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Il cupo girotondo di Roma, che divora chi governa e chi è governato

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Viaggio nella danza macabra della Capitale. Una corsa che non porta da nessuna parte, puzzolente e schifosa, tragica e ridicola. Tra topi, gabbiani, pini crollati, cassonetti, roghi, scale accartocciate, rom, fascisti, salotti, periferie, turisti e la sua decadente bellezza (Foto di Giancarlo Ceraudo)

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Il Guardiano del Nulla si chiama Luciano, ha 57 anni, i capelli lunghi da Clint Eastwood della Magliana, sta chiuso otto ore al giorno in una guardiola gialla e turchese degli anni Cinquanta che sembra una navetta di Star Trek circondata da gatti e sterpaglia, prigioniero di un passato che non è nemmeno strettamente il suo, a fare la guardia all’ipotesi di uno stadio che - vox populi - non si farà mai.

«Ippodromo Tor di Valle», recita chiassosa la scritta che lo sovrasta. L’ippodromo però è chiuso da sei anni. Qui ci sono solo fagiani, pecore, cornacchie. «C’è pure un allevamento di cani da caccia», precisa Luciano mentre sparisce, per tornare, poco dopo, sventolando la rivista Spqrsport, mensile gratuito di Roma capitale, anno IV, numero 1, marzo 2013. Prima della Raggi, prima di Marino, insomma quattro secoli fa.

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Quando ancora la notizia si poteva dare senza ironia: «È ufficiale: la Roma avrà il suo stadio. La notizia, attesa da tempo, è adesso definita e definitiva», giubila l’articolo intitolato “Ultima corsa” per celebrare la chiusura dell’ippodromo. Il sette volte presidente del Consiglio Giulio Andreotti, peraltro all’epoca ancora vivente, vi veniva celebrato in lungo e in largo sia come appassionato di ippica, sia come presidente della commissione per le Olimpiadi del 1960, quella che rifece il volto a Roma senza rivelare mai quanto fosse costato. Il nuovo stadio del trotto, Tor di Valle appunto, chiamato a sostituire quello appena buttato giù alle pendici dei Parioli, fu inaugurato il giorno di Santo Stefano del 1959.
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Adesso, le poltrone in legno della tribuna - la famosa tribuna che fino a un paio d’anni fa sembrava tanto preziosa da meritare addirittura un vincolo dei beni culturali - sono incurvate come enormi fiori di cartapesta buttati all’aria dal passaggio di un dinosauro. Fuori da quei centoventi ettari, una volta e mezza Villa Borghese, assediati da divani abbandonati, roghi due volte a settimana e disperati che cercano di superare la rete una volta al giorno, è incartapecorito anche il cartello che segnala lo svincolo: la scritta “Roma Ostiense-Eur”, arrostita al sole, è talmente attorcigliata su se stessa da essere diventata tridimensionale. Sospesa anche lei in un non-tempo che qui governa da sempre, ma che adesso si è preso prepotente il centro della scena, tra topi, statue, pini, marmi, gabbiani, raggi, salvini, sampietrini, materassi, colossei, zingari, soldati, scale mobili, complotti di frigoriferi, debiti capitali suddivisi come molliche di pane, cassonetti incendiati, autobus incendiati, rifiuti incendiati, discariche incendiate. Quel non-tempo dove tutto è già accaduto, tutto dovrebbe ancora accadere, e nulla sembra davvero pronto ad accadere mai. Là dove Roma si trova, adesso più di sempre, nel suo ennesimo Natale - uno dei più decadenti.
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È una sospensione da impazzire, quella che avvolge la Capitale. Immobile ma turbinante, stentata ma criminale: una corsa verso il niente. Tragica e ridicola, puzzolente e schifosa. Dal salotto di piazza di Spagna alle barriere in cemento di via Mejo de Gnente, a Ponte di Nona. Dalle feste sui terrazzi del ghetto alle sale slot della Prenestina. Senza un disegno verso il quale procedere, un orizzonte che definirebbe il senso della città vivente, come di quella monumentale. Roma, invece, spogliata da qualsiasi trionfo della storia, privata di anticorpi, in declino a tutti i livelli, sembra destinata ad andare avanti in maniera circolare, come facendo il girotondo sul raccordo anulare - sessantotto chilometri a congiungere gli spicchi delle borgate, battezzati col nome del direttore generale dell’Anas dell’epoca, l’ingegner Eugenio Gra.
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«Sono belli i trenini che facciamo alle feste, vero? Sono i più belli del mondo perché non vanno da nessuna parte», diceva Jep Gambardella nella Grande bellezza. Ed ecco, Roma, destinata ad avanzare lungo l’anello quasi perfetto del Gra senza che mai qualcosa o qualcuno abbia a uscirne, se non altro per trovare pace.
Lo stadio, s’è detto. In teoria nessuno l’ha ancora fermato, si farà: insieme col parco fluviale, il museo archeologico, il business center, la nuova Trigoria, il congiungimento con l’autostrada Roma-Fiumicino, il raddoppio della via del Mare. In pratica, mancano l’approvazione della variante urbanistica e la convenzione tra la società di Pallotta e il Comune: tempo per i lavori, se tutto va liscio, almeno tre anni. In sostanza c’è un piccolo particolare: l’ombra dell’inchiesta, dai confini ancora ignoti, che ha già portato fra gli altri agli arresti Luca Parnasi, proprietario di Eurnova, la società che possiede il terreno, e il grillino Marcello De Vito, presidente dell’assemblea capitolina, accusato di aver preso soldi per facilitare il tutto. Così, vista l’aria che tira, il Municipio interessato ha appena annullato con una delibera l’interesse pubblico per lo stadio. Dovrà poi pronunciarsi pure il Campidoglio: tutto è fermo, figuriamoci.
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In tondo gira dunque lo stadio, ma pure i rifiuti. Accanto all’ufficio immigrazione a Tor Sapienza c’è l’esercito, la brigata Sassari, a presidiare una strada, via Sansoni, che è chiusa al traffico da sei mesi, perché si era ammucchiata talmente tanta spazzatura che non si passava più. Racconta Roberto, 62 anni, ex finanziere, adesso attivissimo nel comitato di quartiere, che un mese fa Virginia Raggi si è venuta a fare le fotografie, per mostrare di averla pulita. «Ma si è fatta riprendere nella metà bona, quell’altra, ancora piena di roba, è rimasta fuori dall’inquadratura. Ho tutte le prove», dice indignato per la presa in giro.

Migrano i rifiuti, che sarebbero di loro inerti, e figurarsi quanto migrano i rom. Solo che anche per loro Roma ha un destino inedito. Nomadi già di loro, adesso i rom migrano perché è il Comune che li fa migrare. Da nord a sud, da uno svincolo all’altro del raccordo anulare. Il disegno famoso di «superare i campi», come dicevano i Cinque Stelle (e non solo loro) in campagna elettorale, poi cominciato nel 2017 dalla Raggi e adesso impantanato in un altro girotondo, che peraltro riguarda seimila persone.

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Ad esempio i 77 il cui trasferimento (di soli 3 chilometri) ha provocato la sommossa di Torre Maura. Tre di quelle famiglie, con bambini piccoli - come ha raccontato poi in audizione al Campidoglio Michela Micheli, la responsabile accoglienza - erano arrivate a Torre Angela quest’estate dopo la chiusura del Camping River, il campo nomadi a Roma nord da 300 persone sgomberato a luglio, e adesso, cacciate da via dei Codirossoni, sono finite di nuovo in un campo, anzi sparse in due: quello di via Candoni e quello de La Barbuta. A sua volta, il centro d’accoglienza di Torre Angela era figlio di un’altra urgenza: era stato aperto nel luglio 2012 per rimediare all’urgenza dovuta allo sgombero di cento rom da via del Baiardo. Si potrebbe andare così, all’indietro, senza fine. Adesso al Camping river c’è rimasta una volante della polizia, una colonia di gatti, cumuli di rifiuti e materassi, i resti dei container sventrati o semi abbattuti. Una specie di deserto. E bisogna immaginarseli, al contrario, i rom intenti a migrare dall’una all’altra sistemazione, verso altri campi come in un tragico gioco dell’oca sul raccordo anulare, dallo svincolo Flaminia (Roma nord) a Casilina (Roma est, uscita 18), e poi più giù fino ad Appia (uscita 23), in futuro chissà dove altro. Senza pace.

Nella Roma che ha sempre accolto tutto, il razzismo intanto dilaga. «Io la capisco la rabbia, ci sono cresciuto in mezzo: chi ti ruba dentro casa, chi ti fa la prepotenza», racconta Marco, classe 1966, programmatore, nato all’ombra della Chiesa del Buon Pastore, a Cinecittà, molto prima che diventasse regno dei Casamonica. «La differenza è che adesso non c’è più nessun tipo di pudore morale. La xenofobia te la spiegano con tranquillità assoluta, te la rivendicano: so’ razzista, embé? Lo senti dire dai professionisti, dagli specialisti, dai tecnici, da persone di buon senso. Ci parli del più e del meno, con grande bonarietà, poi ti senti dire, sì, che vanno bruciati gli zingari. E quando in una stanza quelli che lo dicono diventano la maggioranza ti cominci a preoccupare: non se la prendono con chi governa, se la prendono con chi sta peggio. E d’altra parte, se sei in difficoltà e nessuno ti rappresenta, vai appresso al primo che si interessa a te».
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Il vuoto della politica, il vuoto della sinistra, difficilissimo da riempire. Racconta Christian Raimo, assessore indipendente al terzo Municipio, della lotta intorno al Tmb Nuovo Salario: «Era non politicizzata, nata dalla scelta scellerata di creare un impianto a cinquanta metri dalle case, cresciuta sull’esasperazione, capace da sola di creare una identità di quartiere. In un contesto nel quale a un certo punto la politica è sparita, anche CasaPound ha provato a prendersela, questa battaglia. Perché sono situazioni in cui l’esasperazione diventa qualsiasi cosa: hai i professionisti che ti dicono “non mi interessa niente, io voglio poter aprire la finestra e respirare”. È stato molto complicato riportare la cosa a un livello politico, mesi e mesi di lavoro».

Ecco dunque che brandelli di sinistra provano ad aggiungersi al girotondo. Mentre i rom girano il raccordo anulare, seguendo le indicazioni del Comune, e sono inseguiti, a loro volta, dai militanti di destra tipo Casa Pound e Forza nuova, in cerca di consensi e pronti comunque a prendere a braccetto qualsiasi insofferenza, i frutti di ogni disagio. L’altro giorno, dopo le proteste di Torre Maura e quelle di Casal Bruciato, militanti di Casa Pound cercavano i rom a Casalotti: erano lì, in strada, a fomentare nella gente del quartiere il dubbio che gli sfollati della periferia est potessero essere trasferiti nella periferia ovest.

«Saremo ovunque, in tutte le periferie», giurava del resto, a scanso di equivoci, il 13 aprile al megafono un militante di Forza nuova di fronte al Serpentone del Corviale, proprio mentre all’Eur Virginia Raggi indossava il caschetto protettivo e faceva un giro sulle piste della Formula E insieme ad Alejandro Agag, pupillo di Cossiga e genero di Aznar. Altro che Agag. Al Corviale, proprio accanto alla biblioteca intitolata al geniale Renato Nicolini, Forza nuova urlava «fuori i rom» e si metteva in posa per la foto da postare sui social («andate di là, non ci sono bandiere sul lato destro»), con attorno più poliziotti che semplici cittadini, e un’utilitaria sfrecciava accanto alle camionette urlando «viva il duceee» nel semideserto del primo pomeriggio di sabato. Ecco, quando si dice la tangenziale verso il nonsense che ha imboccato la Capitale.
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«E dire che, nel 1971, alla Romanina ancora quasi deserta c’erano ottomila abitanti, e quattromila rom. E i nomadi venivano mandati avanti, dalla popolazione, per protestare e chiedere l’allacciamento dell’acqua, della luce: erano più organizzati, coesi, si facevano sentire», racconta Patrizia, insegnante in pensione, che sull’urbanizzazione di quella zona ci ha fatto un dottorato: «La verità è che Roma ha sempre inglobato tutto. Ma adesso si è perso il senso dell’identità. Nessuno sa più chi è, da dove viene. Dice, magari, Torre Maura è mia, ma non sa nemmeno perché si chiama così. E chi non sa chi è, non è capace di accogliere: l’altro è vissuto come una minaccia». Patrizia ricorda di quando a Piazza Navona ci abitavano solo nobili e poveri. Di quando cominciarono con gli sfratti, come quello del ’56 a Tor di Nona, quando duecento famiglie furono spedite ad Acilia. E come poi da allora, a ondate, se ne andò via dal centro la Roma degli artigiani, dei falegnami, dei ladri, dei ricettatori, dei ristoratori, quella che è rimasta nei film in bianco e nero e che nella realtà non c’è più da un pezzo.

I romani sono andati fuori, nessuno di loro ricorda più di quando è stato sfollato, migrante, occupatore di case. Il centro intanto si è desertificato. Nel 1950 i residenti erano 371 mila, nel 1971 erano dimezzati. Nel 2012, 85 mila. La Roma degli Airbnb, in mano ai turisti. Il centro sospeso a sua volta in una nuvola di irrealtà, cosicché in certi posti il cameriere risponde in inglese, e posti come il museo-ristorante Canova-Tadolini, ricavato dal magazzino in cui davvero hanno lavorato lo scultore e il suo allievo , sembra ammassato di statue finte che invece sono vere. La metropolitana chiusa sembra una finzione, uno scherzo i cartelli scritti a penna sul cartone che dicono «Spagna chiuso». Mentre si è disseccata la linfa dei Palazzi, dove pure una volta scorreva il vero potere. E sembrano pure finti gli alberi crollati del Gianicolo, accanto ai busti: i turisti, stremati, li prendono come punti d’appoggio. Si stendono, mangiano panini. Ammirano le cupole e i tetti: da sopra gli alberi crollati, infatti, si può vedere bene il panorama del Gianicolo. Al livello del terrazzo, al contrario, rami e cespugli sono ormai così alti da interrompere il panorama. Qualcosa che i romani, per la stragrande maggioranza, nemmeno sanno: per tanti, andare il centro è come andare fuori città.«E ce devi pure avere una mezza piotta, cinquanta euro, che t’avanzano. Sennò, dopo che hai fatto venti fermate di metro, un giro a Campo de’ fiori te lo fai per fare che, se in tasca hai solo cinque euro?», domanda Marco che al centro comunque non ci va da anni.
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Da Tor Sapienza, in cima al terrazzo della casa che si è comprato col mutuo a vent’anni, Roberto riassume tutto in uno sguardo: «Là c’è il campo rom di via Salviati, ce l’ha messo Rutelli. Quei capannoni, vede? Diceva Veltroni che li avrebbe riqualificati, e invece stanno così. La cascina là in fondo, verso la Bretella, l’avevano presa in gestione dei ragazzi, ci facevano cose biologiche: ma erano di sinistra, è arrivato Alemanno e non ha più rinnovato il permesso. Là dietro ci sono i palazzi della rivolta del 2014, se la ricorda? Quando c’era Marino. Quando ho comprato c’era la pineta, qua sotto. Ora ci passa l’alta velocità». Sullo sfondo, alle sue spalle, si vede l’anello del raccordo anulare, che gira con lo stadio della Roma, i rom, i rifiuti, la sinistra, i monumenti, i fantasmi, i fascisti, le periferie, le scale mobili rotte, le statue, i sindaci. Una specie di girone dantesco, un girotondo che non porta da nessuna parte, e anzi inghiotte e divora. Chi governa, chi è governato, e il Paese tutt’intorno.

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