Pubblicità
Attualità
gennaio, 2019

Prima la bomba poi il depistaggio: la mancata strage di Milano e la strategia fascista

Milano, 30 luglio 1980: un attentato devasta Palazzo Marino. Fu rivendicato in modo da incolpare i rossi perché gli estremisti di destra usarono una sigla per confondere gli inquirenti. E intanto preparavano la strage di Bologna

Un filo segreto collega la più grave strage nera e i più vergognosi omicidi rossi. Un filo che si snoda tra nuove carte giudiziarie e vecchi processi dimenticati, anche se custodiscono molti segreti inconfessabili del terrorismo politico italiano. Di destra e di sinistra. Dall’eccidio di Acca Larentia alla strage di Bologna. E alla catena di attentati inseriti nella stessa strategia. Con personaggi criminali che dai lontani anni di piombo tornano a incombere sul presente.

Due giorni prima della strage di Bologna, alle 1.55 della notte tra il 29 e 30 luglio 1980, a Milano esplode un’autobomba davanti a palazzo Marino. L’ingresso del Comune di Milano viene devastato pochi minuti dopo la fine della prima seduta del consiglio, che ha eletto la nuova giunta di sinistra. Per Milano è la prima autobomba. Le cronache segnalano che al momento del boato molti consiglieri hanno appena lasciato il palazzo, mentre il sindaco, Carlo Tognoli, è ancora nel suo ufficio, con la luce accesa: la Fiat 132 imbottita di esplosivo è stata parcheggiata sotto la sua finestra, davanti al portone verso piazza san Fedele. Il messaggio politico è spaventoso: i terroristi volevano annientare la giunta rossa di Milano.

L’attentato, che ferisce un passante, non diventa una carneficina perché scoppia solo uno dei tre carichi di esplosivo: sei chili di polvere da mina, stipati in un tubo di piombo. Altri otto chili, collocati in un secondo tubo e in una tanica, vengono scaraventati all’esterno senza deflagrare. La Fiat è disintegrata, davanti al Comune simbolo della sinistra resta il cratere dell’autobomba.

L’attentato viene rivendicato il giorno dopo, 30 luglio, con un volantino di una sigla sconosciuta: “Gruppi armati per il contropotere territoriale”. Quella firma, secondo le indagini successive, nasconde un sofisticato depistaggio della destra eversiva. L’unico precedente è una sigla quasi identica, utilizzata a Roma per uno storico pluriomicidio targato ultrasinistra. Il 7 gennaio 1978 due giovanissimi militanti del Movimento sociale, Franco Bigonzetti e Francesco Ciavatta, vengono assassinati da un commando di terroristi rossi davanti alla sede del partito in via Acca Larentia. Un terzo ragazzo di destra, Stefano Recchioni, muore nei successivi scontri con i Carabinieri. L’eccidio viene rivendicato, con un odioso volantino che insulta le vittime, da una sigla mai vista: “Nuclei armati per il contropotere territoriale”.

Le indagini dell’epoca si basano proprio e soltanto su quella rivendicazione.

Una testimone, rimasta isolata, dichiara che cinque militanti di Lotta continua avevano discusso, mesi prima, il possibile utilizzo di quella sigla. Un’accusa debole, senza riscontri oggettivi, che porta all’assoluzione dei cinque imputati. Da allora i tre omicidi di Acca Larentia sono rimasti impuniti. In questi 40 anni nessuno dei tanti dissociati dal terrorismo rosso ha trovato il coraggio, la dignità di rompere l’omertà. Un silenzio che ha alimentato le ipotesi più fantasiose. E ha permesso alla destra più violenta di impadronirsi della memoria delle vittime. In realtà, nonostante la mancanza di condanne individuali, la matrice di quell’eccidio oggi è certa. Nel 1998 i Carabinieri arrestano un gruppo di brigatisti romani in via Dogali a Milano: nel loro covo, con altre armi, c’è una pistola mitragliatrice Skorpion. Le perizie accertano che è stata usata nell’agguato di Acca Larentia. E poi riutilizzata dalle Brigate Rosse negli anni Ottanta, per uccidere l’economista Ezio Tarantelli, il sindaco di Firenze Lando Conti e il senatore Roberto Ruffilli. Invece di disfarsi della mitraglietta con cui furono ammazzati due ragazzi disarmati, i terroristi rossi l’hanno conservata come un trofeo, per tornare a seminare morte.
Per l’autobomba di Milano, su un opposto fronte politico, le indagini disegnano un quadro analogo: nessun colpevole accertato, ma una montagna di indizi sulla matrice politica. Che questa volta è nera ed è la stessa della strage di Bologna: destra neofascista romana, allevata e protetta dalla P2.
 

Il 2 agosto 1980 la bomba alla stazione uccide 85 innocenti. Le indagini sul più grave attentato della storia italiana portano alla condanna definitiva di tre terroristi neri, Valerio Fioravanti, Francesca Mambro e Luigi Ciavardini. Per anni nessuno collega l’attentato di Milano alla susseguente strage di Bologna. L’Espresso ora ha recuperato gli atti di inchieste diverse, che fanno riemergere pezzi di verità che sembravano perduti. Le uniche testimonianze sull’autobomba di Milano arrivano da due donne con un passato nell’estrema destra. La prima, L. L., è stata la convivente di Egidio Giuliani, capo di una banda criminale romana alleata dei Nar (Nuclei armati rivoluzionari) di Fioravanti e Mambro. Negli anni Ottanta, dopo i primi arresti, la donna rivela ai giudici che Giuliani, dopo la strage di Bologna, era molto preoccupato, perché nel luglio 1980 aveva consegnato un pesante carico di esplosivo a due neofascisti laziali, che dovevano fare «un grosso botto». Giuliani temeva che avessero usato il suo esplosivo a Bologna. Si è tranquillizzato solo quando i due neofascisti (di cui L.L. fa i nomi) gli hanno detto di aver portato il suo carico ad altri terroristi di Milano «per fare un attentato al palazzo comunale».
Quella vecchia istruttoria romana porta a sequestrare, nei covi della banda Giuliani, grandi quantitativi di polvere da mina, micce e detonatori. Un complice, Marco G., conferma che Giuliani era abilissimo a fabbricare bombe con polvere da mina chiusa in tubi di piombo. Mentre la Fiat trasformata in autobomba risulta rubata nell’aprile 1980 ad Anzio. I magistrati dell’epoca però non trovano altri indizi e nel 1983 archiviano l’accusa per l’autobomba: insufficienza di prove. Giuliani viene però condannato per tutto l’esplosivo sequestrato. Poi viene ricondannato per terrorismo, come affiliato ai Nar, nello storico processo chiuso con la condanna di Fioravanti e Mambro per la strage di Bologna.

Giuliani non è mai uscito dal giro della Roma nera. In questi anni è stato riarrestato e condannato (anche in appello) come uno dei tre esecutori di un clamoroso omicidio del luglio 2014: l’assassinio di Silvio Fanella, presunto custode del tesoro di Gennaro Mokbel, l’ex neofascista diventato protagonista della maxitruffa Telecom-Sparkle.

Sull’autobomba di Milano, l’altra testimone è una fiancheggatrice dei Nar, R.F., arrestata nel 1985 in Piemonte: è stata fermata con un terrorista nero, Diego Macciò, morto in quella sparatoria con la polizia. Interrogata a Bologna, già nel 1986 la donna riferisce quello che le rivelò Macciò: l’attentato di Milano era opera dei Nar e fu eseguito da Egidio Giuliani e Gilberto Cavallini. Fu quest’ultimo a confidarlo a Macciò, che lo aveva ospitato a Torino. Cavallini è un neofascista milanese già condannato per omicidio e come terrorista dei Nar.

 

Nel 1990 il giudice milanese Guido Salvini riapre le indagini sull’autobomba e interroga come indagato proprio Cavallini, che nega ogni responsabilità. Alla fine lo stesso magistrato archivia l’accusa per insufficienza di prove: Macciò è morto e nessun altro parla. La sentenza però dichiara accertata la matrice di destra: l’autobomba a palazzo Marino va inserita «nel medesimo disegno eversivo della strage di Bologna», con l’obiettivo di «colpire la giunta di sinistra di Milano». Secondo il giudice, proprio «il nesso con Bologna» spiega «l’ermetica chiusura che nel mondo dell’estrema destra impedisce di acquisire altre notizie utili». Mentre la rivendicazione è il classico «depistaggio» dei terroristi neri per creare una falsa pista rossa. Con un dato finora sfuggito ai magistrati: la coincidenza con la sigla di Acca Larentia. Che fa pensare a un messaggio politico interno all’eversione nera: colpire le città simbolo della sinistra, Milano e Bologna, presentandosi come vendicatori delle vittime di destra. Con una piccola, significativa variante: “Gruppi armati per il contropotere territoriale”, anziché “Nuclei”. Forse perché la parola nuclei, dopo tanti omicidi dei Nar, puzzava troppo di terrorismo neofascista.

Le sentenze sulla strage di Bologna completano il quadro con un ultimo piano omicida. Dopo l’autobomba di Milano e la strage di Bologna, i Nar erano pronti ad ammazzare Giancarlo Stiz, il giudice veneto che scoprì la pista nera su piazza Fontana: indagini che, nonostante mille depistaggi, hanno portato alla condanna definitiva dei neonazisti Franco Freda e Giovanni Ventura per 16 attentati del 1969 (comprese otto bombe sui treni). Gilberto Cavallini, già condannato per banda armata con Mambro e Fioravanti, oggi è il quarto terrorista dei Nar sotto processo per la strage di Bologna.
 

L'edicola

La pace al ribasso può segnare la fine dell'Europa

Esclusa dai negoziati, per contare deve essere davvero un’Unione di Stati con una sola voce

Pubblicità