«In Afghanistan sono 70 gli editti proclamati dall'emirato islamico contro le donne. Contro la possibilità che possano lavorare nella maggior parte dei posti, frequentare la scuola secondaria, andare nei parchi o muoversi senza essere accompagnati da un tutore maschio».
A descrivere la situazione delle donne, il cui ruolo ormai è ridotto a poco più che essere mogli e madri, è Dina Taddia, consigliera delegata di WeWorld, ong che opera nel Paese da tanti anni. E che ha deciso di restare anche dopo l’arrivo del talebani per supportare la popolazione.
L'Afghanistan sta vivendo una delle peggiori crisi umanitarie al mondo: milioni di persone non hanno cibo, sono sfollate e hanno bisogno di protezione. Il contesto politico restrittivo ostacola l'accesso agli aiuti umanitari e continua a violare i diritti umani, soprattutto quelli di donne e bambine: non possono studiare, lavorare o uscire di casa senza essere accompagnate.
La seconda puntata di Vite Sospese, il podcast de L'Espresso in collaborazione con WeWorld, parla proprio di questo: di cosa significa per una donna vivere in un Paese in cui la liberà non è più garantita. Tra le voci quella di Parasto Hakim, fondatrice di Srak, un network di scuole clandestine, che non ha paura di raccontare la realtà mettendoci la faccia, perché è convinta che la conoscenza sia l’unica vera arma per contrastare i talebani: «Nessun americano o europeo lascerebbe mai crescere i propri figli in Afghanistan. Perché noi dovremmo farlo?»