La lotta contro l’epidemia

Nella terra degli ulivi distrutti dalla Xylella, dove l’unione di antiscienza e politica fa ancora disastri

di Marco Grieco   28 ottobre 2021

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Il batterio che dal 2013 ha colpito 150mila ettari di uliveti tra Lecce, Brindisi e Taranto ha devastato il territorio. Ma continua la guerra tra gli scienziati e chi non vuole sradicare gli alberi (foto di Jean-Marc Caimi e Valentina Piccinni)

Lungo la strada statale SS7 che porta a Brindisi sembra di attraversare le stagioni in una manciata di chilometri, le chiome verdi degli ulivi che diventano ruggine e poi svaniscono, mentre il cielo plumbeo grava sugli alberi monchi e privi di vita.

La causa di tutto questo ha un nome latino, come tutti i cataclismi che battezza la scienza: Xyella fastidiosa, un batterio che, per poter vivere, ha condannato a morte l’olivicoltura salentina. Secondo Confagricoltura, dal 2013 la Xylella ha colpito 150mila ettari di uliveti tra Lecce, Brindisi e Taranto, creando una voragine nell’occupazione: almeno 33mila posti di lavoro sono andati in fumo e 93 oleifici hanno chiuso i battenti in tre anni, con un danno complessivo che supera il miliardo e mezzo di euro.

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Le cifre implacabili lasciano il posto al silenzio nella piana messapica, dove la raccolta delle olive è per tradizione una liturgia familiare. Oggi bisogna risalire la statale Jonica alla volta di Taranto per annusare l’aria pregna della sansa della macinatura: «Avevo settecento piante di ulivi, poi le ho vendute», spiega Antonio De Michele, pastore di San Pietro Vernotico, contadino fino al 2015: «Adesso il terreno non dà più niente», ammette con quel misto di saggezza e disillusione che possiede chi sceglie le stagioni come maestre di vita.

 

Fra gli agricoltori, di Xylella non si parla. “Iḍḍa” la chiamano, “lei”, come se un fonema schioccato nel palato fosse sufficiente a portare in vita gli ulivi disseccati, simile al suono della pizzica che esorcizzava le tarantate nel Dopoguerra. Eppure, i dubbi sono stati fugati nel 2013 nei laboratori del Consiglio nazionale delle ricerche (Cnr) dall’equipe del ricercatore Donato Boscia: «Xylella fastidiosa, sottospecie pauca, genotipo ST53, è una variante che fino a quel momento non era stata mai segnalata negli ulivi, anche se già nota negli agrumeti di San José, in Costa Rica».

Il microscopico batterio è un filo sottile che collega il Salento alla Costa Rica, da cui nel 2013 l’Europa ha importato 40 milioni di piante ornamentali all’anno, di cui 3mila piante di caffè a scopo ornamentale: «È in queste che il genotipo è stato segnalato per la prima volta», spiega Boscia. Il resto lo hanno fatto le condizioni climatiche del golfo di Gallipoli, simili a quelle nella baia di Los Angeles, dove sul finire dell’Ottocento la Xylella decimò le viti: «Per di più, l’insetto vettore, noto col nome di sputacchina, è abbondante nel basso Salento, e questo spiega perché la fitopatia si sia rivelata così aggressiva». Il ricercatore chiarisce perché, nelle aree infette, l’unica misura prevista sia l’eradicazione: «Il batterio intacca i vasi delle piante che conducono la linfa grezza dalle radici alle foglie. Per questo, si osserva la cima secca, ma tutto l’albero è irrimediabilmente infetto».

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Ma le prove scientifiche non bastano in quella che l’antropologo Ernesto De Martino chiamò “la terra del rimorso”: dal 2013 alcune associazioni hanno ostacolato la rimozione degli ulivi malati, salendo sugli alberi e bloccando le strade ferrate. Persino il mensile della San Paolo, Jesus, nel 2019 lasciava spazio ai dubbi, parlando “land grabbing” ed eclissando il parere degli scienziati con le intuizioni dei missionari comboniani, di preti ecologisti e oppositori: «I contestatori hanno attaccato la voce della scienza, senza offrire dimostrazione a riprova di ciò che dicevano, e con una parte ampia della classe politica pronta ad assecondarli per paura. Il risultato? Uno scempio da portare sulla coscienza», spiega Fabiano Amati, consigliere regionale del Partito democratico e presidente della Commissione Bilancio, da sempre aspro critico del fronte negazionista.

 

Così la Xyella è diventata arena di scontri politici. Ancora oggi, sui muri di Lecce si leggono le ingiurie scritte con lo spray a Giuseppe Silletti, il comandante regionale del corpo forestale pugliese che nel 2015 fu nominato Commissario delegato dal governo Renzi per fronteggiare l’epidemia: «Non ho mai detto di poterla fermare, ma ho fatto del mio meglio, per giunta a titolo gratuito», confessa. Silletti ha eseguito quanto prescritto dalla decisione di esecuzione Ue 2015/789, cioè l’eradicazione degli alberi infetti per rallentare l’epidemia il più possibile con la creazione di due zone: l’area di contenimento, cioè il fronte avanzato dell’epidemia, e l’area cuscinetto, con misure più blande per proteggere i campi adiacenti.

 

Ma davanti ad ulivi secolari, sradicati con la ruspa, agricoltori e istituzioni locali hanno rifiutato la scienza, lamentando una distruzione identitaria. Sono tanti i contadini che ancora oggi sentono di dover lottare contro presunti poteri forti, inconsapevoli che, con la Xylella, per salvare un albero se ne condannano mille. Gianni Caretto, agricoltore brindisino, mostra il suo uliveto secco ed esclama perplesso: «Non mi spiego come sia possibile, me li hanno avvelenati». Seguendo la dorsale dei muretti a secco che rattoppano i piccoli e grandi appezzamenti, il paesaggio stretto tra Squinzano e Cellino San Marco è spettrale. Persino nelle Tenute di Al Bano Carrisi, gli ulivi che decorano le piazze del suo hotel-borgo cominciano a seccare.

 

Al Bano rientra fra i 47 “esperti” riuniti dal governatore della Puglia, Michele Emiliano: un carosello di nomi che affianca personalità come Renzo Arbore e Lino Banfi a personaggi discussi, come l’agroecologo Gianluigi Cesari, sostenitore della controversa agricoltura biodinamica, e Alessandra Miccoli, cultore della materia in Geografia umana all’università Unisalento, un tempo schierata con i contestatori del Popolo degli ulivi. Emiliano ha, così, messo in piedi un gruppo parallelo al comitato tecnico-scientifico creato dall’assessore all’Agricoltura in quota Pd, Donato Pentassuglia: «Il presidente può anche avvalersi di collaboratori, ma ha votato con tutta la giunta il mio piano di azione. Sa che non farò un millimetro indietro rispetto al lavoro che stiamo facendo con il Comitato tecnico-scientifico», rassicura l’assessore.

 

Come Pentassuglia, anche Amati non nasconde le sue perplessità: «Come si può pensare di mettere assieme gli scienziati nominati da Pentassuglia, cioè quelli ingiustamente indagati in un’indagine penale, e i loro contestatori scelti da Emiliano? È come pretendere di far convivere quelli che sostengono che a girare è il sole e quelli che è la terra». Nel Pd pugliese, le giravolte della politica sono interpretate come opportunismo. Nel 2015, il grillino Cristian Casili definì “follia” l’abbattimento degli ulivi secolari: oggi è vice presidente del Consiglio regionale della Puglia nella maggioranza di Emiliano. C’è chi siede a Palazzo Madama, come il senatore Lello Ciampolillo – passato dai 5 Stelle al Gruppo Misto -, che nel 2018 elesse un ulivo infetto a residenza parlamentare.

 

Amati parla di psicopolitica: «In Puglia il Pd vive una soggezione psicologica nei confronti di Emiliano al punto che pure le obiezioni più ovvie risultano lesa maestà. I contestatori della Xylella hanno trovato una parte della classe dirigente pronta a sostenerli, perché nel complottismo s’individua il sostituto delle narrazioni politiche sconfitte dalla storia che li ha lasciati orfani».

 

Silletti, candidato nel 2020 al Consiglio regionale per Fratelli d’Italia, ricorda i buoni rapporti con i democratici, eccetto Emiliano: «Avrebbe dovuto sostenermi in quanto nominato dal governo, invece parlava con i negazionisti. Quando nel 2015 convocai i sindaci delle zone colpite nel mio ufficio, lui si giustificava dicendo di non potermi fermare. Ne parlai con l’allora ministro Maurizio Martina: mi disse che Emiliano sbagliava nelle sue esternazioni». Nel 2015 la scienza fu confutata anche nelle aule di giustizia. Con un decreto, la Procura di Lecce dispose il sequestro degli alberi da eradicare, iscrivendo al registro degli indagati i ricercatori del Cnr e lo stesso Silletti. Emiliano, magistrato in aspettativa, salutò il provvedimento come una «liberazione». Per Silletti, al contrario, fu un fulmine a ciel sereno: «Ero stato nominato dal governo per combattere un’epidemia e ho dovuto combattere chi la negava. Oggi è tutto archiviato, ma non mi capacito che la Procura abbia dato ascolto a chi ci accusava ingiustamente».

 

A distanza di otto anni, nelle campagne si continua a parlare di elicotteri carichi di veleni e di piani per la distruzione dell’agricoltura locale. Tocca ancora alla scienza smentire dichiarazioni come quelle del governatore che, rispondendo stizzito al direttore di National Geographic Italia, Marco Cattaneo, che lamentava la desertificazione del Tavoliere, ha dichiarato che la Xylella è sotto controllo, isolata nella provincia di Brindisi: «Oggi la fascia cuscinetto è ad Alberobello e Monopoli, in provincia di Bari», chiarisce, invece, Boscia. È la battaglia della scienza contro le narrazioni mitiche o politiche, che sono state in grado di fare del simbolo della pace per eccellenza il seme della discordia.