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Attualità
aprile, 2019

Greta, un cartello e l'effetto farfalla

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Lo sciopero per il clima Greta Thunberg l'ha cominciato da sola. Poi ha conquistato gli ambientalisti. E solo dopo i suoi coetanei. Dentro i segreti di un movimento che in pochi mesi ha conquistato il mondo

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Il 20 agosto 2018 una ragazzina si presenta davanti al parlamento di Stoccolma con un cartello. C’è scritto “Skolstrejk for klimatet”, sciopero scolastico per il clima. Sette mesi dopo almeno un milione e mezzo di persone ispirate da quella ragazzina scendono a protestare nelle piazze di duemila città di 125 paesi in sette continenti. Come si spiega questo “effetto farfalla”? Ricostruiamolo tappa per tappa.

Greta inizia da sola. Nel libro “La nostra casa è in fiamme” (pubblicato da Mondadori, in vendita anche in edicola con Repubblica) racconta che aveva proposto ad altri ragazzi interessati all’ambiente di farlo con lei, ma nessuno aveva voluto seguirla, quindi lo ha fatto da sola. In questa ostinazione, in questa impermeabilità allo scoraggiamento, la aiuta paradossalmente la sindrome che le è stata diagnosticata proprio quando la sua ossessione per il clima ha rischiato di mettere a rischio la sua salute: «Per quelli che, come me, rientrano nello spettro autistico, le cose sono sempre bianche o nere. Non siamo molto bravi a mentire e di solito non ci interessa molto partecipare al gioco sociale che sembra appassionare tanto il resto di voi».

Come spiega un video ripreso da un Ted e condiviso sul sito dei Frydaysfor future, il passaggio più difficile quando si organizza un movimento è passare da uno a due, «quello che trasforma un pazzo solitario in un leader». Ma quel passaggio è più facile quando qualcosa di simile è già avvenuto. Nel libro Greta racconta che l’idea dello sciopero scolastico nasceva dai ragazzi di Parkland, che dopo l’eccidio dei loro compagni si sono rifiutati di tornare in classe. Ma già da anni la protesta contro le armi negli stati Usa riempie in contemporaneale piazze di decine di città.
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Lo fanno le donne che scioperano l'8 marzo, lo fa da sette anni il movimento “One billion rising” di Eve Ensler, quella dei “Monologhi della vagina”, che organizza manifestazioni e flash mob contro la violenza sulle donne: quest’anno sono stati 70 eventi in tutta Italia e in 200 paesi.Il venerdì, poi, è dal 30 marzo che i palestinesi si uniscono per le “Marce del ritorno”, e questo ha ispirato le proteste del venerdì in Algeria. Per non parlare dei sabati dei gilet gialli che bloccano a migliaia città ma anche semplici piaze o incroci stradali.

Aiuta la protesta di Greta anche il fatto che l’inquinamento è da anni un tema caldissimo: non dimentichiamo che sui due fronti sono schierati il presidente degli Stati Uniti, il negazionista Trump, e il Papa, che all’ecologia ha dedicato l’enciclica “Laudato si’”. Già dopo una settimana la protesta di Greta conquista uno spazio su tutti i giornali del mondo. E viene subito rilanciata da ecologisti di lungo corso: come Sarah Marder, americana di Milano e «ambientalista frustrata» che vede «più risultati in tre mesi che in decenni» dedicati a girare documentari sull’inquinamento; e Massimiliano Desideri, che organizza le attività dei gruppi che animano i venerdì di Piazza del Popolo a Roma.

«Ai giovani che sono il futuro del pianeta noi che saremo qui ancora pochi decenni possiamo passare la nostra esperienza, raccontare lotte e risultati ottenuti per prodotti che nascono senza petrolio e a fine vita diventano non rifiuti da riciclare ma terra fertile» spiega l’imprenditrice sarda Daniela Ducato, tra i pochi esperti invitati insieme a Greta giovedì 18 dalla presidente del Senato. A tutti gli invitati portera in regalo gilet e pantofole a inquinamento zero prodotti dalle filiere Edizero ma ideati da ecologisti bambini, ancora più giovani di Greta.

È a dicembre scorso che il movimento ha una svolta. Greta parla al summit ecologista di Katowice. E capisce che anche se “i grandi” la ascoltano in realtà non sta ottenendo nulla. Dal corridoio posta un video invitando a imitare la sua protesta. Colpisce i ragazzi: «Se ce l’ha fatta Greta posso farlo anche io», spiega David Wicker, quattordicenne della Valdisusa. «E basta fare un cartello, un selfie e un tweet per partecipare». Ma colpisce anche gli adulti. Quando dice che «un giorno i vostri figli vi chiederanno dove eravate» tocca i tasti giusti del complesso di colpa preventivo: riprende la domanda che i giovani tedeschi fecero ai genitori nel dopoguerra, man mano che veniva alla luce l’enormità della Shoah.

Il movimento nato intorno a un hashtag si organizza sempre di più, e si difende dai tentativi di strimentalizzazione: l’esperto di marketing Ingmar Rentzhog scaricato appena le sue strategie pubblicitarie si sono rivelate controproducenti, la prima scissione nata dal gruppo Facebook italiano, i black bloc infiltrati alle manifestazioni di Bruxelles, i politici come Salvini che ora si affannano a dire che i ragazini che manifestano hanno ragione, e che lo aveva sempre detto lui...

La marea di protesta cresce e le voci contrarie si affievoliscono. Alcune critiche vengono accolte: i ragazi non sanno cos’è il buco nell’ozono? Organizzano incontri con gli scienziati. Soi èrepccupano della Terra ma sporcano le città? «Ma non è vero, noi a Udine passiamo giornate a raccattare cicche da terra», dice il sedicenne Aran Cosentino.

Agli haters Greta ha dedicato il primo post di questo mese: «Dopo aver parlato con così tanti nostri leader, ho realizzato che hanno sotto controllo la crisi del clima, hanno capito l’emergenza e sono pronti ad agire. Così ho deciso di smettere di scioperare per il clima e tornare a scuola» ha scritto. Chissà quanto hanno gioito, gli haters, prima di rendersi conto che era un pesce d’aprile. Chissà se almeno per una volta si sono sentiti più cretini dei “Gretini”.

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