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26 gennaio, 2026Articoli correlati
L’idea della cooperativa è sfumata, ma non ancora perduta. Dopo il ricorso al Tar, la comunità chiede di essere ascoltata. Il 27 gennaio sarà un giorno di memoria, ma anche di protesta contro lo sgombero: "Abbiamo costruito una vita, non la cancellate"
Ogni anno durante la Giornata della memoria, il 27 gennaio, alcune scuole a Sud di Milano raggiungono il campo rom di Chiesa Rossa per visitare il monumento del Porrajmos, il genocidio dei Rom e dei Sinti avvenuto durante la Seconda guerra mondiale. "Vengono quasi duecento ragazzi", racconta Dijana Pavlović, del Movimento Kethane – Rom e Sinti per l’Italia. "Prepariamo la merenda, ci sediamo intorno al monumento, cantiamo Jelem Jelem (inno internazionale del popolo rom, ndr)". Accanto a lei c’è Paolo Cagna Ninchi, presidente di Upre Roma: "Arrivano a piedi, in fila. Dovresti vederli: una colonna di bambini che attraversa i campi di Chiesa Rossa per venire al Villaggio delle Rose".
Quest’anno sarà diverso. Il 27 gennaio la comunità rom ha scelto di richiamare l’attenzione con una conferenza stampa aperta a tutti: memoria e protesta insieme. Per raccontare la propria storia. E per provare a decidere del proprio futuro. "Questi mesi sono stati un incubo", dice Toni Deragna, abitante del campo di Chiesa Rossa, ormai a rischio sgombero da più di un anno. Mentre parla, Toni è seduto su un muretto davanti al monumento. Di fianco a lui sventolano tre bandiere: quella italiana, quella dell’Anpi e quella rom. Toni vive lì da 25 anni, da quando quel terreno fu concesso alla sua famiglia dalla giunta Albertini.
Da poco più di un anno, però, la vita per la comunità è cambiata: il 19 dicembre 2024 una delibera del Comune ha avviato il processo per il superamento del campo. Da quel momento, 180 persone hanno affrontato mesi di attesa ma anche di impegno e di dialogo con l’amministrazione per trovare un’alternativa allo sgombero. L’idea della cooperativa autogestita dagli abitanti a proprietà indivisa (resa concreta dal progetto di Giovanni La Varra e Gabriele Rabaiotti), oggi sembra più sfumata, ma non del tutto perduta. Gli abitanti del campo hanno infatti presentato ricorso al Tar contro l’ordinanza di sgombero, chiedendo la sospensione dei termini fino all’udienza. Anche se la richiesta di sospensiva è stata respinta, il Tar deve ancora pronunciarsi nel merito del ricorso e solo la sentenza chiarirà il futuro del campo. Per questo il Villaggio delle Rose non vuole perdere tempo e chiede di essere ascoltato: per valutare i problemi segnalati, fornire soluzioni regolari al Comune, avere un ruolo nel processo che determinerà il loro futuro.

"Venticinque anni fa il Comune ci ha dato un terreno per stabilirci in modo permanente, per costruirci una vita. E lo abbiamo fatto, a nostre spese - dice Daniele Deragna, uno dei punti di riferimento della comunità -. In questi ultimi mesi abbiamo vissuto nel panico. Per questo molti di noi hanno accettato di spostarsi nelle case Sat". L’ultimo confronto con il Comune risale a luglio. "Gli assessori avevano reagito bene al progetto della cooperativa", racconta Daniele. "Poi è emerso il problema dell’inquinamento del terreno". Alcuni rilievi commissionati dal Comune hanno mostrato la necessità di una bonifica del terreno contaminato (non lesivo alle persone), lì da 25 anni.
I dati, però, non restituiscono un quadro completo. Serviranno mesi per capire costi e modalità dell’intervento. Ed è lì che il sogno della cooperativa si inceppa. "Il Comune ci dice: 'Spostatevi temporaneamente nelle case Sat e poi, nel caso, tornate'. E le nostre case? Verranno distrutte? Che garanzie abbiamo noi?", parla ancora Daniele a nome di tutte le famiglie alle sue spalle. È a quel punto che la comunità decide di fare ricorso al Tar. "Noi siamo qui a dire che non siamo perfetti, nel corso degli anni ci siamo arrangiati, certo. Ci assumiamo le nostre colpe. Ma quello che abbiamo chiesto è di sospendere i tempi mentre ci confrontiamo, mentre è aperto un tavolo sul quale è stata presentata una proposta mai vista prima".
Le alternative esistono e Daniele le ha bene in mente. "La bonifica potrebbe essere fatta a settori, usando le aree limitrofe come appoggio temporaneo per le famiglie - spiega -. Il campo sportivo qui dietro è del Comune. Sarebbe gestibile". Daniele prende spesso parola durante i confronti con i “gagi” (in Romanès: “non rom”). Mentre parliamo abbiamo lasciato il monumento alle nostre spalle e siamo entrati nel campo, seduti sotto la veranda di Iaio, uno degli abitanti più anziani. Come lui e Toni, Daniele è una guida per la comunità e sa perfettamente quali sono i problemi del campo. Nel corso degli anni si è impegnato molto per costruire, pezzo dopo pezzo, il Villaggio delle Rose.
Tutti si sono impegnati. Hanno lavorato per creare un posto dignitoso in cui crescere i loro figli e vivere bene insieme al resto del quartiere. Più di dieci anni fa, infatti, Daniele era vicepresidente della cooperativa sportiva Nevi Bait (Fortuna Nuova). "Sistemavo i bagni, pulivo gli spogliatoi, ero un tuttofare". Un modo per gestire il campo sportivo adiacente al Villaggio e organizzare eventi per tutti. "Negli anni successivi venne istituito un bando, la gestione venne data ad altri".
Oggi, se si fa il giro del campo, si arriva su un terreno abbandonato e, guardando bene in mezzo agli arbusti, si vede ancora una vecchia porta con la rete stracciata. È un dato di fatto che la chiusura dei campi abusivi in uno stato di degrado e tutto ciò che fa parte del processo di “superamento” (case Sat, centri di accoglienza) sia necessario a migliorare le condizioni di vita delle persone. Quello che il Villaggio delle Rose, però, ci tiene a precisare è che non è il loro caso. "La loro storia è diversa dalla nostra. A loro era stato concesso quel terreno", dice Giovanni Selimović, ex abitante del campo di Vaiano Valle, insediamento di rom montenegrini sgomberato nel 2022.
"Quando siamo arrivati era il 1997, lì c’era solo una cascina e il terreno era di proprietà di un uomo che ci ha permesso di restare. Ci siamo messi in regola, il Comune ci aiutava con i documenti e i permessi di soggiorno. Tutti sapevano che eravamo lì. Quando il terreno è stato venduto, ci hanno denunciati e il resto, beh, lo sai già". Giovanni parla al telefono con voce stanca. "Per la comunità di Chiesa Rossa sarà un colpo separarsi, è stato così anche per noi. Ma noi non avevamo alternative. Prima vivevamo a 50 metri l’uno dall’altro, ora siamo tutti divisi in case Sat, chi a 10, chi a 30 o 40 chilometri dai propri figli e senza macchina. Ci sono persone che stanno male o anziane. E sai, per noi non esiste il concetto di ospizio. Siamo abituati ad aiutarci stando vicini".
La sua voce va a scatti, quando torna la linea dice: "I nostri figli andavano tutti a scuola lì. Ci sono persone che sono cresciute insieme a noi e invecchiate insieme con noi. Ogni tanto torno in zona a salutare vecchi amici". Superare il concetto segregante di campo, in molti casi, è condiviso dagli stessi rom. Ma superare l’abusivismo o le condizioni di vita non dignitose non significa per forza cancellare la cultura di un popolo che dovrebbe essere tutelato in quanto minoranza etnico-linguistica. "La lingua sopravvive in questi luoghi - dice Toni -. Chi esce, dimentica".
Il caso del Villaggio delle Rose è significativo per questo motivo: la memoria. Gli abitanti di Chiesa Rossa sono una comunità rom che ha proposto un modello di abitare nuovo, che si propone di non violare nessuna regola, ma allo stesso tempo conserva un’idea diversa di spazio, di tempo e soprattutto di vita. "Forse ormai le cose andranno così: 'Il cattivo di noi' continuerà a determinare l’opinione pubblica sul nostro popolo - continua Toni -. E quando questo campo verrà chiuso, magari tra venti o trent’anni, a Milano sentiremo dire: 'C’erano una volta gli zingari'".

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