Attualità
26 febbraio, 2026Il Senato che cancella il “consenso libero e attuale” dal ddl sullo stupro è solo l’ultimo esempio di una cultura istituzionale che fatica a stare dalla parte delle vittime
La commissione Giustizia del Senato ha approvato una nuova versione del disegno di legge sulla violenza sessuale: l’espressione che, nella proposta originaria, definiva il reato come un atto compiuto «senza il consenso libero e attuale» della persona aggredita è stata eliminata. Secondo Dire, la più grande associazione di centri antiviolenza in Italia, si tratta di una scelta politica grave: «Una legge che sposta l’attenzione sulla vittima, anziché sull’autore della violenza e sull’azione violenta, è un altro modo di ostacolare l’accesso delle donne alla giustizia».
Le critiche fanno riferimento al fatto che con questa modifica si darebbe per scontata la disponibilità sessuale della donna, a meno che non abbia fatto comprendere in modo chiaro il proprio “no” allo stupratore. La mancanza del consenso esplicito nel codice penale rischia in questo modo di rendere la violenza subita più difficile da dimostrare. Per Cristina Carelli, presidente di Dire: «Siamo di fronte a una politica che si rende corresponsabile della persistenza di un costrutto culturale che legittima una sessualità maschile di tipo predatorio».
L’approccio delle norme e delle autorità pubbliche al tema della violenza di genere ha molte responsabilità. Quando le tutele mancano o non vengono applicate correttamente, le vittime possono diventarlo una seconda volta: vittimizzazione secondaria e violenza istituzionale in questi casi possono rappresentare due facce della stessa medaglia. In particolare, si parla di vittimizzazione istituzionale quando chi subisce un reato rivive condizioni traumatiche riconducibili alle procedure che seguono alla denuncia dell’aggressione. Una ricerca di Dire spiega che i motivi sono legati al mancato riconoscimento della violenza di genere, a pregiudizi e stereotipi sessisti che minano la fiducia nella credibilità della testimonianza e sottovalutano il rischio che l’autore di violenza possa commettere altri abusi.
Diverse testimonianze raccolte da L’Espresso mostrano come le donne che affrontano un percorso di fuoriuscita dalla violenza si confrontano ancora troppo spesso con un apparato istituzionale che rischia di ostacolarlo. «Molte donne ci chiamano dopo la denuncia perché sono a pezzi, perché non riescono più a uscire dalla violenza, che ha cambiato forma: non sono più le botte e gli insulti del partner a colpirle, ma i soprusi economici e giuridici», spiega un’operatrice antiviolenza dell’Emilia Romagna che preferisce rimanere anonima.
Nella sua esperienza, decine di donne che sono riuscite a entrare in un programma di protezione hanno subito nuovi tipi di violenza da parte delle istituzioni che avrebbero dovuto proteggerle. A volte accade in questura e in tribunale, altre nell’attesa quotidiana di misure di protezione e sostegno che non arrivano: «Quando non si crede alle vittime, quando il partner che non corrisponde il mantenimento previsto non viene condannato e quando l’affido dei figli è condiviso con l’uomo maltrattante, tutto il lavoro di empowerment delle donne che svolgiamo risulta inefficace». Il mancato riconoscimento della violenza da parte delle istituzioni a volte viene sanzionato. Nel 2022, la Corte europea dei diritti umani ha condannato l’Italia per non aver riconosciuto la violenza domestica nel caso di una donna maltrattata dal partner. Secondo la Corte, l’Italia non ha applicato nessun ordine di protezione nei suoi confronti perché i fatti denunciati sono stati inquadrati dalle autorità come un caso di conflitto, anziché di violenza.
Situazioni in cui la violenza di genere viene sottovalutata o sminuita sono osservate di frequente dalle operatrici dei centri antiviolenza (Cav). Rosa Di Matteo, presidente dell’Associazione Arcidonna e coordinatrice dei Cav di Napoli, si occupa del tema dagli anni ‘90: «Al momento della denuncia le donne continuano a essere interrogate con una domanda che negli anni si è ridotta, ma non si è azzerata: “Signora, è sicura di voler fare denuncia? Questo è il padre dei suoi figli…”. Domande come questa rappresentano un danno enorme, perché affliggono la donna in un momento già molto critico e possono farla tornare indietro».
Per Di Matteo, di fronte a chi denuncia spesso c’è chi non è formato a sufficienza in ottica di genere: «Manca ancora un approccio diffuso che permetta di vedere la violenza come l’esito di una disuguaglianza di genere, non come un problema della singola persona». In vari casi le donne seguite dai Cav segnalano le violenze in questura o in ospedale, ma non sono subito indirizzate verso i centri come previsto dalla legge. A Napoli, le donne che raggiungono i Cav dopo aver presentato denuncia sono il 51 per cento del totale. Di queste, solo l’8 per cento arriva su invio delle forze dell’ordine.
La vittimizzazione istituzionale è un problema documentato anche dalla commissione parlamentare di inchiesta sul Femminicidio. Le criticità rilevate sono molte, «a partire dalla mancata formazione degli operatori, fino alla manifestazione di stereotipi di genere nell’ambito giudiziario». Se il problema è sistemico e culturale, il peso ricade su chi è già vittima, come spiega Alessia D’Innocenzo, responsabile per Differenza Donna del Cav “Alessia e Martina Capasso” a Roma: «Tutte noi siamo inserite in un sistema di disparità di potere ogni giorno. Anche per questo, nel denunciare, le donne temono di non essere credute e tendono ad affrontare la violenza, e ciò che seguirà dopo averla segnalata, con senso di colpa».
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