Attualità
15 gennaio, 2026A cinquant’anni dall’eccidio di due carabinieri nella caserma di Alcamo, Lucio Luca ricostruisce il delitto, il depistaggio, le false accuse agli innocenti e le molte connessioni tra boss e Stato
Nella notte tre il 26 e il 27 gennaio del 1976 un commando di killer fa irruzione nella casermetta dei carabinieri di Alcamo Marina, in provincia di Trapani, e uccide a sangue freddo due giovani militari, l’appuntato Salvatore Falcetta di Castelvetrano e il carabiniere semplice Carmine Apuzzo di Castellammare del Golfo. Le indagini puntano subito sulla pista del terrorismo rosso, malgrado la telefonata di rivendicazione di un sedicente gruppo vicino alle Br si riveli subito un tentativo di depistaggio. Vengono perquisite decine di abitazioni di militanti di sinistra compresa quella di Peppino Impastato. Poi, un paio di settimane dopo l’attentato, viene fermato un anarchico in possesso di due pistole compatibili con quelle utilizzate dai killer. Il giovane viene interrogato dai carabinieri, guidati dal colonnello Giuseppe Russo, con metodi brutali e alla fine gli viene estorta una confessione nella quale indica i nomi dei suoi complici. Si tratta di tre giovani di Alcamo, due dei quali minorenni, e di un bottaio di Partinico. Poche ore dopo l’anarchico ritratta davanti al magistrato: «Ho fatto i primi nomi che mi venivano in mente, quei quattro non c’entrano nulla». Nessuno gli crede e così i militari arrestano Giuseppe Mandalà, Giuseppe Gulotta, Vincenzo Ferrantelli e Gaetano Santangelo. Anche loro, dopo ore di violenze, confessano di aver partecipato all’agguato salvo negare tutto quando agli interrogatori partecipa finalmente un magistrato. Per loro, però, comincia un lungo calvario giudiziario: Mandalà morirà in carcere di cancro nel 1998, Ferrantelli e Santangelo fuggono in Sudamerica mentre Giuseppe Gulotta resta in carcere per ben 22 anni fino a quando, nel 2007, uno dei carabinieri confesserà le torture della notte dell’arresto e scagionerà i quattro amici di Alcamo.
Chi ha ucciso, dunque, i due carabinieri della casermetta Alkamar? E, soprattutto, qual è il movente? Chi può aver avuto interesse a eliminare due militari di una piccola foresteria, fuori da qualsiasi indagine sulla criminalità organizzata?
Trapani, la città dei misteri, “regala” una storia nella quale entrano a pieno titolo la mafia e la massoneria, l’imprenditoria economica e la politica. Sullo sfondo, aleggia la presenza di Gladio, l’esercito clandestino di neofascisti, servizi deviati e pezzi di criminalità che proprio in quella provincia aveva le sue basi logistiche e i suoi depositi carichi di armi e scorie radioattive da destinare alla Somalia, la “pattumiera” d’Europa.
E così, da una strage dimenticata parte un filo rosso – o meglio nero – che unisce Alkamar a Peppino Impastato, e poi al delitto del colonnello Russo, a quello del giornalista Mario Francese, passando poi per l’omicidio Rostagno e quello della giornalista Ilaria Alpi che proprio in Somalia stava conducendo le sue inchieste. Fino alle stragi di mafia del ’93, quelle fuori dai confini della Sicilia e alle dichiarazioni di pentiti di mafia e uomini dei servizi segreti.
Una spy-story piena di colpi di scena. Se non fosse che è successo tutto davvero e Lucio Luca lo racconta ne “L’ultima spiaggia. Alkamar, la strage dimenticata e cinquant’anni di misteri italiani”, edito da Aliberti, in uscita il 21 gennaio.
Un saggio raccontato: un romanzo che sembra una fiction, guidato dalla voce narrante di Giuseppe Gulotta, l’uomo che ha trascorso più di vent’anni in carcere da innocente e che ancora oggi, a cinquant’anni dai fatti, continua a chiedersi: «Perché proprio io?».
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