Attualità
14 gennaio, 2026Oggetti, foto, lettere per chi sopravviverà: sono stati recuperati nei barconi dei migranti arrivati o naufragati a Lampedusa. Destinati a un museo. Contro la rimozione
Una, due, varie teiere. E tazze, parecchie. Due musicassette e un mangianastri. Una guida dell’Italia, in arabo, con la torre di Pisa in copertina. Un sacchetto con la terra del proprio Paese. Sorrisi sbiaditi in una fotografia, un foglio che indica un appuntamento e chissà cosa rappresentava, quel luogo e quella data, per chi lo ha conservato con cura, per proteggerlo dall’acqua. Ma quello che lo colpisce sempre sono le lettere: «A volte sono rivolte ai famigliari a casa, a volte sono messaggi per chi le troverà». Come questo foglio, scritto da una ragazza: piegato dentro a una bottiglia di plastica verde, «chi trova questo messaggio lo accetto come marito secondo il rito musulmano». «L’idea che abbiamo sempre bisogno della parola, per definire il mondo e lasciare una traccia, è molto potente».
Giacomo Sferlazzo si è messo a cercarle, queste tracce perdute: gli oggetti delle persone migranti, abbandonati nelle barche approdate o naufragate a Lampedusa. «Per anni sono finiti in discarica insieme alle imbarcazioni usate per le traversate», racconta, mentre fa strada tra gli scaffali dove sono esposti gli oggetti migranti all’interno di Porto M, che è il suo locale dove mette in scena l’opera dei pupi per raccontare anche così, con il teatro, cosa significa partire e attraversare il mare. «E la discarica cos’è, se non lo scarto della storia ufficiale?». E infatti, la battaglia di Giacomo Sferlazzo – iniziata con il collettivo Askausa, che significa “piedi scalzi”, e che ora prosegue con il gruppo Pelagie Mediterranee – è combattere una rimozione: salvando gli oggetti che le persone in movimento scelgono di portare con sé. Oggetti che, insieme alle imbarcazioni di fortuna, in passato venivano gettati in discarica, poi nel cosiddetto cimitero dei barconi e oggi trovi mezzo affondati all’interno del porto o durante le operazioni di soccorso.
«Ma sono testimonianze del nostro tempo: oggetti politici, che ci interrogano sul perché si parte – spiega – e ci impediscono una comoda rimozione». Il progetto, infatti, è di aprire uno spazio (privato) in via Roma, nel centro di Lampedusa. L’isola di venti chilometri quadrati che è un simbolo da sempre, suo malgrado: la porta d’Europa che ha presentato la sua candidatura a patrimonio immateriale dell’Unesco per la cultura dell’accoglienza, dove papa Francesco ha impresso il segno al suo pontificato e che papa Leone ha promesso di visitare presto. Lo scoglio tra Nordafrica e Sicilia dove si infrangono le politiche migratorie italiane ed europee. E dove sbarchi, naufragi e morti in mare viaggiano su binari paralleli, rispetto all’isola dal mare turchese paradiso dei turisti. Una costante: che, però, rimane invisibile.
Non è solo un museo, quello che aprirà in centro a Lampedusa: ma un luogo di memoria per raccontare la storia di quest’isola. Gli oggetti – borracce, interi diari, spaghetti, scarpe da bambino, una latta che conteneva della vernice, e poi passaporti, una torcia, cellulari Nokia, un biberon – sono stati salvati dalla dimenticanza e recuperati pazientemente negli anni dal collettivo, come tasselli di una storia costantemente rimossa. O bruciata, come è accaduto alla discarica comunale dove in passato venivano ammassate le barche – data alle fiamme – e ancora al campo sportivo. Adesso le imbarcazioni utilizzate dai migranti – scafi bianchi in vetroresina o pescherecci più grandi, con la stiva – le trovi all’interno del porto: accanto al molo Favaloro, dove avvengono gli sbarchi. Con il rischio di provocare danni ambientali o – quando vengono affondate in mare durante le operazioni di soccorso – di danneggiare le reti dei pescatori. Ma se gli oggetti parlano – e denunciano – è anche attraverso la narrazione che si può combattere la rimozione. In una sala di Porto M, infatti, c’è un teatro dei pupi. «Alcuni li abbiamo realizzati utilizzando il legno dei barconi – spiega Giacomo Sferlazzo, mostrando le marionette che incarnano un uomo e una donna migranti, un poliziotto, un operatore della Croce Rossa – con la famiglia di pupari palermitani Mancuso mettiamo in scena la storia di un bambino tunisino: le cause che lo spingono a partire, perché in Tunisia, nella zona di Redeyef delle miniere di zolfo, sotto il dominio coloniale francese, nacque un movimento politicizzato, le cui proteste sono state represse. Così, nel mio racconto, il bambino decide di partire. Scampa alla morte grazie alla Madonna di Porto Salvo, arriva a Lampedusa e poi in Sicilia dove viene sfruttato nei campi di pomodoro. Ecco: è importante far capire le cause delle migrazioni: il risultato di politiche di sfruttamento». E aggiunge: «Questa piccola isola da seimila abitanti da trent’anni vive una pressione fortissima: abbiamo visto naufragi, morti. Ma mentre da fuori viene esaltata l’immagine di accoglienza, Lampedusa è stata progressivamente trasformata in una frontiera militarizzata, con strutture Nato e nuovi radar. E ora temiamo che la ex base Loran di Ponente, dove sulla carta dovrebbe essere costruita la caserma della Dogana, venga usata come Cpr, centro di permanenza per il rimpatrio».
L’hotspot di contrada Imbriacola, gestito dalla Croce Rossa da gennaio 2023, è un luogo inaccessibile. Arrivi (174 mila dal primo giugno 2023, 50 mila nel 2025 con quasi mille sbarchi, riferisce la Croce Rossa) e trasferimenti procedono senza che, da fuori, ci si accorga quasi di nulla. All’ingresso c’è un camper attrezzato: è un servizio mobile di ostetricia e ginecologia. «Ci siamo resi conto che era importante offrire una risposta alle donne in gravidanza, sempre più numerose: anche all’ottavo, nono mese – racconta Francesco D’Arca, chirurgo d’urgenza, da tre anni responsabile del poliambulatorio di Lampedusa nell’hotspot – Quello che possiamo fare, dal punto di vista sanitario, è una riduzione del danno. Arriviamo a visitare circa trenta, quaranta donne incinte al mese. Alcune a causa delle violenze subite: abbiamo anche attivato un percorso di interruzione di gravidanza, nei limiti della nostra legge. Molte sono minorenni». Donne e minori sono nettamente aumentati: «Ora sono il 40 per cento degli arrivi». Un’emergenza recente, spiega D’Arca, sono le intossicazioni da metaemoglobina: «Nell’ultimo anno e mezzo ne trattiamo almeno due o tre per ogni sbarco. La causa probabile è l’inalazione dei vapori da idrocarburi, soprattutto per chi viaggia nella stiva. Per questo abbiamo acquistato due misuratori rapidi di ultimissima generazione».
Al Molo Favarolo, intanto, si sta concludendo il quattordicesimo sbarco in un giorno. «Ho sorretto alcune donne ustionate per i fumi del carburante», ci racconta Giuseppe Lo Verde. È un pescatore, e il suo lavoro qui è pulire e tenere in ordine il molo. Ma in realtà fa molto di più. «Mi è capitato di veder accostare un barcone con 150 persone a bordo che si stava rovesciando. Se avessi perso tempo a telefonare per chiamare aiuto sarebbero morti». Giuseppe ha fatto il muratore, il pizzaiolo. «Prima non mi interessavo di queste questioni. Ma quando guardi negli occhi le persone, che hanno passato giorni in mare alla deriva, come queste donne di poco fa, non puoi stare fermo. Per esempio, li aiuto a chiamare casa». Dove, al centro di accoglienza? «Macché, no. Qui, con il mio telefono».
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