a fucilate dalla polizia municipale ma successivamente e solo per minacciare i sopravvissuti nell’ospedale di Iguala, inoltre non hanno permesso ai loro padri di entrare nella sede, respingendoli con violenza. Anche l’ipotesi della sepoltura clandestina è credibile. C’è un dato sconcertante che la sostiene: dal 2006 al 2014 in Messico sono scomparse ufficialmente 30mila persone, ma secondo le organizzazione non governative la cifra reale è di 200mila. Resta il fatto che il mandante è chiaramente lo Stato perché qualunque cosa sia accaduta ai 43, a sequestrarli, ed eventualmente a consegnarli ai narcos, è stata la polizia municipale, su mandato del sindaco di Iguala.

«L’esercito non è intervenuto per fermare gli agenti non solo per ammissione dello stesso Abarca ma per le telefonate divulgate dalla stampa indipendente da cui emerge che il 27esimo battaglione ha saputo in tempo reale cosa stesse accadendo. Lo Stato, nella figura del procuratore federale Murrillo Karam, ora ministro dell’agricoltura, ha prima cercato di minimizzare, poi ha tenuto una sbrigativa conferenza stampa in cui senza mostrare prove ha chiuso il caso accusando i narcos di aver bruciato i corpi e non ha risposto alle domande dei giornalisti pronunciando l’arrogante frase di commiato “mi sono stancato, basta”, diventata un hastag postato milioni di volte da tanti indignati», spiega Xavier Robles, regista e sceneggiatore del documentario “Cronaca di un crimine di Stato”. Secondo Robles i narcos non potrebbero produrre droga, fare traffico di clandestini, taglieggiare, decapitare e appendere ai ponti delle autostrade chi si ribella, senza la collaborazione delle autorità. L’esercito controlla le strade: se volesse, bloccherebbe i camion che portano la droga negli Stati Uniti.


«IL CORAGGIO E LA DETERMINAZIONE dei familiari dei 43 ci hanno spronati a cercare i nostri parenti che un giorno non sono più tornati a casa», dice Carmela Barca, una giovane signora che non ha più notizie del marito, poliziotto e studente di diritto, scomparso un anno fa senza lasciare tracce. «Abbiamo deciso di riunirci sotto il nome “familiari degli altri scomparsi” e cercare tra i boschi i nostri mariti, figli, fratelli, nipoti», spiega mentre attendiamo la gendarmeria nella cucina della chiesa San Francesco di Iguala dove ogni domenica queste persone disperate si ritrovano per andare a “buscar las fossas”, a trovare le fosse. Con la gendarmeria a distanza di sicurezza, seguendo le istruzioni disegnate a mano da uno sconosciuto su un foglio di quaderno, il gruppo si incammina con alla sua testa un signore con in mano un lungo bastone dall’estremità a forma di àncora. Dopo averla infilata nel terreno con forza, l’uomo la ritira e annusa. L’odore della decomposizione è inequivocabile. Una mesta bandierina segnalerà la fossa clandestina perché la polizia e i periti possano fare le riesumazioni. La sensazione è di essere gli attori di un film horror. Ma è la drammatica realtà di un Paese con una cultura millenaria alle spalle, membro del G20, appiattito sui desiderata neoliberali della vicina “Gringolandia”, come vengono definiti gli Stati Uniti. «Il sequestro degli studenti da parte della polizia, è stata la goccia che ha fatto traboccare il vaso. La gente ha capito, sa che il mandante è lo Stato e ne ha perso del tutto la fiducia. Per questo migliaia di persone ogni 26 del mese, da quando sono stati sequestrati i 43, scendono in piazza per manifestare contro lo Stato e chiedere giustizia. Lo fanno per gli studenti ma anche per sé e per i propri figli e nipoti. Non so per quanto questa indignazione, mai vista prima, terrà. Resta il fatto che molti per protesta non andranno a votare alle elezioni politiche di domenica 7 giugno, altri voteranno il nuovo partito di sinistra Morena, perché il Prd, nato come partito delle sinistre, non rappresenta più gli interessi di nessuno, se non di se stesso, ed è corrotto. Il sindaco di Iguala era del Prd», dice il famoso scrittore e attivista Paco Ignatio Taibo II.


IL PRESIDENTE DELLA REPUBBLICA, Enrique Peña Nieto, 48 anni, del Pri, è percepito da buona parte della società come un burattino nelle mani dell’ex presidente Salinas de Gortari. Colui che nel 1994 fece entrare il Messico nell’area di libero scambio nord-americano, il Nafta, dando il via alla deriva neoliberista. Anche se i media lo blandiscono, la coraggiosa quanto circoscritta stampa indipendente ne ha più volte denunciato “missioni” e omissioni. Questo signore, dall’aspetto curato e giovanile è un maestro nell’applicazione della politica neo liberale. Ha firmato l’ultima legge sull’energia secondo cui lo sfruttamento delle risorse ambientali ha la priorità sull’agricoltura e la legge sull’educazione che favorisce le scuole private. Entrambe non piacciono agli studenti delle scuole normali rurali, tra cui c’è Ayotzinapa ( tartaruga in lingua Nahuatl).

Ayotzinapa si trova a 1400 metri di altezza nel comune di Tixtla, un tipico pueblo con le case colorate e lo zocalo al centro. Per arrivare al cancello con un’enorme tartaruga disegnata bisogna percorrere un viale in mezzo al bosco. A proteggerlo ci sono i volontari della polizia comunitaria, istituita vent’anni fa in varie città e villaggi con l’avallo del governo per difendere le etnie autoctone. «Premetto che noi difendiamo tutti gli sfruttati, indipendentemente dall’etnia. Ora ci accusano di essere fuorilegge ma la vera ragione è che il coordinatore si è venduto al governo che non ci vuole tra i piedi perché andiamo a cercare i narcos e non abbiamo paura di scontrarci con loro e nemmeno con la polizia municipale e l’esercito che fanno affari o sono a libro paga degli stessi cartelli», racconta Tori, nome di battaglia di una universitaria di 27 anni che comanda il gruppo armato di autodifesa. Possiamo vederne solo gli occhi neri dietro il passamontagna.

UNA VOLTA ENTRATI nella scuola ci si trova di fronte a un’azienda agricola e ai ritratti di Marx, Lenin, Che Guevara, Lucio Cabanas, e altri rivoluzionari messicani. Dove c’erano le stalle, oggi ci sono le misere stanze degli studenti del primo anno. Celle di 14 metri quadrati, senza finestre, dove dormono stipati fino a 11 futuri maestri. Al posto dei comodini e armadi, cassette della frutta appese al muro. Qua e là prese della corrente che alimentano gli smartphone per coordinarsi via Internet sulle attività di boicottaggio dei comizi elettorali, chiamare i volontari della comunitaria quando l’esercito viene da queste parti. «Per essere ammessi alle scuole normali innanzitutto bisogna avere un reddito molto basso. Siamo quasi tutti figli di campesinos. Ci prepariamo per andare a fare i maestri elementari nei villaggi di montagna ma lo Stato ogni anno taglia il numero delle matricole e riduce il sostegno economico», spiega Ernesto detto Marlboro, 23 anni, rappresentante degli studenti del “primero” nonché uno dei superstiti del 26 settembre.

«NON ACCETTIAMO I RISARCIMENTI in denaro che ci vuole dare lo Stato, è un’offesa. Siamo poveri ma abbiamo una dignità. Vogliamo sapere dove sono i nostri figli. Nella discarica di Cocula non c’erano, vogliamo sapere chi li ha presi e cosa gli hanno fatto», dice Delfina de la Cruz Felipe che ha deciso di vivere qui fino a quando non tornerà Adan Abrajan, suo figlio, già padre di due bambini. Sulla facciata di una casa di Tixtla, da cui provenivano 14 dei 43 studenti scomparsi, c’è una scritta sotto la foto di Israel: «L’ultimo segnale del suo Gps proveniva dalla zona dove ha sede il 27esimo battaglione dell’esercito». Omar, un altro sopravvissuto, racconta che «quella notte, dopo la prima sparatoria da parte della polizia contro uno dei bus che avevamo confiscato, io e altri feriti eravamo andati all’ospedale per farci curare. Io assistevo un compagno con un buco sulla mascella. Nulla in confronto a uno dei nostri trovato morto senza più la pelle del viso e gli occhi. A un certo punto sono arrivati dei soldati, compreso il loro medico, del 27esimo battaglione. Ci hanno chiesto le generalità e detto che se non le avessimo date, avremmo fatto la fine degli altri “Ayotzinapo”, che è un modo dispregiativo di definirci. Noi ancora non sapevamo che erano stati sequestrati dei nostri compagni. Pensavamo fossero fuggiti e nascosti, come altri che poi sono ricomparsi in tarda mattinata. L’esercito non ci ha mai amati, siamo considerati dei sovversivi, ma è solo un pretesto per mettere a tacere chi si oppone alla militarizzazione, al terrore di Stato», conclude piangendo.
CIÒ CHE È CERTO in questa terribile storia è che un centinaio di studenti delle scuole rurali avevano confiscato alcuni pullman per andare alla marcia del 2 ottobre a Città del Messico e per effettuare, come vuole la legge, i tirocini nei puebli dove poi insegneranno. «Lo facciamo perché lo Stato non ci fornisce i mezzi, solo un bus da 30 posti ma qui siamo più di cinquecento, ma poi li restituiremo», riprende Ernesto. La marcia per ricordare gli studenti uccisi dalle forze dell’ordine nel 1968 durante la “guerra sucia” (sudicia) è un’occasione per denunciare i delitti di Stato rimasti impuniti. «Anche quello che riguarda i nostri compagni lo è. È stata la polizia a spararci addosso mentre eravamo sui pullman. Noi stavamo tornando alla scuola. Eravamo stati portati lì dall’autista per scaricare i passeggeri, ma lui ci ha chiusi dentro e ha chiamato la polizia municipale», dice Josè, altro sopravvissuto. La polizia spara. I ragazzi saltano giù dai bus, corrono, due rimangono a terra, altri si trascinano feriti, c’è chi tira sassi, chi si nasconde. Quando la sparatoria finisce, i sani improvvisano una conferenza stampa. «Proprio quando ci stavano spiegando la dinamica, è arrivata di nuovo la polizia. Hanno iniziato a spararci addosso e tutti siamo scappati», ricorda Alejandro Guerrero, giovane cronista.

LA MATTINA SUCCESSIVA MANCAVANO 43 studenti. Secondo i periti argentini per cremare così tanti corpi all’aria aperta in una notte di pioggia, ci vuole una quantità enorme di legna e carburante o pneumatici. La gigantesca pira avrebbe dovuto ardere anche le piante intorno, il terreno. Ma non ci sono resti di vegetali bruciati. Nella discarica di Cocula sono state trovate inizialmente solo ossa di pollo, in un secondo momento è stato rinvenuto un dito, che molti sospettano sia stato messo per avvalorare la versione della cremazione. «E, in ogni caso, se sono state trovate ossa di pollo, a maggior ragione si sarebbero dovute trovare quelle dei ragazzi seppur carbonizzate», ragiona Roxana Enriquez, direttrice generale dell’équipe messicana di antropologia forense.



DAL CARCERE, DOVE sono stati rinchiusi come mandanti il sindaco di Iguala José Luis Abarca e la moglie Maria de los Angeles Pineda, sorella di uno dei fondatori del cartello Guerrero Unidos, assieme ai presunti sicari, oltre ad alcuni agenti tra i quali il vice capo della polizia, sono emerse versioni diverse del motivo per cui gli studenti di Ayotzinapa sono stati sequestrati e forse uccisi. Il sindaco e la moglie negano il coinvolgimento e affermano di aver chiamato il 27esimo battaglione per fermare la sparatoria ma i militari non hanno risposto. «Alcuni sicari sostengono che il sindaco credeva che dentro quei bus ci fossero anche i membri del cartello nemico dei Los Rochos, tanto che la polizia sparò anche a un pullman con a bordo una squadra di calciatori che stava transitando. Altri ancora dicono che in uno dei tre veicoli con gli studenti fosse nascosto un carico di eroina», sostiene lo scrittore Josè Reveles.

Gli studenti di Ayotzinapa sarebbero dunque solo finiti nel posto sbagliato? «I narcos non si limitano a fare traffico di droga ma, assieme alla polizia, taglieggiano i cittadini, li rapiscono, gestiscono la prostituzione, fanno traffico di esseri umani e terrorizzano la popolazione», spiega un altro scrittore, Jaime Aviles. Nella sua prefazione al saggio “Ni vivos, Ni muertos” di Federico Mastrogiovanni scrive che i sequestri sono perpetrati dalle forze dell’ordine e dall’esercito su ordine del governo interessato a militarizzare gli Stati con più risorse naturali (nel Guerrero c’è una delle miniere d’oro più grandi dell’America Latina). «I soldati anziché difendere i cittadini, proteggono gli affari dei narcos che sono in grado di esprimere direttamente i politici come è avvenuto con l’elezione di Abarca a sindaco».

IL 26 APRILE è stato collocato dagli attivisti e dai padri dei sequestrati un “contromonumento” costituito da un gigantesco 43 dipinto di rosso. «Lo piantoniamo per evitare che la polizia lo rimuova», dice uno studente. In testa al corteo, c’era uno striscione con la scritta: “Ne mancano 43. Fu lo Stato. Peña Nieto dimettiti”. Il capo dello Stato aveva tentato di dare la colpa alla natura riottosa degli studenti rurali e in seguito attribuendo la responsabilità ai narcos. Anche la Chiesa si è schierata con i familiari. Il nunzio apostolico, su mandato di papa Francesco, ha celebrato una messa ad Ayotzinapa. Ma il miracolo non è avvenuto: degli studenti ancora non c’è traccia.

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