Se vari funzionari mostrano preoccupazione per le conseguenze che con la riforma Franceschini deriveranno per la tutela, chi non sembra nutrire alcun dubbio è Francesco Prosperetti, soprintendente ai Beni archeologici di Roma. Critico, più che con la nuova legge, con quei colleghi che «vogliono difendere loro stessi e il loro potere» e mostrano «un risentimento un po' ideologico», col rischio di sabotare il nuovo corso.
Perché non condivide i timori paventati?
«Sono entrato al ministero nel 1980, nell'unica soprintendenza che a quel tempo aveva già una struttura mista di funzionari con competenze diverse: quella costituita per la legge speciale di Venezia. Quindi sono stato abituato a tenere presente da subito una pluralità di punti di vista nella conservazione dei beni culturali. Molte delle incomprensioni che hanno caratterizzato l'arrivo questa riforma sono dovute alla mancanza di un'esperienza del genere da parte di molti colleghi».
Non intravede rischi di alcun tipo?
«Per la tutela non ce ne sono: ha solo da guadagnare da una visione integrata. Eppoi non esistono le aree della tutela, è una distinzione di tipo idealistico che abbiamo soltanto in Italia. Il patrimonio ha bisogno di competenze integrate per essere governato».
E allora perché tutte queste critiche?
«Per le posizioni di potere che vengono meno. C'è una categoria di tecnici un po' burocrati che vogliono difendere loro stessi e il loro potere. C'è molto risentimento ideologico e il rischio grossissimo che vedo è che questa riforma non sarà accompagnata da una volontà diffusa di farla funzionare».
Una delle principali accuse riguarda il mancato rispetto delle competenze...
«Negli ultimi anni i conflitti fra le soprintendenze si sono acuiti. In passato erano frequenti le liti per stabilire se un affresco era di competenza di quella architettonica o storico-artistica. Ora spariranno e finalmente non si potrà più far ricorso a questo effetto paralizzante: ciascuno si dovrà assumere le proprie responsabilità in maniera trasparente anziché nascondersi dietro il gioco a nascondino delle competenze. Troppe volte ho visto colleghi che si riparavano dietro il parere di un altro collega...».
Capitolo silenzio-assenso: con lo stato in cui versano molti uffici, non sono pochi 90 giorni per una risposta o un'autorizzazione?
«Questa norma è un'arma spuntata in mano a chi crede di velocizzare la burocrazia. Non sarà un rimedio ai ritardi, succederà esattamente il contrario».
Che cosa glielo fa pensare?
«Questo meccanismo già esisteva 10 anni fa nei pareri paesaggistici: passati 60 giorni, era come se la Pubblica amministrazione rinunciasse ad avanzare osservazioni. Col risultato che appena arrivava una pratica, si faceva una lettera in cui si diceva che la documentazione era insufficiente e l'esame della pratica era sospeso. E questo sarà quello che succederà anche ora».