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Neofascisti e 'ndrangheta uniti dagli affari: l'inchiesta che svela i traffici al Nord

<p>Svastica e croce celtica esposte nella curva dei sostenitori dell&#39;Hellas Verona</p>
<p>Svastica e croce celtica esposte nella curva dei sostenitori dell&#39;Hellas Verona</p>

La maxi-indagine di Verona svela i rapporti sempre più stretti tra l'ultradestra e gli ambienti mafiosi. Che si arricchiscono a spese dello Stato approfittando delle complicità della politica

Tangenti e fucili a canne mozze. Traffici di cocaina e finti corsi di sicurezza aziendale. Pestaggi di imprenditori e fatture false per evadere le tasse. Estorsioni con il metodo mafioso e protettori insospettabili nelle forze dell’ordine. Appalti truccati per rubare soldi pubblici all’azienda comunale dei rifiuti. E caccia ai capannoni vuoti da trasformare in discariche illegali. In uno sconcertante intreccio di mafia, affari sporchi, politica e massoneria.

Gli atti della maxi-inchiesta “Isola scaligera” svelano il lato oscuro della bellissima Verona, che fino a ieri si sentiva immune al virus della ’ndrangheta. La retata ordinata nei giorni scorsi dall’antimafia di Venezia, con i primi 23 arresti e sequestri di beni per 15 milioni, ha portato in carcere i boss della famiglia Giardino, originari di Isola Capo Rizzuto, ma trapiantati da più di vent’anni in questa ricca provincia veneta. Dove sono accusati di aver creato una “locale” della ’ndrangheta, una vera base criminale. Che si è infiltrata nell’economia veneta e nelle istituzioni veronesi, nonostante precedenti arresti e condanne, con la copertura di investigatori privati, professionisti, carabinieri infedeli, politici e manager di estrema destra. Una storia nera che ricorda le trame fascio-mafiose scoperte da Palermo a Reggio Calabria, da Milano a Roma.

L’indagine, arrivata a toccare l’ex sindaco Flavio Tosi, che si proclama innocente, parte da una microspia nascosta tre anni fa dai poliziotti in una stanza dell’ospedale di Negrar, dove è ricoverato Antonio Giardino detto “il grande”. Il capofamiglia non sa di essere intercettato e parla apertamente di cocaina da smerciare a chili, imprenditori veneti che devono pagare il pizzo, fatture false per riciclare soldi sporchi nell’edilizia attraverso una rete di almeno 33 società intestate a prestanome.

La famiglia Giardino, spiegano i giudici, ha una posizione speciale nella ’ndrangheta: è imparentata con entrambi i clan, gli Arena-Dragone e i Nicoscia-Grande Aracri, protagonisti di una sanguinaria guerra di mafia, combattuta dal 2000 al 2006 con armi da guerra (bazooka, esplosivi e kalashnikov) e riaccesasi attorno al 2010 con altri omicidi. Da allora, gli ex nemici hanno siglato una pax mafiosa nel nome degli affari, soprattutto al Nord. Antonio Giardino e molti dei suoi familiari sono stati più volte arrestati e condannati fin dagli anni Novanta, eppure hanno potuto esportare a Verona questa nuova strategia di mafia economica. E trovare complici eccellenti.

Le carte
L'indagine su Flavio Tosi e la caccia alle microspie del sindaco di Verona
5/6/2020

A fare da tramite con «amministratori locali e forze dell’ordine», scrivono i magistrati, è un investigatore privato, Nicola Toffanin, veneto doc, vigilante notturno nelle sale scommesse controllate dalla ’ndrangheta, con prostitute di lusso e «imprenditori che perdono 30 mila euro a sera». Toffanin frequenta anche il giro dell’ultra-destra e per questo, come precisa l’antimafia, conosce bene Andrea Miglioranzi, presidente dal 2012 all’ottobre 2018 dell’Amia, l’azienda veronese dei rifiuti.

Miglioranzi è uno dei tanti estremisti neri chiamati al potere nel decennio di Tosi. Capo veronese del Veneto Fronte Skinheads e poi della Fiamma Tricolore, era il bassista dei Gesta Bellica, la rock band che intitolava brani a criminali nazisti come Erik Priebke («Il capitano») e Rudolph Hess («Vittima della democrazia»). Primo arrestato in Italia per istigazione all’odio razziale, Miglioranzi nel 2007 entra in comune trionfalmente come numero uno della lista civica di Tosi. La giunta a trazione nero-leghista arriva a candidarlo per l’Istituto della resistenza, ma la nomina salta per l’indignazione dei partigiani. Quindi diventa presidente dell’Amia e altre società comunali. L’ora fatale scocca il 3 maggio 2018: Miglioranzi viene intercettato mentre intasca una tangente di tremila euro, recapitatagli sull’auto pubblica da Toffanin. Che vede la corruzione come un’esca mafiosa e lo spiega in diretta alla moglie: «Adesso l’abbiamo compromesso, con la legge Severino non può neanche ricandidarsi politicamente».

Lo stesso investigatore nero, ora in carcere per mafia, è al centro di una doppia trama di spionaggi politici. Toffanin viene reclutato da Miglioranzi e Tosi per scoprire chi ha fotografato di nascosto la moglie dell’ex sindaco, Patrizia Bisinella, allora senatrice. Appena un’ora dopo, incontra il factotum del rivale di destra, il nuovo sindaco Federico Sboarina, che a sua volta teme di essere spiato e vuole bonificare l’ufficio. Tosi è accusato di peculato perché, secondo la procura, Miglioranzi avrebbe usato «almeno 5 mila euro» dell’Amia per pagare quell’investigazione privata con soldi pubblici: il giudice ha però respinto questa accusa, «per il momento», invitando i pm a comprovarla cercando le fatture false dell’azienda comunale. Lo stesso gip ha invece confermato la corruzione di Miglioranzi, ora agli arresti domiciliari. Presunto obiettivo della tangente: rubare altri 16 mila euro all’Amia organizzando finti corsi anti-incendio gestiti dal titolare di una scuola privata, Francesco Vallone, ora in cella per mafia.

Tra un incontro e l’altro con i politici, infatti, Toffanin e il suo professore organizzavano estorsioni mafiose a imprenditori veronesi e padovani, che ora li hanno denunciati. Al padrone di una sala giochi, pestato a sangue da due mafiosi del clan Giardino, che gli hanno fratturato le costole perché «non riusciva più a darci il 20 per cento degli incassi», lo stesso Toffanin spiega così il potere dei calabresi a Verona: «Forse non hai capito... Il locale non è tuo: lì ci sei perché ti facciamo stare noi. Ci sarà un motivo per cui sei l’unico senza concorrenti, no?».

Nella rete mafiosa non manca la massoneria «invisibile», come in Calabria. Quando il professor Vallone si vanta di essere «maestro della loggia Mediterranea di Crotone», Toffanin gli risponde che i calabresi hanno aperto anche «una loggia a Verona, a Borgo Trento», il quartiere-bene. E a fare da «guardiano del tempio» massonico, che «da anni controlla gli accessi», è un «maresciallo dei carabinieri», ancora ignoto. Le indagini avrebbero invece identificato un altro carabiniere, già in servizio all’antimafia, che avvertiva Toffanin dei primi pedinamenti del boss Antonio Giardino, passandogli perfino una sua foto scattata dalla polizia. Lo stesso vigilante, nel giugno 2016, aveva permesso all’intera famiglia mafiosa di sfuggire ai primi arresti per estorsione e usura: sono scappati tutti la sera prima.

Isola scaligera è un’indagine importante perché spezza anni di complicità e collusioni, ma è solo l’inizio. A Verona, dopo un cambio di prefetti, sono scattate ben 22 interdittive contro aziende collegate a boss mafiosi. Con coperture denunciate anche dalla commissione antimafia presieduta da Rosy Bindi, tra le proteste di Tosi, uscito dalla Lega e ora all’opposizione. Ma anche la giunta Sboarina ha i suoi problemi: il direttore dell’Amia, Ennio Cozzolotto, intercettato mentre dettava le istruzioni per truccare un appalto, è rimasto in sella fino all’arresto. E l’ex presidente Miglioranzi, caduto Tosi, è passato a Fratelli d’Italia, che ha garantito al camerata, fino al luglio scorso, l’ennesima poltrona di amministratore pubblico a Esacom, un altro consorzio veronese dei rifiuti.

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