“L’afflusso dei profughi sulle coste italiane non solo rischia di gettare in crisi l’Italia, ma rischia di mettere fine all’Unione Europea”. Va dritto al punto Alberto Negri, inviato del Sole 24Ore, una vita passata ad occuparsi di Medio Oriente e questioni internazionali. “Fino a che non ci sarà uno Stato libico forte, continuerà ininterrotto l’afflusso di migranti sulle coste italiane: il 97 per cento delle 85mila persone sbarcate dall’inizio del 2017 è partito da lì”. Un problema italiano ed europeo, con l'Unione che potrebbe spaccarsi a causa degli egoismi dei suoi membri.
La Commissione Europea sta provando a venire in soccorso dell’Italia con un piano d’azione comune per ridurre i flussi migratori
Non è questa la soluzione. Finché in Libia non ci sarà uno Stato forte, il flusso dei migranti continuerà. Non ha senso cercare accordi con le tribù nomadi che ne controllano i confini meridionali: hanno tutto l’interesse a continuare i traffici, che sono la loro principale fonte di guadagno. Bisogna ricostruire uno Stato libico con un’economia stabile. E questo è possibile solo con una conferenza internazionale sulla Libia che riunisca tutte le potenze che hanno interesse nella regione: in primis l’Italia, poi Stati Uniti, Gran Bretagna e Francia.
La disgregazione della Libia ha origine nel 2011, quando Londra e Parigi decisero di deporre Gheddafi. La questione migranti comincia allora?
L’Italia è stata enormemente danneggiata dalle primavere arabe. La caduta di Gheddafi può essere considerata la più grande sconfitta per il nostro Paese dopo la seconda guerra mondiale. Non abbiamo solamente perso il nostro principale alleato in Medio Oriente; la fine di quel regime ha messo in moto un processo incontrollabile. Il flusso dei migranti ne è la principale conseguenza e l’Italia è stata lasciata sola a gestirlo. Gli alleati europei, attenti a coltivare i propri interessi, le hanno voltato le spalle: si guardi all’Austria che minaccia di mandare l’esercito al confine, o alla Spagna e alla Francia che negano i loro porti allo sbarco dei migranti.
Proprio dalla Francia di Macron ci si aspettava un atteggiamento nuovo. invece sembra muoversi in continuità con le presidenze di Hollande e Sarkozy sulla questione libica
Dopo una campagna elettorale incentrata sull’europeismo e sulla solidarietà tra i paesi dell’Unione, Macron non ha cambiato nulla. Non bisogna mai illudersi: dietro le dichiarazioni di facciata, ogni Stato cerca di preservare i propri esclusivi interessi economici e di sicurezza. E la Francia di Macron non fa eccezione.
L’Italia sta cercando di muoversi da sola. Il ministro degli Esteri Alfano sta stringendo accordi con i governi dei paesi del Nord Africa e del Sahel. Può essere questa una strada da percorrere?
Alfano fa bene a perseguire la strada degli accordi bilaterali. Migliorare i rapporti con questi paesi può aiutare a gestire il traffico dei migranti e può garantire i rimpatri. Ma per mettere fine al problema ci vuole molto di più. Quello libico è un disastro generato dagli interessi di Francia e Gran Bretagna, che va avanti dal 2011. E pensare che non c’era bisogno di bombardare e distruggere il paese: non sono io a dirlo, lo ha scritto in una relazione il parlamento britannico nel 2016. Potevano essere prese decisioni differenti, è stata presa la peggiore.
Se la diplomazia da sola non basta, dove si trova la soluzione?
Il lavoro dei diplomatici è importante ma i loro sforzi da soli non bastano. Possono essere sostenuti da un’azione militare. L’anno passato la ministra della Difesa Pinotti si disse pronta ad inviare 5mila soldati in Libia. Poi non se ne fece più nulla. Una presenza militare, che controlli le coste e metta fine ai traffici degli scafisti può essere efficace. Allo stesso tempo però va ricostruita la Libia. E questo è possibile solo con una grande conferenza internazionale. Una Libia unita e stabile è l’unico fattore che può mettere fine all’economia del migrante, con la quale in molti si stanno arricchendo.