Attualità
22 gennaio, 2026Articoli correlati
Da presa in giro bonaria a insulto razzista. Maranza è una parola ricca di storia. Legata all’odio dei cristiani verso ebrei e islam
«Il maranza / è una danza, / che nasconde tutta l’insipienza/ di chi senza competenza / ai familiari imbottisce la panza». Geppi Cucciari e Syria ballano e cantano, in una puntata della “Splendida cornice”, sulle note della “Paranza” di Daniele Silvestri. «Se la paura è l’obiettivo in prima istanza / come facciamo senza i maranza?», si chiedono. E non è la prima canzone dedicata alle “bande di giovinastri” tanto care alle cronache. Era l’estate del 2024 quando Il Pagante e Fabio Rovazzi ironizzavano sul fascino del bullo che «con la tuta del Barça gira per Milano in quattro sopra un SH».
È gente così che lo chef Natale Giunta vuole tenere fuori dal suo ristorante palermitano: «Occhiali Cartier, barba da delinquente, collanona… La tua presenza non è benvenuta, il tuo stile non è ammesso». E Fiorello nella "Pennicanza" prima si definisce «maranza» per l'orologione d'oro falso, poi lancia la campagna "Adotta un maranza", che invita a «regalare una catenona» a ad accollarsi uno di questi ragazzoni in tuta e piumino nero «ma anche il suo pitbull da 70 chili che non mangia da dieci giorni».
Ma questi sono i maranza dei tempi andati: gli allegri bulletti con cui si identificava Jovanotti nella canzone "Il capo della banda", che è del 1989 ed è considerata la prima testimonianza della fortuna di questo termine. Oggi non è più così: ormai i maranza non sono neanche più solo sinonimo di raid vandalistici e di scippi, ma si vedono appioppare anche accuse di terrorismo. Dopo l’arresto dell’attivista palestinese Mohammad Hannoun, il sottosegretario alla Giustizia Andrea Delmastro ha invitato la sinistra ad abbandonare «maranza, pro Pal, anarchici e tutta quella galassia anti occidentale e violenta».
Una carriera rapida nel malaffare per un personaggio che solo un anno fa, nell’edizione 2025 del Dizionario, lo Zingarelli definiva così: «Negli anni '80 del Novecento, giovane delle periferie urbane dai gusti e comportamenti rozzi e volgari, che si muoveva per lo più in gruppo. Ma oggi il termine è tornato in uso per indicare un coatto, tamarro oppure un appartenente a bande di ragazzi, spesso in tuta nera con cappuccio, che importunano la gente per le strade».
Passa un anno, e in un tema dell’esame professionale per giornalisti, si parlava di «violenze indiscriminate quanto inaccettabili, scatenate» durante manifestazione altrimenti pacifiche «da anarchici, antagonisti, collettivi studenteschi. E dai “maranza”, un termine dello slang milanese, ora usato a livello nazionale, per definire un certo tipo di giovani, quasi sempre figli di immigrati di seconda generazione, molto spesso di origine africana».
C’è voluto poco per far scivolare nel razzismo palese una parola apparentemente innocua, che prendeva bonariamente in giro il cattivo gusto dei “tamarri” (dall’arabo per datteri) paragonandoli alle melanzane (“maranciane” in molti dialetti meridionali). In fondo ha ragione Beppe Severgnini quando scrive che bisogna «chiamarli semplicemente delinquenti»: una parola oggettiva, non quello che ormai è un insulto razzista. Perché nella radice della parola maranza c’era già il razzismo, e della peggior specie: quello che intreccia antisemitismo e antislamismo fin da quando ebrei e arabi vengono uniti in una stessa condanna violenta e sanguinosa.
Alla fine del Quattrocento, quando i cristiani riconquistano la Spagna cacciano prima tutti i musulmani, e subito dopo gli ebrei che rifiutarono di convertirsi. In un saggio agile e bellissimo sui “Marrani”, i “nuovi cristiani” mai pienamente accettati dalla società cristiana, Donatella Di Cesare ricostruisce così la «rocambolesca storia di un insulto»: «È indubbio che “marrano” abbia un valore peggiorativo. Quale sarà però l’origine di un così bizzarro vocabolo?» Tra le ipotesi ce n’è una che lega “marrani” e “maranza” passando per l’aramaico, la lingua parlata da Gesù: potrebbero derivare entrambi da «“marantha”, persona scomunicata».
Una sola parola razzista che unisce l‘odio per ebrei e musulmani. Perché in fondo, come cantano Syria e Geppi Cucciari, «il maranza /dà speranza / a chi come flatulenza / spaccia odio a tutta la cittadinanza. / Dimmi che li odi che li odi...».
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