Attualità
29 gennaio, 2026Occupazioni sfumate, permessi evaporati, datori di lavoro svaniti. Una procedura lunga, opaca. E paradossale. Ecco cosa accade davvero intorno all’unico canale d’accesso regolare previsto dal nostro ordinamento. Mentre tutti concordano sul fatto che degli immigrati non possiamo fare a meno
Bolle di sapone come simbolo di una fragilità giuridico-amministrativa causata dallo Stato. Impalpabile, a vedersi. Pesante come macigni, sulle loro vite. I migranti del comitato bengalese “Tikase” le hanno scelte come metafora della loro condizione sospesa. E ognuno di loro ci ha soffiato dentro la propria storia, a fine 2025, davanti a Montecitorio, tra le luminarie di una Roma agghindata a festa.
Un corpo unico, fatto di persone accomunate dalla stessa sventura: l’ingresso in Italia tramite il Decreto flussi. Una procedura lunga, opaca e paradossale, al termine della quale non hanno trovato il lavoro per cui erano stati assunti, a causa di datori non più reperibili o di vere e proprie truffe. Sono diventati irregolari, pur avendo usufruito dell’unico canale d’ingresso regolare attualmente previsto dal nostro ordinamento.
«Siamo vittime dello stesso meccanismo che avrebbe dovuto portarci in Italia in modo sicuro. Chiediamo una circolare che dia chiarezza a un percorso già iniziato regolarmente», dichiara il comitato.
Tra lungaggini strutturali, carenza di informazioni e correttivi tappabuchi, i decreti flussi sono lo strumento con cui il governo italiano determina il numero e la nazionalità di cittadini stranieri non comunitari da occupare in vari settori produttivi, tra cui agroalimentare, edilizia e assistenza familiare. La modalità è quella di un surreale incontro a scatola chiusa, tramite click day, tra domanda e offerta di lavoro.
Sulla carta, 82.705 gli ingressi previsti dalla programmazione del 2022, 452 mila per il triennio 2023-2025 e 497 mila per il 2026-2028. Nella realtà, le persone che riescono a entrare in Italia e completare l’iter sono poche. I dati della campagna “Ero straniero” – ottenuti tramite accesso agli atti e provenienti dai ministeri dell’Interno, del Lavoro e degli Affari esteri – indicano un tasso di successo del 13 per cento per il 2023 e del 7,8 per cento per il 2024.
Molte pratiche, infatti, si perdono tra i gangli del processo, che conta nove fasi e coinvolge quattro pubbliche amministrazioni. Ogni passaggio porta con sé difficoltà e storture, controlli inefficaci e il dimezzamento del numero di persone che riescono a procedere.
Ma il vero collo di bottiglia si ha nel rilascio del visto di ingresso per motivi di lavoro da parte delle ambasciate italiane all’estero. Prenotare un appuntamento è difficile e costa, perché diverse rappresentanze appaltano l’attività di booking a società private esterne che costituiscono «un filtro nell’accesso ai servizi consolari – spiega Francesco Mason, avvocato socio Asgi – gestito da un privato su cui il pubblico afferma di non avere alcun controllo. In molti casi, questo filtro rende inaccessibile l’ambasciata, la cui agenda elettronica è sempre piena. Tutti gli slot risultano già prenotati, ma da chi e come non si sa». Nel frattempo, la vita del potenziale lavoratore si ferma.
«Perdi due anni e il datore assumerà qualcun altro. Come puoi vivere senza soldi se hai investito su un progetto migratorio che non parte?», chiede Miah Rhitu, portavoce della comunità bengalese interessata. Chi supera questo scoglio può entrare in Italia e sottoscrivere un contratto di soggiorno in prefettura assieme al datore promittente, richiedendo il permesso di soggiorno. Ma per essere ricevuti dalle prefetture si attende anche un anno, e di frequente i datori spariscono. Irreperibili.
Se il migrante non conclude l’iter, non ottiene il titolo di soggiorno ed è irregolare sul territorio, con tutti i rischi che ne conseguono. «Se arrivo e non trovo chi mi ha assunto, lo Stato dovrebbe riconoscere che il mancato completamento della pratica non è dipeso da me, e garantirmi un permesso per attesa occupazione che duri il tempo necessario a farmi trovare un nuovo lavoro – spiega Ginevra De Maio, ricercatrice del Centro studi Idos – ma nel 2023 ne sono stati rilasciati appena 648 per migliaia di persone colpite dal problema, e nel 2024 solo 179». A questo punto, si potrebbe sperare che almeno chi sia riuscito a sottoscrivere il contratto in prefettura insieme con il primo datore sia al sicuro. Ma non è così.
Nel caso di F., arrivato in Italia dal Bangladesh a ottobre 2022 per lavorare come stagionale nel settore agricolo, la vicenda sembra sana: inizio del rapporto di lavoro a novembre, retribuzioni corrisposte e contributi versati. Lavoratore e datore sollecitano più volte la prefettura di Roma per firmare il contratto di soggiorno, senza che però l’appuntamento abbia luogo. Tre anni dopo, la prefettura rigetta la sua richiesta di soggiorno e gli revoca il nulla osta iniziale perché, all’improvviso, si accorge della presunta mancanza di alcuni requisiti economici da parte dell’azienda, la quale in realtà aveva sempre pagato F. e gli aveva fornito alloggio. Inevitabile il ricorso al Tar di Roma.
«È un’anomalia nell’anomalia – sostiene il suo legale, Gennaro Santoro (associazione Antigone) – perché così lo Stato non riesce a tutelare neanche quelle poche situazioni sane che ha nell’ambito della procedura flussi. Anziché creare un salvacondotto per il lavoratore incolpevole e diligente, che è da tre anni in Italia e ormai si è inserito, lo lede per responsabilità eventualmente non sue».
Ma più che gli strumenti di tutela, sembrano funzionare quelli repressivi. Come spiega Marco Omizzolo, sociologo Eurispes e docente di Sociopolitologia delle migrazioni all’università La Sapienza, «il tema è la torsione del diritto, cioè la legge usata non per tutelare i diritti bensì per comprimerli. Il combinato disposto delle attuali leggi sull’immigrazione – confluite nel Testo unico – e Decreto flussi, assieme ai vari decreti sicurezza e alla precarizzazione del mercato del lavoro, rende possibile per il migrante una doppia beffa: non solo entrare e non poter accedere all’impiego per cui era stato assunto, ma anche vedersi comminato un provvedimento d’espulsione in quanto irregolare suo malgrado».
È quanto accaduto a G., cittadino bengalese entrato con regolare visto per motivi di lavoro nel 2023. A differenza di F., G. riesce a sottoscrivere assieme al suo datore il contratto di soggiorno presso la prefettura di Latina, la quale avrebbe dovuto inoltrarlo alla questura locale per farle rilasciare il titolo di soggiorno. Ma la questura di Latina non legge il contratto. E non rilascia il permesso. Nel frattempo, il rapporto lavorativo col primo datore si interrompe, G. cambia impiego ma non può regolarizzarsi, perché non è titolare di alcun permesso di soggiorno, pur avendo un alloggio e un passaporto. Quando dall’app del ministero dell’Interno riceve notizia che il suo titolo è pronto in questura, vi si reca, e gli vengono notificati contestualmente tre provvedimenti: rigetto della richiesta di permesso di soggiorno, espulsione e trattenimento nel Centro di permanenza per il rimpatrio di Ponte Galeria (Roma).
«G. ha dovuto fare tre ricorsi a tre autorità giudiziarie differenti. Fortunatamente, il giudice di pace di Roma non ha convalidato la sua detenzione a Ponte Galeria, dunque è uscito dopo 48 ore. Ha ripreso la sua vita, ma dovendosi gravare, assieme alla famiglia, di spese legali consistenti», racconta la sua avvocata, Silvia Calderoni (Progetto Diritti Onlus). E prosegue: «Il Tar di Latina ha accolto la sospensiva e ordinato alla questura locale di riesaminare la sua domanda di soggiorno, ma da Latina hanno passato la palla a Roma perché ora G. risiede lì. La sua famiglia vorrebbe un risarcimento per quel che è accaduto, perché sa di aver fatto tutto secondo le regole e ha vissuto con apprensione l’eventualità di un rimpatrio». Particolare non di poco conto, poiché «il rischio – conclude Calderoni – è quello di aver speso molti soldi inutilmente, con interi percorsi familiari devastati, visto che nella maggior parte dei casi si ricorre al debito per finanziare questi tentativi migratori. In Bangladesh, tra l’altro, è un fenomeno di massa, e il debito produce una forma di schiavitù che risulta anche dai rapporti dei principali organi internazionali».
Eppure, non si prevedono cambi di rotta. Mentre il Consiglio nazionale dell’economia e del lavoro segnala al governo l’irrinunciabilità dei migranti per la tenuta economica e demografica del Paese, e invita ad aprire i canali d’ingresso, il nuovo Decreto flussi – pubblicato in Gazzetta ufficiale l’1 dicembre 2025 – vara «piccoli e leggeri correttivi formali che neppure sfiorano la gravità sostanziale del problema, data da un meccanismo che favorisce immigrazione irregolare, lavoro nero, sfruttamento, evasione ed economia sommersa», secondo Luca Di Sciullo, presidente del Centro studi Idos.
Un sistema che Rachele Scarpa, deputata del Pd, definisce «un circolo vizioso che ha dell’assurdo». E aggiunge: «Ogni anno portiamo regolarmente in Italia migliaia di persone per lavorare, poi le lasciamo scivolare nell’irregolarità e spendiamo altre risorse pubbliche per trattenerle in Cpr o addirittura deportarle in Albania. È un girotondo che non conviene a nessuno, se non a chi costruisce consenso sulle paure generate dall’immigrazione».
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