Cultura
26 febbraio, 2026Il delitto come superficie di un sistema di potere. “Colombian Psycho” è il secondo capitolo di una trilogia: “La letteratura è una scuola di umanità. Per questo il potere la guarda con sospetto”
«In Colombia il noir non è un genere letterario: è una forma di realismo». Lo afferma Santiago Gamboa, lo scrittore 60enne che il 25 febbraio tornerà in libreria con “Colombian Psycho” (Edizioni E/O, pp. 608 €22,50 tradotto da Raul Schenardi). Romanzo feroce, sociale e profondamente contemporaneo, in cui il delitto non è che la superficie di un sistema di potere che coinvolge politica, criminalità e media. Secondo capitolo di una trilogia atipica iniziata con “Sarà lunga la notte” (2022), il libro segna anche una scelta radicale: l’autore entra nel romanzo come personaggio, trasformando la scrittura in un corto circuito tra finzione e realtà, con una prosa intensa, cruenta, erotica, mescolando reporter, medium e stupratori, summa dello spirito vitale della migliore letteratura sudamericana. Lo raggiungiamo telefonicamente a Pechino (dove oggi è addetto culturale all’ambasciata colombiana) e questa chiacchierata ruota attorno ad una domanda senza tempo: perché i libri continuano a spaventare chi sta al potere?
Santiago Gamboa, perché ha scelto di diventare un personaggio del suo romanzo?
«Volevo scrivere un romanzo sociale che parlasse anche di letteratura. Avevo bisogno di uno scrittore dentro la storia, ma inventarne uno mi sembrava poco credibile. Questa è una soluzione molto usata negli anni Sessanta, da Cortázar al “Quartetto di Alessandria” di Lawrence Durrell. All’inizio avevo pensato di chiedere a qualche collega reale ma ho capito che dovevo farlo io».
Una scelta indolore?
«Per niente. All’inizio mi faceva paura. Ho scritto una pagina di prova, poi un’altra. A un certo punto ho capito che quello non ero più io, ma un personaggio. È una cosa strana: la casa è la mia, la biblioteca è la mia, ma Santiago Gamboa sulla pagina diventa altro. I lettori ci giocano molto, soprattutto le lettrici».
“Colombian Psycho” è il secondo capitolo di una trilogia. Qual è l’idea fondante?
«In questo momento sto finendo l’ultimo libro, fanno parte di un unico progetto, ma ciascuno si può leggere da solo. Quando sono tornato a vivere in Colombia nel 2015, dopo molti anni all’estero, mi sono detto che volevo scrivere romanzi legati a quello che stavo vedendo e vivendo nel Paese. Non volevo tornare ai grandi temi classici — cartelli della droga, narcotraffico, mafia — che sono stati centrali nella storia colombiana e che ovviamente non sono scomparsi, ma che mi sembravano, almeno letterariamente, un po’ esauriti».
Dunque?
«Mi interessava guardare altrove: capire cosa stava succedendo davvero nella mia Colombia».
Da qui nasce “Sarà lunga la notte”?
«Esatto. In quel romanzo mi sono concentrato sul fenomeno delle chiese evangeliche, che non riguarda solo la Colombia ma tutta l’America Latina. È un tema religioso, ma anche economico. Ma con “Colombian Psycho” sposto l’attenzione sul tema della corruzione e dei rapporti tra potere, criminalità e politica».
Ma questo non è solo un romanzo noir.
«No. Questo romanzo ha una trama con sfumature thriller, ma si interroga sulla letteratura, sul modo di raccontare una storia. “Colombian Psycho” è un romanzo che riflette su sé stesso. Mi sono ispirato a una certa tradizione francese: romanzi che raccontano una storia e insieme riflettono su cosa significhi narrare».
Lei ha detto più volte che in Colombia il noir non è finzione, ma un modo per raccontare la realtà.
«Sì. È una cosa che succede in molti Paesi dell’America Latina. Penso a Leonardo Padura: per me è uno specchio importante. Quando scrivo romanzi di questo tipo mi sento come a un tavolo da poker: se uno mette mille dollari, devi metterne mille anche tu, altrimenti devi alzarti. Il tavolo su cui voglio sedermi è quello dove ci sono libri che rischiano».
I suoi romanzi sono intrisi di ferocia, eros e morte. Puzzano di vita.
«È una scelta letteraria precisa. Lavoro molto perché nessun personaggio sia una semplice sagoma. Tutti devono essere vivi, profondi. Penso sempre a Madame Bovary: c’è un bambino che compare per una quindicina di pagine, durante un intervento chirurgico fallito. Io ho sessant’anni e quel bambino me lo ricordo ancora. Ecco, i miei personaggi devono essere così, anche se appaiono per poche pagine».
Rayuela, Justine, Madame Bovary. Il romanzo è pieno di rimandi letterari. Perché?
«I libri che scrivo sono i libri che vorrei leggere. Mi piace che un romanzo mostri il suo albero genealogico. Nessun libro nasce dal nulla: nasce da altri libri, e anche da ciò che abbiamo letto. La lettura fa parte della vita quanto l’esperienza diretta».
Ma perché ancora oggi la letteratura fa paura al potere?
«Vargas Llosa diceva una cosa molto vera: la letteratura mostra un mondo ordinato, coerente, e questo rende i lettori cittadini più esigenti. Dopo aver letto un romanzo, il mondo reale ci sembra confuso, opaco, ingiusto. La letteratura ci rende cittadini più critici, più empatici, più esigenti. È una grande scuola di umanità. Ed è per questo che il potere la guarda sempre con sospetto».
Lei scrive che “il crimine nasce dai ceti alti ma non sono loro a premere il grilletto”. Ovvero?
«Gli autori intellettuali delle tragedie spesso provengono dagli strati più alti della società. Ma non si sporcano mai le mani, hanno sempre un apparato clandestino che agisce per loro. In Colombia — ma non solo — la destra estrema è cospirativa, agisce nel silenzio; la sinistra estrema è insurrezionale. È una dinamica che abbiamo visto anche in Europa nel Novecento».
Le dà fastidio che all’estero la Colombia venga percepita come un Paese violento e corrotto?
«È una realtà. Certo, i cattivi fanno molto rumore ma la maggioranza delle persone si alza ogni mattina, lavora, ama i propri figli, paga le tasse. Le nostre sono società giovani, con appena duecento anni di storia repubblicana. Stiamo ancora costruendo una narrazione comune. Speriamo di farlo più in fretta e con meno sangue di quanto abbia fatto l’Europa».
Come si combatte oggi la disinformazione?
«È una sfida enorme. La caccia al like sta erodendo la fiducia nell’informazione. Credo ancora nel giornalismo sul campo, non nei tweet ma nelle persone che rischiano davvero. La verità costa fatica».
Santiago, che aria tira in Cina?
«Qui anche i generali scrivono poesie. Tutti i politici sono, in qualche modo, scrittori. È un Paese che vive una contraddizione permanente: ultra-moderno e arcaico allo stesso tempo».
Le sembra che si sia compiuto il sogno comunista?
«In un certo senso. Hanno interpretato il capitalismo meglio dei Paesi capitalisti. Producono ricchezza e poi la redistribuiscono. Il 68% per cento delle grandi aziende è ancora statale. Stanno costruendo 93 aeroporti e oltre 370 grandi opere di ingegneria. È impressionante».
Da diplomatico, cosa ne pensa della mossa di Trump in Venezuela?
«Da diplomatico devo risponderle con cautela».
E se glielo chiedessi in qualità di scrittore?
«Risponderei che è stata una mossa spregiudicata. Il presidente Trump ha battuto i pugni sul tavolo per ribadire a tutti che il Sudamerica è il giardino degli Stati Uniti».
Un messaggio rivolto a chi?
«In primis alla Cina, che sta costruendo relazioni diplomatiche mentre gli Stati Uniti si sono mossi come gangster sul suolo straniero».

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