Pubblicità
Attualità
aprile, 2019

La tagliola di Zingaretti

zinga-jpg
zinga-jpg

Dopo lo scandalo in Umbria, il leader dei dem è stretto tra le radici identitarie e la necessità del cambiamento. Mentre Salvini cerca il suo ciclo infinito di potere

zinga-jpg
C'era una volta il cuore rosso collocato nell’Italia di mezzo, come lo aveva definito il sociologo Francesco Ramella, un mondo immobile, collocato nel centro del Paese. Quel reticolo di cooperative, amministrazione, sindacato e partito che sembrava estraneo alle epoche, immune ai cambiamenti nazionali, neppure sfiorato dalla Prima Repubblica dominata dalla Dc e dalla Seconda del bipolarismo incerto e inquieto. Le uniche incognite, alle elezioni regionali o locali, riguardavano le percentuali di consenso del Pci e delle sigle post-comuniste, se prendevano qualche punto in più o in meno rispetto alle precedenti elezioni. Poi le cose si misero a correre, anche da quelle parti, più di dieci anni fa. Anche se le sconfitte elettorali sembravano solo episodi, accolti con indifferenza dai gruppi dirigenti locali e nazionali. Nel 2007 il centrodestra espugnò per la prima volta in Umbria la roccaforte di Todi, sembrò una bizzarria, oggi suona come un sinistro precedente perché nel 2017 la destra è tornata a vincere, dopo aver espugnato Perugia e prima di vincere anche a Terni, e la sindaca uscente di dodici anni fa era la allora quarantenne Catiuscia Marini, oggi costretta a dimettersi da presidente della Regione Umbria del Pd per uno scandalaccio di raccomandazioni sulla sanità pubblica. Arresti, intercettazioni. La candidata brava che non deve passare e quella segnalata che deve entrare. «La Cataldi ha fatto una bella prova, ma ce n’è un’altra che sta andando molto molto bene», si allarmano i responsabili della commissione d’esame, chiamati a eseguire l’ordine: mettetela dentro.

A essere messa fuori, però, è finita la presidente Marini e quasi sicuramente la sinistra dal governo dell’Umbria (quando si andrà alle urne), e non solo. Il 26 maggio, manca ormai poco più di un mese, si vota per le elezioni europee, ma anche per la regione Piemonte. E per un impressionante numero di città in Emilia Romagna, Toscana, Umbria, Marche: Reggio Emilia, Modena, Ferrara, Forlì, Cesena, Prato, Livorno, Pesaro, Perugia. Sopra di tutto, Firenze, dove il sindaco Dario Nardella si batte per una difficile riconferma: era la capitale del potere renziano, oggi appare un avamposto in quella terra di nessuno che rischia di diventare il progressismo italiano. Il più importante partito della sinistra soffre in quelle regioni di un male antico: sclerosi, conformismo, identificazione con il potere. Era buon governo, contrapposto al malgoverno democristiano nazionale, poi è diventato semplicemente governo, oggi in alcuni casi semplice sottogoverno, senza altre ambizioni che non sia quella di durare.

«C’è un fenomeno nuovo: il degrado delle amministrazioni nelle regioni rosse. L’abitudine al potere ha creato un certo appannamento nelle capacità amministrative. Oggi c’è una classe dirigente stanca, più vulnerabile rispetto al passato», lo scriveva Edmondo Berselli, più di dieci anni fa. Quel processo arriva ora a compimento: in Emilia, nella Toscana dove un anno fa la Lega ha conquistato Pisa e Siena, in Umbria. Catiuscia Marini appartiene alla generazione politica che ha fatto in tempo ad assistere al tramonto del Pci e alla nascita del Pds-Ds, con la conquista del governo nazionale, la stessa di Nicola Zingaretti.

L’ex sindaco di Perugia Wladimiro Boccali, appartenente alla stessa filiera, è stato sconfitto nel 2014 dal giovane leone di Forza Italia Andrea Romizi mentre sul piano nazionale il Pd di Matteo Renzi conquistava il 40 per cento nel voto europeo, e ha scritto un libro per raccontare perché sia stato interrotto «un ciclo che sembrava infinito». In quel testo di tre anni fa Boccali denunciava, tra le cause della sconfitta, un partito di potentati, il rischio di una «meridionalizzazione della politica», nel senso che «c’è chi raccoglie preferenze senza avere la capacità di far crescere il consenso intorno alla forza politica con un chiaro profilo valoriale e programmatico». E aggiungeva: «Nel Pd abbiamo avuto derive per cui discutere di sanità era in realtà discutere su chi dovesse fare il primario. Una commistione tra politica, programmi e azione di governo. Poi c’è la responsabilità dei vertici istituzionali: abbiamo l’obbligo di non essere attaccati da chi chiedeva più innovazione e da chi non si voleva muovere. Catiuscia Marini ha la responsabilità di mettere in campo una classe dirigente nuova, avendo il coraggio di fare qualche tentativo, anche senza paracadute. Penso ai vertici dell’amministrazione regionale, alla sanità, agli assetti istituzionali. Serve coraggio su persone e scelte, capacità di leadership e partecipazione. Se riuniamo ancora una volta, e lo dico da chi viene da quel mondo, quei tavoli pletorici dove molti sono preoccupati più di conservare loro stessi che del bene della società umbra siamo fuori strada».

Sembra la fotografia di quanto rivelato oggi dall’inchiesta giudiziaria umbra, con anni di anticipo. Fuori i meritevoli, dentro i segnalati dal partito, totalmente identificato con il potere dato dall’essere ai vertici di città e regioni da sempre, nel ciclo che sembrava infinito e che rischia di essere spezzato. Non da un’inchiesta della magistratura o da uno scandalo giudiziario, ma per motivi esclusivamente politici: l’allontanamento di un partito dalla sua ragione sociale, dai suoi mondi di rappresentanza, dalla doppia infedeltà, alle radici identitarie e alla necessità del cambiamento. Il Pd di Zingaretti è precisamente in questa tagliola.

null
Il cupo girotondo di Roma, che divora chi governa e chi è governato
21/4/2019
La stessa malattia di cui soffre a Roma il Movimento 5 Stelle: qui il ciclo rischia di essere brevissimo, nella capitale d’Italia che si avvita, che fa il girotondo su stessa, come racconta nel suo reportage Susanna Turco, con le foto di Giancarlo Ceraudo. La città «fuori controllo» e in cui «i romani si affacciano e vedono la merda», a dirlo è la sindaca Virginia Raggi che la guida da quasi tre anni, nell’inchiesta firmata da Emiliano Fittipaldi che svela i rapporti di potere tra il Campidoglio e i manager dell’azienda municipalizzata che gestisce la raccolta dei rifiuti in città. Lo streaming non esiste più da tempo nella retorica della nuova razza padrona post-grillina, ma le conversazioni depositate alla procura di Roma aprono uno spaccato inquietante sui metodi e sul linguaggio della classe dirigente che tutto doveva cambiare e che invece appare pienamente coerente con i comportamenti della vecchia politica. Ad avvantaggiarsi della monnezza non solo metaforica, in Umbria e a Roma, c’è solo Matteo Salvini, almeno per ora. Alla conquista di regioni, città e dell’Europa in fiamme, a Parigi  e soprattutto nel Mediterraneo. Alla ricerca, anche lui, di un ciclo infinito di potere. E forse con il presagio di avere poco tempo per farlo cominciare: è il tempo che manca, ai segretari del Pd azzoppati sulla strada del rinnovamento e ai giovani rampanti del sovranismo.

[[ge:espresso:attualita:1.333850:article:https://espresso.repubblica.it/attualita/2019/04/17/news/massimo-bordin-la-voce-di-radio-radicale-1.333850]]Il tempo è stato troppo breve per Massimo Bordin. Mentre chiudiamo il giornale arriva la notizia della morte del direttore di Radio Radicale, la voce che ci ha accompagnato ogni mattina nella lettura dei giornali, la nostra laica preghiera quotidiana. Leonardo Sciascia, che del partito radicale fu deputato, ha scritto una volta che i giornali gli si paravano davanti come un sipario, «più esattamente come un velario, poiché qualcosa di quel che si muove dietro, degli oggetti che ci stanno, della scena che si prepara, lasciano intravedere. Solo che ci vuole un occhio abituato, un occhio allenato. Non acuto, ché non basta. Esperiente. Di un esperienza che non tutti hanno». Bordin ha alzato ogni giorno quel sipario, ha scosso quel velario, con il suo occhio esperiente, saggio, ironico. E oggi bisognerà seguitare a farlo, contro quel potere che voleva rendere tutto pubblico. E che in questi mesi, invece, ha puntato a spegnere Radio Radicale.

L'edicola

La pace al ribasso può segnare la fine dell'Europa

Esclusa dai negoziati, per contare deve essere davvero un’Unione di Stati con una sola voce

Pubblicità