Il 21 luglio, a Genova, la scena se la prende la polizia: i carabinieri vengono tenuti ai margini, c’è un morto e si sono fatti pochi arresti, bisogna rimediare. La polizia deve rimediare. Inizia il piano della scuola Diaz, che in realtà ben presto, in sede di indagine, si rivelerà improvvisato in riunioni cariche di tensioni, cui seguiranno anche accuse incrociate tra gli stessi appartenenti alle forze dell’ordine. Esaminando le relazioni di servizio dei poliziotti di turno quella sera del 21 luglio a Genova le omissioni sono incredibili: in alcuni casi mancano addirittura le firme. Alla richiesta della Procura di avere le foto dei poliziotti impegnati nell’irruzione, il pm Enrico Zucca riceve immagini prelevate dagli album dell’infanzia degli agenti. E soprattutto: ai procuratori non sfugge un particolare. Scartabellando tra le migliaia di pagine dei faldoni si accorgono di una cosa: Pasquale Guaglione, vicequestore a Gravina di Puglia (Bari) in servizio a Genova per il G8, riferisce di aver consegnato a un reparto della polizia due bottiglie molotov rinvenute in corso Italia durante i disordini nel tardo pomeriggio del 21 luglio.
Guaglione lo scrive nella relazione di servizio, ma manca una cosa: il verbale di sequestro delle due molotov. L’assenza di questo documento insospettisce i pm che chiamano Guaglione. I pm gli mostrano le due molotov sequestrate alla Diaz ma omettono di dirgli che fossero proprio quelle provenienti dalla scuola. Guaglione ovviamente le riconosce subito: le aveva trovate lui in corso Italia. Lo può dire con certezza (ed è uno dei pochi a cui la memoria pare funzionare e infatti non sa di inguaiare i suoi colleghi) perché la marca delle bottiglie la ricorda bene. Disinnescare le molotov, significa abbattere l’intera operazione della Diaz, motivata dalla presenza dei black bloc e dalla presenza di armi da guerra (come sono considerate le molotov). Significa non avere più giustificazioni, se mai fosse possibile trovare giustificazioni alla mattanza, per motivare botte, violenze, arresti. Ma servivano arresti, a tutti i costi. Le molotov (che poi spariranno nel corso dei procedimenti dalla sezione reperti del tribunale di Genova) non sono l’unico “falso” della Diaz: ci fu anche un agente che inscenò un’aggressione subita, a colpi di coltello, rivelatasi poi un’invenzione. Si tratta di uno degli agenti del VII nucleo Massimo Nucera; nel rinvio a giudizio del 2004 fu accusato di falso e calunnia perché «falsamente attestava di essere stato attinto da ignoto aggressore con una coltellata vibrata all’altezza del torace, che provocava lacerazioni alla giubba della divisa indossata e al corpetto protettivo interno, così avvalorando quanto descritto negli atti di arresto e di perquisizione e sequestro circa il comportamento di resistenza armata posta in essere dagli arrestati».
Anche nel caso del procedimento per l’irruzione alla scuola Diaz, nelle aule di tribunali genovesi la catena di comando della polizia finisce sotto la lente di ingrandimento di procura e parti civili, perché i poliziotti che materialmente fecero l’irruzione sono irriconoscibili e ancora meno possono essere riconosciuti partendo dalle foto della prima comunione mandate in procura. Per questo verranno puniti i livelli apicali, poliziotti riveriti e considerati integerrimi: come i loro colleghi carabinieri anche i poliziotti inviati a Genova a gestire la situazione avevano curriculum importanti, anni di lotta alla criminalità organizzata, alla mafia, quasi intoccabili. E infatti è l’impunità l’elemento che più forte emerge da tutti i processi, dal loro procedere in aula dimentichi di ogni cosa, elemento piuttosto inquietante se associato a persone che, al di là del G8, dovrebbero garantire la nostra sicurezza.
In primo luogo il capo, Gianni De Gennaro: l’uomo che aveva riportato Tommaso Buscetta dal Brasile in Italia e che con Giovanni Falcone aveva contribuito a istituire il maxi processo che per la prima volta conclamerà l’esistenza di una struttura criminale ramificata dal nome Cosa Nostra, il capo della polizia dai mille dossier e dalla capacità di muoversi tra partiti e correnti politiche (non a caso, in seguito sarà Luciano Violante in commissione d’inchiesta a indicare a De Gennaro una strada per la sua difesa, basata sull’impossibilità per il capo di sapere i dettagli di certe operazioni; bizzarro considerato che qualche anno dopo De Gennaro sarà incriminato per aver tentato di depistare il processo).
Le indagini della procura di Genova portano al rinvio a giudizio alcuni esponenti di spicco della polizia italiana (e molto vicini a De Gennaro): Francesco Gratteri (all’epoca a capo dello Sco, il servizio centrale operativo anti crimine), il capo degli analisti della polizia di prevenzione, Giovanni Luperi, Gilberto Calderozzi (che in seguito prenderà il posto di Gratteri), Filippo Ferri (allora capo della squadra mobile di La Spezia, uno dei tanti che successivamente sarà promosso) e Fabio Ciccimarra (che era già imputato a Napoli per le violenze sugli arrestati nella Caserma Raniero a maggio del 2001). Insieme a loro ci sono gli altri firmatari dei verbali, l’allora questore di Genova Spartaco Mortola, il vicequestore Massimiliano Di Bernardini, il vicequestore Pietro Troiani e l’agente Alberto Burgio. Tutti chiamati a rispondere per abuso di ufficio per la gestione dell’intera operazione nonché dei reati di falso e calunnia in relazione al falso ritrovamento delle due bottiglie molotov. Per i pestaggi all’interno della Diaz sono imputati di lesioni personali in concorso Vincenzo Canterini, Michelangelo Fournier e gli otto capisquadra Fabrizio Basili, Ciro Tucci, Carlo Lucaroni, Emiliano Zaccaria, Angelo Cenni, Fabrizio Ledoti, Pietro Stranieri e Vincenzo Compagnone.
Il primo a finire sotto accusa è proprio Canterini, a capo del Settimo nucleo e chiamato per partecipare all’azione. L’intervento, infatti, era stato deciso in Questura a seguito di un episodio poco chiaro e dai contorni piuttosto fumosi, ovvero un presunto agguato a una pattuglia nelle zona vicina al complesso Diaz-Pertini. Grazie agli atti del processo sappiamo che nella riunione in questura viene deciso l’intervento presso la Diaz. Secondo la testimonianza di Ansoino Andreassi (deceduto nel gennaio 2021), «la riunione si chiuse con la decisione circa i reparti da impiegare: si telefonò a Donnini che ci disse che era disponibile la squadra speciale del reparto mobile di Roma. Tale squadra era stata costituita in occasione del G8 di Genova con una selezione dei volontari; una commissione aveva scelto i membri, accertandone la loro lucidità, capacità ed assenza di precedenti negativi. Io quindi, proprio per tali motivi, ritenni tale squadra adatta al compito. Non doveva procedere alla perquisizione, ma soltanto essere utilizzata in caso di necessità per ordine pubblico. Io non ipotizzavo la necessità di un’irruzione». Canterini ha idee diverse, come emerge dalla sua testimonianza: «Mi venne detto che vi era stata l’aggressione di una pattuglia da un edificio scolastico in cui si riteneva che vi fossero i black bloc. Da parte mia ritenevo che la cosa non fosse particolarmente semplice perché si sarebbe dovuto fare un cordone intorno alla scuola, avere una planimetria ecc. Dissi quindi che a mio parere poteva essere più idoneo utilizzare alcune bombe lacrimogene per far uscire tutti dall’edificio senza che nessuno si facesse male; La Barbera (Arnaldo La Barbera all’epoca era a capo dell’ex Ucigos, deceduto nel dicembre 2002, ndr) escluse subito tale possibilità. Scesi e davanti alla Questura vidi con un certo stupore un apparato immenso formato da diversi corpi, una macedonia di reparti mobili».
Di sicuro i Canterini boys sono tra i primi a entrare: peccato che non si sappia, ancora oggi, chi fossero i singoli agenti protagonisti dell’irruzione. Non bastassero i racconti fumosi, le omissioni, lo scaricabarile, ci sono poi le testimonianze delle vittime, terribili nel raccontare quei momenti concitati e di vero terrore. «Sentii rompersi vetri e quindi colpi sulla porta!, ha raccontato in aula una vittima, «finché non si aprì. Entrano quindi alcuni poliziotti in uniforme che si dirigono verso di noi, che alziamo le braccia e indietreggiamo contro il muro; un poliziotto ci lancia contro una sedia; ci circondano e iniziano a colpirci con manganelli e calci. Ho visto due poliziotti che colpivano una persona che peraltro non si stava proteggendo la testa con il manico del manganello che aveva la forma di “T”. Il manganello veniva impugnato dalla parte lunga e questo è il particolare che mi ha colpito».
Se non bastassero le deposizioni delle vittime, il 13 giugno 2007 in aula a Genova arriva Michelangelo Fournier, all’epoca del G8 del 2001 a Genova vicequestore aggiunto del primo Reparto Mobile di Roma. La sua deposizione in tribunale è importante per diversi motivi: intanto perché Fournier riconosce che durante le indagini non aveva avuto il coraggio di denunciare comportamenti cosi gravi da parte dei poliziotti «per spirito di appartenenza» e poi perché parlerà chiaramente di «macelleria messicana», raccontando ai giudici un particolare fondamentale: «Non ho visto comportamenti di resistenza da parte degli occupanti, non ho visto lanci di oggetti». Si tratta di una smentita in piena regola dell’impianto difensivo degli agenti a processo (che accusarono i manifestanti, tra l’altro, di avere già ferite pregresse). Sappiamo come è andata, alla fine: condanne in prescrizione, promozioni, carriere che non si sono fermate, sentenze europee di condanna per la tortura e gli abusi. Ma le parole dei processi – per fortuna – sono lì a ricordarci cosa successe: dovrebbero essere un monito perché certe cose non accadano più. E come capita spesso ai moniti, anche quello uscito dal processo per l’irruzione alla scuola Diaz, viste le sequenze dei fatti di cronaca con protagonisti agenti avvenute dal 2001 in avanti, pare sia rimasto piuttosto inascoltato.