
In che senso, professore?
«Da anni gli esperti e i servizi tedeschi segnalavano costantemente un alto pericolo di attentati terroristici in Germania. E nella logica perversa di Daesh, come abbiamo visto anche a Nizza il 14 luglio scorso, una strage durante una festività o appunto in un mercatino di Natale hanno un altissimo valore strategico e simbolico».
Perché Berlino?
«La strategia del cosiddetto Stato islamico punta soprattutto al clash delle civiltà, a colpire cioè nel modo più efferato e truculento possibile i luoghi della nostra cultura, delle tradizioni e stili di vita del mondo occidentale. D’altronde colpire un mercato di Natale rientra da anni nei piani del terrorismo jihadista: almeno dal 2000, quando si sventò un attacco dinamitardo al grande mercatino di Natale a Strasburgo. Per non parlare dei più recenti tentativi di attentati, sempre al mercato natalizio di Strasburgo».
In Francia però i mercatini di Natale sono quasi tutti presidiati. A Berlino e in Germania hanno invece trascurato le misure di sicurezza?
«È vero, nei mercatini di Natale in Germania non sono attrezzati con forti barriere e punti di controllo. Ma è anche sicuro che non sconfiggeremo mai la guerra contro il jihadismo solo incrementando le nostre misure di controllo e di sicurezza. Al contrario, i jihadisti hanno già vinto il loro scontro di civiltà se nelle nostre città continuerà a crescere il clima di insicurezza e soprattutto la paura di muoversi per strada liberamente. Costringerci a vivere in panico e sotto la ferrea cappa di un permanente stato d’emergenza: è questo in fondo l’obiettivo a cui Daesh punta».
Come uscire da questa “cappa”, e come combattere questa strategia?
«Abbiamo delle chance di spuntare la guerra contro Daesh solo se riusciamo a combattere sul piano culturale e politico le radici del fondamentalismo islamico. Per questo, oltre che sulle misure di sicurezza, dobbiamo smontarne l’ideologia, demolire quei motivi che lo rendono attraente specie per i più giovani combattenti islamici. Insomma, dopo la Brexit noi europei dobbiamo capire un passaggio decisivo».
Quale?
«Il fatto che solo insieme noi europei, con una comunicazione più stretta ed efficace tra i Servizi europei, soprattutto con una politica migratoria nel Mediterraneo, riusciremo a combattere la “guerra asimmetrica” che Daesh ci impone. Senza un nuovo Piano Marshall che tocchi l’intero spazio del Mediterraneo e una strategia comune anche per il conflitto in Siria, temo che non ce la faremo mai a rendere effettivamente più sicure le nostre città».
Già, ma intanto come bloccare i kamikaze e i lupi solitari che, da Nizza a Berlino, si scagliano contro le nostre piazze?
«Attenzione, anche qui dovremo stare attenti a non prenderci più di tanto in giro: non si tratta quasi mai di disperati ma, come abbiamo già visto a Nizza, spesso dietro cosiddetti “lupi solitari” c’è tutta una rete di combattenti o almeno più cellule a proteggerli. Certo, la scelta di radicalizzarsi e il destino biografico di ogni jihadista è individuale: eppure, dopo il 14 luglio a Nizza ne sono finiti decine di terroristi o complici in galera. Il terrorismo si muove sempre, via internet, infiltrati, complici in una rete ampia di contatti».
Quale sarà ora la ricaduta sulla politica della Merkel?
«Per la cancelliera Merkel ora sarà ancora più difficile affrontare la sua campagna elettorale. Ce ne sono tanti in Germania di giornali e opinion maker che sono decisamente schierati contro la sua politica migratoria. Non dimentichiamo i cruenti attacchi a cui la Merkel, anche nel suo partito, è stata sottoposta lo scorso Capodanno dopo le violenze a Colonia. E da allora, purtroppo, è stata soprattutto l’estrema destra di Alternative für Deutschland ad approfittare di questo clima di diffusa paura e incertezza montante qui in Germania».
Vuol dire che è l’integrazione dei profughi che sinora non ha funzionato in Germania?
«Non la vedo così, anzi. Ricordo che l’ottobre scorso a Lipsia il profugo siriano Jaber al-Bakr è stato catturato grazie a dei rifugiati siriani che lo avevano ospitato, e poi consegnato alla polizia. E Jaber al-Bakr, in contatto con l’Isis, progettava di farsi saltare in aria all’aeroporto di Berlino. Il che conferma quanto e come la capitale tedesca fosse da tempo nel mirino dei jihadisti».
Alla fine sarà l’ultra destra di Alternative für Deutschland ad approfittare del clima di terrore diffuso dai jihadisti?
«Dopo la strage di Berlino, di sicuro i demagoghi di Afd faranno di tutto per fomentare una campagna anti-Merkel e acquistare più popolarità e voti. Dobbiamo prendere sul serio le paure e le insicurezze della gente, ma anche ricordare come negli ultimi due anni siano aumentati in Germania soprattutto i crimini e la violenza xenofoba dei gruppi di estrema destra. E come siano partiti quali Alternative für Deutschland a spargere i semi dell’odio e del razzismo nel centro della società tedesca».