Il pentimento di Nicola Grande Aracri, boss della 'ndrangheta, merita l'enfasi che spesso si accompagna a operazioni di importanza molto minore. È difficile fare un paragone con personaggi di epoche e mafie diverse, come Tommaso Buscetta, ma l'impatto potenziale dell'operazione coordinata dalla Dda di Catanzaro del procuratore Nicola Gratteri potrebbe rivelarsi superiore a quello del “soldato” di Cosa Nostra.
Grande Aracri, 62 anni compiuti a gennaio, è una figura apicale nell'organizzazione criminale calabrese e bisognerà vedere fino a che punto si spingeranno le dichiarazioni. Ma di sicuro nessun capo 'ndranghetista del suo calibro aveva mai deciso di collaborare con la giustizia.
Da Cutro, paese della provincia di Crotone gradualmente svuotato dall'emigrazione, il clan Grande Aracri si è insediato da circa quarant'anni nella zona di Reggio Emilia. In questo intervallo di tempo ha talmente prosperato con l'edilizia privata, gli appalti pubblici, le farmacie da portarsi al livello delle cosche storiche della mafia calabrese. E proprio dai capi del reggino Nicolino Grande Aracri ha imparato la lezione più importante: non sopravvive a lungo un'associazione criminale che non ha coperture politiche.
Arrivati in Emilia in punta di piedi e con ben altri metodi rispetto a quelli del dominio violento praticato in Calabria a costo di faide sanguinose, i Grande Aracri hanno tessuto con pazienza una tela di favori che ha inglobato assessori comunali e regionali e ha sfiorato i vertici del governo quando l'ex sindaco di Reggio Emilia e ministro Graziano Delrio (Pd) si è dovuto difendere da un'eccessiva benevolenza verso la comunità dell'emigrazione cutrese.
Brescello, dove il sindaco democrat Marcello Coffrini spendeva parole di stima verso Francesco Grande Aracri, fratello di Nicola, è stato il primo comune emiliano a essere sciolto per infiltrazioni mafiose nell'aprile del 2016.
E mentre a nord il clan occupava tutti gli spazi lasciati vuoti dalle crisi aziendali e dal pecunia non olet di tanti imprenditori in difficoltà, senza per questo tralasciare i traffici illeciti tradizionali, a sud don Nicolino conquistava il potere a colpi di bazooka, come nell'omicidio di Carmine Arena, ucciso nel 2004 a Isola Capo Rizzuto dagli alleati Nicoscia perché schierato con i Dragone, rivali cutresi di Grande Aracri. Proprio l'assassinio di Antonio Dragone, suo ex boss, ha procurato a Nicolino ”Mani di gomma” l'ergastolo e il carcere a Opera in regime di 41 bis. Ma all'occorrenza le armi calabresi hanno lavorato anche in trasferta, per esempio con l'omicidio di Giuseppe Ruggiero da parte di sicari travestiti da carabinieri di cui parla il processo Aemilia e a Grande Aracri è stato attribuito un disegno indipendentista rispetto alla centrale del Crimine di Polsi, in Aspromonte. Lo stesso progetto che è costato la vita a Carmine Novella.
Nonostante i rigori del 41 bis toccati al boss, la cosca cutrese non ha mai smesso di operare. Appena lo scorso novembre il procuratore Gratteri aveva messo agli arresti il presidente del consiglio regionale della Calabria, Domenico Tallini, per i suoi legami con i Grande Aracri nel business farmaceutico. Tallini è poi stato rimesso in libertà un mese dopo.
Adesso per la Dda di Catanzaro si spalanca un'enciclopedia di delitti, di complicità, di comparaggi maturati all'ombra di quelle logge massoniche che il boss cutrese ha sempre considerato la chiave di volta di un potere solido. Nicolino Grande Aracri ha in mano quei segreti. Bisognerà vedere fino a che punto vorrà affondare il colpo.