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La città era sdraiata come un bagnante, con la schiena sollevata dal pendio del primo Aspromonte, le braccia allargate a nord e a sud dove, paralleli alla sua spina dorsale, si stendevano i letti aridi dei torrenti Annunziata e Calopinace. Il fuoco di mezzogiorno l’aveva assopita in quel dormiveglia ottuso che non serve a riposare e in pochi minuti schianta la pressione fino al tramonto.
Il corpo impastato di cemento e carne teneva le gambe larghe, nella speranza che lo Stretto portasse un po’ di fresco con una bava di ponente dalla Sicilia, invece del solito scirocco che ci ammazza e si ammazza contro le briglie degli eucalipti per rimanere in cenere, più morto di una pomice sputata fino al Lido dallo Stromboli.
Nella zona alta, dove era sorta l’Acropoli dei greci, non giravano manco i cani. Ma Rocco Stranges inteso Giampaolo era certo qualcosa di incomparabile a un randagio, sebbene per certi aspetti, chi sa.
L’ingegnere Stranges amava passeggiare. Intorno al cantiere della sua nuova casa, dove la città poggiava la testa sul cuscino duro della montagna, c’erano i campi. Mentre il capomastro e gli operai mangiavano i panini tonno, olive, pomodoro, Stranges attraversò la strada costruita su una falda d’acqua, incrinata dai camion a tre assi, e si perse fra gli alberi. Raccolse i frutti del gelso che incollano le dita. Osservò se la mosca, minima e irriconoscibile, aveva intaccato le olive acerbe che avrebbe bruciato sul ramo.
Da un tondino di ferro preso in cantiere si era fabbricato un crocco, in italiano un gancio, per trascinare in basso i rami di mandorlo o per bacchiarlo.
Con una lastra liscia per base e una pietra appuntita come percussore spaccò i gusci delle diverse varietà, quelle locali dal mallo più verde, quelle rosate a guancia di fidanzata, le americane, oblunghe e grandi, meno saporite. Pranzò così.
Bisognerebbe potare gli ulivi, pensava, abbassarli in modo che portino più frutti. Ci vorrebbero trattori e cingolati per livellare il campo. Ma è inutile. Fra qualche anno costruiranno anche qui, l’impresa Stranges o altri. Per passeggiare resterà il centro della città.
A Reggio passeggiare era un’espressione artistica. C’era quel pittore anarchico, quel Casile, vent’anni sì e no. Camminava avanti e indietro per il corso Garibaldi con una gallina al guinzaglio, fra chi rideva e chi si scandalizzava.
L’ingegnere Stranges amava specialmente passeggiare nei corridoi di casa. Era un’abitudine minacciata da estinzione. Molti edifici residenziali concentravano i locali con semplici varchi di collegamento da un ambiente all’altro.
Era la moda 1970. Arrivava dal Nord, come i dischi a 45 giri, le espressioni “in che senso?” e “cioè”, l’avverbio praticamente, la provola di Cremona, la laurea in ingegneria di Stranges. Come tutto.
Al Nord gli spazi urbani erano ristretti. Si economizzava eliminando i corridoi.
Al Sud la frenesia edilizia era appena incominciata. Cubature a perdere. Un tempo il corridoio distingueva la gente buona dalla gentuzza, costretta nelle case popolari o nei vani abusivi costruiti a rate dagli stessi manovali che ci vivevano.
La gentuzza, senza corridoi. La gente buona, con i corridoi. Oggi la gente buona voleva essere moderna, nordica. Non sfruttava i corridoi per riflettere. Ci appendeva quadri astratti e volumi dell’enciclopedia, uguali, in tinta con le pareti. I più non li volevano nemmeno, i corridoi.
Il cliente ha sempre ragione ma nel luglio del 1970 Stranges era cliente di se stesso. Per la sua nuova residenza in via Torrente Santa Lucia aveva adottato una pianta con due corridoi a croce latina. Gli erano indispensabili per l’osservazione e la riflessione, anche se doveva aspettare che moglie e bambini uscissero di casa.
La signora Stranges non passeggiava per il corridoio. Lo desiderava tappezzato di scaffalature per i suoi libri francesi, per i suoi dischi inglesi. Nei vuoti avrebbe appeso stampe con vedute di Reggio, di Messina, dell’Etna, quando bastava affacciarsi al balcone e guardare oltre il mare verso la gobba azzurra del vulcano.
Rosalba non rifletteva. Se rifletteva, la sua condizione peggiorava perché pensava al futuro dei figli, al lutto per la bambina.
Anche alla gentuzza negavano i corridoi affinché non esaminasse le sue disgrazie. In democrazia la gentuzza aveva la possibilità di conquistarsi un corridoio con il duro lavoro, caso mai con l’emigrazione come Giampaolo Stranges da studente. L’università era stato un balzo colossale per lui.
Suo padre faceva il pastore. Era morto da decenni. C’erano state questioni con il guardiano di un fondo, perché il gregge passava dove non doveva, senza rispetto per la proprietà terriera.
Il pastore è anarca. La sua anarchia è un modo di essere, non un modello politico.
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Chiunque può essere anarchico. Ma l’anarca è rarissimo. Non è servo e non è padrone. Lui stesso sa che è meglio non averne troppi uguali a lui perché ogni anarca è un carico, dinamico e statico, insostenibile per la società umana retta dalla sopraffazione. La famiglia è la prima scuola della sopraffazione ed è il luogo dove il sentimento diventa metodo di governo.
Se il bambino Stranges prendeva meno di 10 e lode alle elementari, suo padre pastore lo bastonava perché aveva progettato per il figlio un avvenire dentro la società. Il figlio studiava non perché temesse i colpi. Studiava perché voleva bene al padre e gli obbediva. Non è il potere a creare l’obbedienza. È l’obbedienza che crea il potere. La governabilità si raggiunge attraverso figure amorevoli che imitano i genitori e i fratelli. Diversamente l’individuo tende a ribellarsi e a disobbedire.
E lì non ci sono tante soluzioni.
Un ribelle può vincere e imporre la propria struttura di sopraffazione. Può essere cooptato. O schiacciato come il pastore Stranges che voleva un figlio differente da lui con la stessa ostinazione con la quale era riuscito a farsi ammazzare dai potenti del paese.
Non era stato vendicato. Non aveva amici e i suoi fratelli erano scomparsi nel New Jersey. Il prete gli aveva negato la terra consacrata, per non fare la stessa fine.
Giampaolo aveva otto anni. Sognava il padre ogni notte, nero e massiccio come il bosco di Montalto. Non aveva mai saputo dov’era la tomba. Pure da morto il pastore Stranges andava e veniva, lupo per la montagna. Ma una società non si costruisce con i fantasmi. Dove si è fatto un buco, il buco va chiuso perché il sangue scorre in fretta.
L’orfano era finito sotto la protezione della famiglia che comandava nel paese, quella che aveva ucciso suo padre. Era la famiglia di Amedeo, amico dell’infanzia e dell’età adulta, il fratello scelto dal fratello nel patto più solido inventato dall’uomo.
In casa altrui Giampaolo aveva imparato che l’amicizia è uguaglianza, è aiuto reciproco ed è libero arbitrio perché fra amici non c’è comando. Amicizia è le tre parole della rivoluzione francese in una.
Poi si cresce. Si diventa visibili ancora acerbi, come l’oliva sul ramo. Arriva la mosca, fa un buco nella pelle del frutto e inizia a svuotare l’oliva. Mangia l’amicizia, l’onore, il rispetto. Consuma la cosa e lascia il nome. Solo pochi eccellenti rimangono amici.
Nel 1970 delle proteste operaie, delle bombe, dell’agitazione socialcomunista, l’amicizia si era fatta più rara di quanto natura abbia dettato. E che si deve fare? La Storia era quel mare che sfiorava i sassi e le traversine della ferrovia, lungo il Lido dove i reggini cercavano conforto dal luglio bastaso. Capitava che il mare si alzasse, come nel 1908, e si mangiasse quello che trovava, ferro, mattoni e corpi umani.
Seduto sotto un gelso, Stranges si tolse gli occhiali dalla montatura in tartaruga che gli segnavano la lisca del naso con una sella indelebile. Senza occhiali ragionava meglio.
Nel maremoto del 1970 la cosa di nome Italia doveva scegliere fra due modelli:
1.restare nella democrazia degli onorevoli
2.passare all’oligarchia dei militari.
Il primo modello era la società delle mosche, che organizza la sopraffazione impercettibilmente. Nel secondo la sopraffazione è visibile.
Fra le due vie la natura dei greci preferisce la prima. Ma l’uomo non è soltanto natura. L’uomo è natura contro la natura. Diversamente non volerebbe, non costruirebbe condomini a cinque piani e le mosche non lascerebbero una sola oliva buona da torchiare o da mettere nei panini dei muratori.
Stranges rimise gli occhiali. C’erano buoni motivi per abbandonare la società delle mosche e consegnarsi a un tiranno ma a lui non piaceva scegliere la prima cosa che passa per la testa. Se oggi non sai che decidere, decidi domani. Passeggia.
Non lo struscio sul Corso. Lì era impossibile riflettere. Ogni due metri ti fermavano per chiedere notizie sul capoluogo, arriva non arriva, distruggiamo tutto, se non arriva.
Ci speravano in Reggio capitale della Calabria. Erano delusi, si sentivano traditi.
Da lì a cinquant’anni nessuno avrebbe creduto che in una città italiana nel 1970 a migliaia erano scesi in piazza per avere un cerchietto più grande sulla carta geografica.
Gente buona o gentuzza, il popolo ha lo sviluppo mentale di un tredicenne come Luciano e Nunzio.
Stranges no. Ne aveva compiuti quaranta. Alla sua età la speranza durava tre minuti, la disperazione due.
Lui lo sapeva. Possiamo protestare, ammazzarci, dare fuoco alla Calabria, all’Italia, al Mercato Comune Europeo. Il capoluogo non ce lo daranno mai. Lo Stato non si fa prendere di petto. Non si fa parlare con le mani nella faccia. Non si fa bruciare gli ulivi, frutti e mosche insieme.
Questo però non si poteva dire. Chi dice la verità prima del tempo sbaglia due volte. Sbaglia quando la dice perché guasta la festa. E sbaglia quando la festa è finita perché non vuole raccogliere i cocci.
Allora facciamola la festa, diceva Maria Ciaciòla, la pazza del Corso Garibaldi. Bruciamo tutto in grande stile, in modo che l’Italia conosca di che cosa è capace Reggio.
L’infantilismo è la massima occasione di potere perché, prima o poi, il bambino capisce che deve obbedire.