Attualità
20 gennaio, 2026La legge vieta ogni costruzione nelle zone più preziose dei parchi nazionali. Eppure i lavori per il nuovo collegamento che dovrebbe attraversare i boschi protetti del promontorio pugliese stanno iniziando
Ha senso cominciare un lavoro impegnativo e costoso sapendo già che non sarà possibile portarlo a termine? Dare inizio alla costruzione di una strada che la legge impedisce di completare? Non ha senso, no: eppure succederà. Sono state avviate le pratiche per gli espropri necessari alla costruzione del nuovo tratto della Nuova SS 89 Garganica, superstrada che dovrebbe unire Vico e Mattinata attraversando i boschi che la legge istitutiva dei Parchi Nazionali definisce intoccabili. Che completare l’opera sia problematico lo ha ammesso il sottosegretario ai Trasporti: durante il suo tour elettorale di appoggio ai candidati di Forza Italia nel novembre scorso, parlando nella sede foggiana di Confindustria, Tullio Ferrante ha sottolineato la necessità di «dirimere la questione relativa ai vincoli sulle opere di attraversamento in aree boschive inseriti nella legge d’istituzione del Parco del Gargano» per poter realizzare l’opera.
Le associazioni di cittadini che due anni fa si erano rivolte al più famoso avvocato ambientalista italiano, Gianluigi Ceruti, per l’esposto con cui avevano cercato di ostacolare l’iter di autorizzazione dei lavori, non si fanno illusioni. Le leggi si possono cambiare. Anche quella che nel 1991 ha istituito i parchi nazionali e che vieta, nelle parti più preziose (denominate “zona 1”) «la realizzazione di nuove opere di mobilità: ferrovie, filovie, impianti a fune ed aviosuperfici, tracciati stradali». Oppure si può cercare di ottenere un’eccezione: ci sta lavorando per esempio Giuseppina Falcone, esponente locale di Forza Italia, che a novembre su Facebook raccontava di un «interessante incontro con il Ministro dell’Ambiente e della sicurezza energetica Gilberto Pichetto Fratin, che con grande disponibilità e competenza ha ascoltato le mie proposte per la modifica dello Statuto del Parco Nazionale del Gargano o, in alternativa, della riperimetrazione della zona 1, per poter finalmente avviare la Strada a Scorrimento Veloce Vieste–Mattinata e accelerare l’iter già in corso della Vico–Vieste».
In vista delle recenti elezioni regionali la destra ha battuto moltissimo sul tema di questa strada ideata oltre vent’anni fa: «Matteo Salvini ci ha fatto tutta la campagna elettorale», racconta Menuccia Fontana, ambientalista storica che è stata tra i fondatori di Italia Nostra e ha partecipato a tutte le battaglie per la difesa del Gargano. «Ha fatto tappezzare i paesi con manifesti che inneggiavano alla strada destinata a mettere fine all’isolamento del Gargano. Isolamento? Se ne poteva parlare negli anni Cinquanta, ma da quando l’Eni ha costruito il suo villaggio vacanze le strade per raggiungere le coste del Gargano ci sono eccome...».
Il rischio è che una volta che hai ottenuto il permesso di attraversare uno dei boschi più antichi d’Italia, una delle ultime pinete “da seme” in Europa, nessun Parco nazionale potrà più sentirsi al sicuro: «Ne ho parlato con Fulco Pratesi, poco tempo prima di morire mi diceva che anche in Abruzzo c’è il rischio che i progetti di nuove strade vengano approvati». E qui viene a galla un altro punto che gli oppositori della strada sottolineano: la Valutazione di impatto ambientale (Via) che ha permesso l’inizio dell’iter dei lavori è firmata da una giudice che è anche presidente del Tar dell’Abruzzo (ed è la stessa che ha concesso la Via al Ponte sullo Stretto): «Un doppio ruolo simile non sarebbe accettabile per magistrati civili o penali», commenta Riccardo Ceruti, che l’anno scorso, dopo la scomparsa del padre, ha preso il suo posto nella difesa degli ambientalisti. «Le regole per i giudici amministrativi sono più blande, è vero: ma recentemente un altro magistrato che sarebbe venuto a trovarsi in una situazione simile, lo ha segnalato e ha chiesto di essere collocato fuori ruolo».
Le discussioni pubbliche e sui social si incagliano sulla necessità o meno della strada. Da una parte gli ambientalisti che invitano ad ampliare la viabilità esistente. Dall’altra il fronte compatto degli abitanti del Gargano che del progetto vedono solo i vantaggi: in primis un percorso più rapido per le autoambulanze e la maggior facilità dell’arrivo dei turisti. Non contano obiezioni economiche («Con i 20 milioni di euro stanziati dal Ministero dei trasporti ci si costruisce un ospedale intero...») o di contrasto all’overtourism, per una zona che pur con le sue strade di montagna intasate dai camper attira comunque milioni di persone. Il fronte del Sì è compatto, va dai singoli cittadini ai sindaci fino al “silenzio assenso” di Giuseppe Conte, che non si è espresso direttamente ma non ha mai appoggiato chi protesta contro la costruzione.
Ma il cuore del problema non è l’utilità della nuova superstrada: in realtà nessuno mette in dubbio che i collegamenti tra Vico e Mattinata debbano essere migliorati. Ma dovrebbe essere evidente che una strada destinata, secondo le leggi vigenti, a non essere completata non può essere utile a nessuno. Per poter iniziare i lavori, l’Anas ha usato un escamotage che Gianluigi Ceruti aveva definito «artificioso e surrettizio»: il «frazionamento del progetto unitario» in tronconi diversi, e il conseguente inizio dei lavori nella parte che può ottenere il via libera. Sono le premesse per un’opera destinata a rimanere incompiuta, uno dei mostri di cemento che dopo la costruzione, quando ormai è troppo tardi per intervenire, ispirano denunce, servizi fotografici, documentari. «Senza contare che solo per questa prima parte gli stessi progettisti prevedono l’abbattimento di quasi tremila olivi», aggiunge Ceruti figlio.
Eppure le associazioni ambientaliste assistite dallo studio Ceruti – WWF, Lipu e Italia Nostra – non hanno fatto ricorso contro la decisione della Commissione Via. C’è ancora la speranza di poter ispirare una interrogazione parlamentare, e di un parere del “castigamatti” che ha ostacolato l’iter del Ponte sullo Stretto: «Sto preparando un esposto alla Corte dei conti», annuncia Riccardo Ceruti, «Hanno ostacolato il Ponte, potrebbero farlo anche qui». I conti in effetti non tornano. Non solo il costo a chilometro della strada è esorbitante, ma iniziare a spendere per un lavoro che le leggi vigenti non permetteranno di terminare è irrazionale: per questo Ceruti sta lavorando anche a un esposto all’Anac, l’autorità anticorruzione. Di ricorsi invece non se ne parla: i termini sono già scaduti: «Dopo che alcune associazioni di cittadini sono state condannate alle spese, per decine di migliaia di euro, la paura tarpa le ali agli ambientalisti», ammette Ceruti.
È la stessa strategia che usano le multinazionali contro i gruppi di attivisti del clima che negli ultimi anni hanno scelto, in casi sempre più numerosi, di tentare la via giudiziaria alla lotta all’inquinamento. Nel nostro caso però è peggio: perché nei casi delle cause contro Greenpeace, a combattere gli ambientalisti sono multinazionali del petrolio che fanno gli interessi dei propri azionisti. Qui invece a indossare i panni di nemico degli attivisti che vogliono difendere la Natura è lo Stato. E in particolare quei ministeri – quelli per l’Ambiente e per i Beni culturali - che dovrebbero tutelare la natura e il paesaggio.
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