«Siamo di fronte a una richiesta d'impunità che in uno Stato di diritto è inaccettabile». Così Livio Pepino, fra i fondatori di magistratura democratica, commenta con “l'Espresso” l'impasse in cui si trova il testo di legge per l'introduzione del reato di tortura - reato che l'Italia dovrebbe riconoscere da 30 anni e che ancora non riesce nemmeno a portare al voto, nello stallo per modifiche e rimpalli fra le commissioni di Camera e Senato.
Come ha letto, da magistrato, il dibattito delle ultime settimane?
«Sono convinto che il tentativo di bloccare l'applicazione in Italia della Convenzione di Ginevra danneggi profondamente l'immagine e il rapporto dell'opinione pubblica con le forze di polizia. Qui si gioca la credibilità dello Stato nell'imporre regole e dimostrare la differenza fra uso legittimo e non legittimo della forza».
Sono parole molto dure.
«Ma necessarie. La sudditanza dell'arco politico agli apparati, come dimostrano le vicende successive alla Diaz, porta ad accettare soluzioni corporative che non fanno bene alla democrazia. Anche perché quella legge, il reato di tortura, non è contro ma a favore della polizia nel suo insieme. Permette di isolare i violenti e dare maggiore riconoscimento a chi lavora correttamente».
In molti si oppongono però, dicendo che il reato impedirebbe agli agenti di fare il loro mestiere, dando ai malviventi la possibilità di mettere sotto processo i tutori della legge.
«Affermare questo significa accettare che non ci sia alcuna differenza fra reato e reazione. Fra uso proporzionato e conforme alle regole della forza e uso invece incontrollato della stessa».
Nel volantino diffuso al sit-in a cui hanno partecipato anche Roberto Maroni, Matteo Salvini e altri esponenti politici, il Sap scrive che esistono già reati per punire i comportamenti di tortura come le lesioni dolose e l'abuso d'ufficio.
«Ma la tortura ha una sua specificità, importante. Adottando il principio esposto dal Sap, non dovrebbe esistere neanche il reato di “maltrattamenti familiari”, ad esempio. È giusto invece che chi ha poteri particolari, chi lavora in posizioni che determinano una supremazia, debba rispettare regole particolari. E poi, da un punto di vista pratico, i reati di lesioni hanno prescrizioni brevi, per le quali siamo stati rimproverati anche dall'Europa».
La commissione Giustizia del Senato sembra aver accolto alcune richieste-chiave, come quella di limitare il riferimento ai traumi psichici, stabilendo che debbano essere “verificabili”.
«Partiamo dal concetto che tutte queste modifiche non fanno che ridurre l'applicabilità di una convenzione che abbiamo sottoscritto trent'anni fa e che in molti paesi è già in vigore da tempo, senza che per questo non siano punibili i malviventi, anzi».
Il poliziotto Luigi Notari sostiene che questa modifica comporta il sottoporre a prove e controprove una vittima, già sotto shock se ha subito torture, scaricando su di lei il peso.
«Sono d'accordo con lui. E non è il solo punto che trovo discutibile».
Quali sono gli altri?
«Una delle modifiche più controverse per me è l'introduzione, alla seconda lettura in Senato, della “reiterazione” della violenza. Per la Legge questo ha un unico e chiaro significato: che l'atto e la violazione devono essere ripetute. Significa che se uno strappa un occhio, non è tortura: ne deve strappare due. Se taglio una mano, non basta. Ne devo tagliare due. Se è vero che la tortura si realizza nella maggior parte dei casi attraverso una pluralità di atti, è altrettanto vero che questa descrizione non esaurisce le possibilità. E inserire le “reiterate violenze” limita la punibilità della violenza»
È stato poi aggiunto anche l'agire “con crudeltà”.
«Altro elemento dubbio. Perché sposta sul piano dell'intenzione quello che va guardato solo in modo oggettivo. Non è facile sul piano della prova dimostrare che qualcuno abbia agito con crudeltà. Un terrorista che con la sua bomba pensava di salvare il mondo come va giudicato? Per le sue intenzioni o per le conseguenze oggettive del suo gesto?»