«Sa, siamo una scuola giovane, abbiamo aperto da poco, purtroppo non possiamo pagare». Così la vicepreside di un istituto paritario in Campania ha detto a Marco, nome di fantasia, quando si sono incontrati per la prima volta, durante il colloquio di presentazione per ottenere il lavoro. Poco dopo Marco ha firmato un contratto che non ha più avuto modo di rileggere.
«Se ricordo bene, la retribuzione avrebbe dovuto essere di 16 euro l’ora. Era un contratto regolare a tutti gli effetti. La vicepreside mi guardava dritto negli occhi mentre, senza alcuna remora, mi proponeva di lavorare gratis». O meglio mentre gli prometteva che l’avrebbe pagato con i punti, dodici, il massimo a cui un docente può aspirare per un anno di insegnamento. Fondamentali per salire in graduatoria e sperare di entrare nella scuola statale.
Nessuna espressione di stupore sul viso di Marco che conosceva bene la situazione in cui si stava infilando. «Visto che è molto difficile accedere all’insegnamento, soprattutto per alcune classi di concorso come quella di storia e filosofia, è comune che chi si è laureato da poco accetti di lavorare gratis per qualche anno, è la gavetta. In cambio dei punti necessari per salire nelle graduatorie di istituto. Così da essere chiamati per le supplenze. Questo è l’unico modo per arrivare alla statale. Lì finalmente avrò un buono stipendio e potrò far valere i miei diritti», racconta con tono fermo ma amareggiato.
Marco ci tiene a sottolineare che è la prima volta che accetta condizioni simili. «Molti colleghi lo fanno da tempo, alla fine ho ceduto anche io. Perché è l’unico modo: avrei bisogno di almeno 100 punti per essere chiamato come supplente. Con i titoli, certificazioni e master, si arriva fino a un determinato livello. Poi serve l’esperienza di servizio a scuola». Lo scorso anno aveva mandato circa un centinaio di Mad, la messa a disposizione, una candidatura spontanea che l’insegnate può presentare alle scuole, in alternativa alle graduatorie di istituto. L’unica che l’ha contattato è quella in cui lavora ora.
A quanto racconta a L’Espresso anche tutti gli altri insegnati della scuola, una ventina, sono nelle stesse condizioni. L’istituto paga i contributi ma non gli stipendi ai docenti che appartengono a differenti classi di concorso. «Il ricambio è alto. A volte per la stessa materia si susseguono due o tre insegnanti nello stesso anno. Senza nessuna cura per la continuità didattica degli studenti». Questo succede perché non tutti possono permettersi di lavorare gratis. Così periodicamente qualcuno lascia il lavoro e arriva un altro pronto a prendere il posto. «Alcuni non hanno famiglie alle spalle che si possono permettere di mantenerli. Io, ad esempio, ho un altro impiego nel pomeriggio da cui prendo i soldi necessari per sopravvivere. Faccio attenzione a non superare il limite orario consentito dalla legge».
Marco è complice di un sistema marcio e ne è consapevole. È dispiaciuto ma sostiene di non avere alternativa visto che sogna di essere un insegnante. Come lui anche gli altri docenti preferiscono non denunciare gli istituti. Tengono la testa bassa per il tempo che serve a ottenere il punteggio necessario. E poi se ne vanno. «Temiamo che se la scuola chiude perché esce allo scoperto l’attività illegale sui cui si regge, verrebbero annullati anche i nostri contratti e così i punti ottenuti lavorando».